A Lo Spazio Audace – Vignette e caffè a Lucca Comics & Games 2025 abbiamo incontrato Francesco Verso, editore e autore, Cristina Tomasini, Jon Coda e Daniela Calisi, alcuni degli autori e delle figure che hanno curato il volume Guida pratica e un po’ comic(a) al solarpunk, edito da Future Fiction.
La Guida pratica e po’ comic(a) al solarpunk ha una struttura molto particolare. Ci sono vari racconti e una macrostoria che li introduce e li avvolge. Com’è venuta l’idea? Che cosa volevate raccontare esattamente?
Francesco: L’idea è venuta dal nostro catalogo di racconti solarpunk che si prestavano a un adattamento. Tuttavia, poiché il solarpunk ha alcuni concetti chiave che ci sarebbe piaciuto raccontare, esprimere attraverso le immagini, abbiamo immaginato di creare una specie di cassetta degli attrezzi, di strumenti che si potessero mettere a terra e utilizzare per provare a immaginare un futuro diverso. Quindi è nata l’idea d’inserire queste narrazioni come dei fondamenti che andassero a, non dico spiegare, perché spiegare è un po’ troppo didascalico, però raccontare in forma narrativa e illustrata i concetti fondamentali del solarpunk.
Ovviamente, abbiamo dovuto costruire una narrazione che raccordasse queste storie e quindi l’editor Giovanni Dacò è stato fondamentale nella sua impostazione e nel cappello che ha tenuto insieme tutta la narrazione.
La scelta di unire racconti da diverse parti del mondo è stata quindi per dare una visione d’insieme del solarpunk, anche perché Future Fiction spesso porta in Italia diversi racconti esteri.
F: è proprio così!
Da fan dei racconti di fantascienza asiatica, vorrei citare Gli spaghetti dell’anima, tratto da un racconto di Ana Sun, sceneggiato da Giovanni e disegnato da Cristina. Domanda proprio per Cristina: quale parte ti ha divertito di più fare e, per disegnarlo, hai fatto della ricerca prima? Come ti sei preparata?
Cristina: Devo dire che sì, mi sono divertita nel farlo, ma è anche una storia molto toccante. Quando ho letto il racconto la lacrimuccia è scesa… è una storia molto triste, ma anche nostalgica e dolce. Proprio tanto nelle mie corde. A livello di preparazione, io venivo comunque già dal fumetto Con quelle mani di una scrittrice cinese, Mu Ming, ambientato in Cina; quindi ero già rodata da questo punto di vista.
Qui ci troviamo però in un futuro distopico e lontanissimo, in cui il mondo non è più quello che conosciamo adesso. Ho avuto quindi spazio di fantasticare, di potermi immaginare come potrebbe essere un futuro allagato, perché siamo in un mondo in cui l’acqua ha preso il sopravvento. Ci sono piogge torrenziali che all’improvviso coprono tutto e, quindi, non eravamo necessariamente legati a un ambiente reale. Abbiamo utilizzato comunque delle references, ad esempio per le tipiche imbarcazioni asiatiche che Giovanni ha trovato.
Un’altra domanda che viene spontanea riguarda il processo che va da un racconto di narrativa alla sceneggiatura e infine al disegno. Com’è stata la comunicazione in questo processo che ha avuto più step del solito?
F: È stato complesso perché io ho dato una serie di racconti a Massimiliano Filadoro della Scuola Internazionale di Comics di Roma. Lui, che è un insegnante di sceneggiatura, ha preso gli studenti più talentuosi e ha lavorato con loro per arrivare a un adattamento di alcuni di questi racconti. Non tutti sono arrivati alla fine, quindi Giovanni Dacò ha da un lato revisionato alcune sceneggiature, dall’altro scritte di nuove per i disegnatori e le disegnatrici. Rimane quindi la nostra impostazione nel voler includere, formare, dare opportunità a giovani talenti, fermo restando il controllo di un esperto, di un professionista che garantisce che il prodotto finale sia all’altezza.
Inoltre la difficoltà maggiore è stata quella di lavorare con illustratori peruviani. Abbiamo fatto delle riunioni per poter amalgamare il tutto a distanza di sette ore di fuso orario e in un’altra lingua perché ci piace alzare il livello della sfida per arrivare a un prodotto di valore.
La scelta del solarpunk per questo fumetto, al posto di altri generi come il cyberpunk, deriva anche un po’ da quello che sta accadendo ultimamente? Mi viene in mente l’ultima notizia USA sul via alle trivellazioni. Oltre che l’amore per il genere, quindi, è stata anche una risposta a quello che sta accadendo nel mondo?
F: Per avere la guida pratica al cyberpunk basta accendere la televisione e guardare. Negli ultimi anni mi sono convinto che “quello che raccontiamo diventa la realtà”: in qualche modo se noi continuiamo a insistere, indulgere in una narrazione cinica, catastrofista, post-apocalittica, ci priviamo della capacità d’immaginare qualcosa di diverso. E allora l’esercizio di stimolare, sforzandosi di costruire uno scenario diverso includendo elementi che possono sembrare marginali come la cooperazione e la collaborazione, secondo me è importante, soprattutto per le nuove generazioni. Quarant’anni di distopia, diciamola in un senso un po’ allargato, di fatto ha privato le nuove generazioni della capacità d’immaginare un futuro diverso. E questa è la vittoria del sistema: privarci della speranza, privarci dell’immaginazione è un modo per ridurci a meri consumatori di qualunque narrazione loro vogliano.
in questo senso la pratica del solarpunk è proprio quella di sfidare l’ineluttabilità del presente, con dei piccoli semi che magari riusciranno a germogliare. Non sappiamo come, non c’interessa la modalità, ma c’interessa la capacità di sfidare una narrazione egemonica che è tendenzialmente pessimista.
Questo non è il migliore dei mondi possibili, dove o vi adattate o morite. Quello che veniva propagandato dalla Thatcher in tempi non sospetti. E abbiamo visto, appunto, cos’hanno prodotto quarant’anni di questo tipo di mentalità. Allora, dai margini dell’impero (perché il solarpunk nasce appunto nel sud del mondo) arrivano delle sensibilità e delle necessità diverse.
Giovanni, o Jon, tu sei il curatore del progetto e hai realizzato alcune sceneggiature. È interessante il discorso dell’adattamento perché c’è sempre qualcosa che bisogna magari modificare, riadattare partendo da un testo letterario per arrivare al fumetto. Qual è stato il percorso per arrivare effettivamente alla forma finale.
Giovanni: Riguardo l’adattamento delle sei storie, in tre casi abbiamo mantenuto la sceneggiatura scritta dagli allievi della scuola, apportando le modifiche necessarie non tanto perché fossero scritte male, ma per uniformare la narrazione all’interno della guida. In altri tre casi invece sono state riscritte partendo dai racconti originali. Dal momento che tutti i racconti di partenza erano di ottimo livello, non è stato necessario togliere o aggiungere più di tanto. Chiaramente, passando dalla forma narrativa al linguaggio fumetto sono state create le giuste sequenze, i giusti tempi narrativi e ho cercato di suggerire dei tagli e delle inquadrature diversi per ogni storia, che enfatizzassero i punti di forza della trama. Ma devo dire che tutti i disegnatori, da questo punto di vista, ci hanno messo del loro, com’è giusto che sia.
Il racconto usato per la storia principale nasce invece da una mia idea ed è stato scritto insieme a Francesco, il che è stato un onore per me perché lui, anche se non lo dice, ha fra l’altro vinto ben due premi Urania.
Da quel racconto ho tratto la sceneggiatura che sintetizza inevitabilmente alcuni passaggi.
Per collegarmi alla domanda di Carlotta sull’influenza dell’attualità, aggiungo una nota sulla trama: il tema della storia portante è il serio problema della salinizzazione dei fiumi. Nel nostro caso si tratta del Po, che sta subendo un processo devastante con ricadute gravi, ad esempio, sull’agricoltura. In generale si stima che la salinizzazione delle acque dolci sarà causa della desertificazione di circa un quarto del Pianeta. Se ne parla poco. Noi con la Guida abbiamo descritto in un parte il problema ma soprattutto, perché così funziona il solarpunk, abbiamo trovato una soluzione non fantascientifica ma futuribile.
Abbiamo parlato della comunicazione tra quello che c’è su pagina e la realtà: il solarpunk non è solo qualcosa d’immaginario, ma può essere anche vivibile, giusto?
Daniela: Quando io e Francesco ci siamo conosciuti, siamo diventati amici perché abbiamo trovato nel solarpunk una fortissima affinità. Sono la vicepresidente di un’associazione di Torino e da quattro anni abbiamo un luogo pubblico, una casetta di vetro, una serra, che mettiamo a disposizione di chiunque ne faccia richiesta. È una struttura domotica, dentro c’è un salotto con una libreria che funziona senza aggancio elettrico, semplicemente col solare, grazie al quale abbiamo illuminato l’intero viale. In pratica è una comunità solarpunk.
Per noi è importante spiegare che la gran parte delle cose che narra la Guida solarpunk, o altri romanzi, fumetti, racconti scritti o pubblicati da Francesco, non sono così difficili da realizzare. Di fatto molte di queste tecnologie sono già a disposizione.
Con lui ragionavamo sul fatto che bisogna riflettere su una tecnologia low tech, che forse è persino più avanzata dell’high tech, perché si può realizzare con bassi costi e anzi li abbatte. Si tratta di applicarsi perché tra l’altro si parla di punk e del suo “do it yourself” importantissimo. Bisogna mettere le mani sulle cose: è anche un po’ un “hacking della realtà”, un voler mettere insieme pezzi come nessuno ha ancora fatto sulla base di narrative che ti spingono a dire “ma forse quest’idea la posso mettere in pratica”.
Noi stiamo lavorando sempre di più sull’avvicinare le persone al fatto che forse non si possono fare grandissime cose, ma se ne possono fare tantissime piccole, come quelle che racconta Future Fiction. Basta “prendersi bene” e trovare un gruppo di amici con cui si ha voglia di costruire una cosa nuova.
Poi c’è tutta la filosofia della condivisione, della co-costruzione, di imparare a fare cose che prima non sapevi fare e forse anche il fatto che non importa tanto quanto lo fai bene, ma importa che tu lo faccia. Questo dà un po’ di speranza, un po’ di pratica che fa stare bene nella vita.
La serra si chiama Salotto di Miranda, in via Buscalioni a Torino, zona Rossini, dove c’è la movida. Venite a trovarci, se vi va.
Per concludere con la Guida, chi altro ha contribuito al volume?
G: Vanno senz’altro menzionati i coloristi, perché il colore è una componente fondamentale. In parte è stato realizzato dagli stessi disegnatori, come José Cavero per “Verdore” e Kyle Russ sulla storia portante che si distingue per i toni slavati a identificare il presente. Ma tutto il resto è opera di Catia Fantini, che ha gestito una colorazione volutamente più accesa, anche se peculiare per ogni storia, a rappresentare la speranza del futuro.
Grazie per la disponibilità!
Intervista realizzata l’1 novembre 2025 a Lucca Comics & Games.
FUTURE FICTION
Future Fiction è un‘associazione culturale di promozione sociale fondata da Francesco Verso e Francesco Mantovani. Il progetto ha lo scopo di divulgare e promuovere un approccio interdisciplinare all’idea di futuro, utilizzando fantascienza e speculazione come ponti fra oggi e domani: un laboratorio multiculturale e transmediale di narrazioni che esplorano la relazione, ambigua e simbiotica, tra l’uomo e la tecnologia.
Con l’ambizione di mappare gli altri “domani” declinati da ogni cultura e tradizione, Future Fiction organizza e partecipa a seminari, workshop, convegni e congressi in Italia e nel mondo su temi di grande attualità legati all’innovazione, all’anticipazione e alla speculazione contribuendo così al dibattito con articoli, saggi, romanzi e antologie, sia cartacee che digitali.
Dopo oltre 160 uscite digitali e 50 libri cartacei, il progetto è diventato un eccellente aggregatore di contenuti e un luogo di scoperta per chiunque veda nel domani, non soltanto lugubri distopie e improbabili apocalissi, ma anche uno strumento di analisi e intrattenimento per trovare un orientamento, tra le incredibili trasformazioni che stanno impattando sempre di più l’umanità a tutti i livelli, da quello tecnologico a quello biopolitico, sociale, economico e ambientale.




