Autore tra i più importanti del panorama fumettistico francofono ed europeo, David B. è stato protagonista di una stagione particolare del fumetto di fine Novecento: membro fondatore de L’Association, insieme ad autori quali Killoffer, Matt Konture, J.C. Menu, Mokeït, Stanislas, Dominique Goblet e Lewis Trondheim ha lavorato a un modo di fare fumetto che ha impresso una svolta nella storia delle strisce disegnate. La sua opera più nota è Il grande male (Coconino Press), le cui tavole originali sono state esposte in una mostra a Ravenna in occasione del Coconino Fest 2025 e che esce in una nuova edizione a Lucca Comics and Games 2025. Abbiamo colto l’occasione per fare all’autore alcune domande sul suo lavoro, sulla mostra e sul suo ultimo fumetto, Antipodi, cui ha lavorato come sceneggiatore per i disegni di Eric Lambé.

Buongiorno David, e grazie per questa intervista. Cominciamo dalla tua opera più famosa, che ha segnato la storia del fumetto in Europa (e non solo): Il grande male, le cui tavole sono esposte in una mostra a Ravenna, al Coconino Fest. Uscito inizialmente in fascicoli, la sua prima pubblicazione risale al 1996, quasi trent’anni fa. A distanza di tanto tempo, com’è tornare a quell’opera attraverso una mostra? Cosa racconta di te come autore questa esposizione di tavole originali?
Fa un certo effetto vedere questa mostra, perché le mie pagine non le riguardo mai: una volta che le ho finite, le faccio diventare un libro, vanno per altre mostre e se non sono in una galleria, sono chiuse in un mobile. Alcune tavole che ho esposto qui le riguardo per la prima volta. Ed è vero, sono passati trent’anni, mi fa una certa impressione, soprattutto ora che sono pronto a scrivere il seguito de Il grande male. Scriverò il volume 7, secondo la numerazione francese, perché molte persone, anche della mia famiglia, mi hanno detto che non era ancora finito.
Jean-Christophe, mio fratello, è morto soltanto due anni fa, nel 2023, quindi c’è ancora molto da raccontare: l’ultimo volume de Il grande male si concludeva con me a Parigi che ero ancora uno studente, erano gli anni Ottanta. Questa mostra è un po’ un ritorno a Il grande male anche per me. Voglio riprendere delle cose che mi aveva raccontato mia madre e che prima non volevo disegnare. Lei ora non c’è più, mio padre sì, ma è passato del tempo: ora posso raccontare delle cose che prima erano proibite. Il grande male non è mai stato un libro contro la mia famiglia, l’ho sempre fatto con loro e ho omesso volontariamente cose che non volevano che mettessi. Ho rispettato questo desiderio, mi sembra normale. Torno su eventi in cui sono coinvolti anche i miei nonni, i bisnonni, non solo mio fratello: certe situazioni mi fanno capire delle cose, delle attitudini di mia mamma rispetto alla malattia di mio fratello, per esempio. È sempre stato questo, Il grande male, tre linee narrative: la storia di una famiglia in cui c’è un fratello malato, la storia della mia famiglia andando il più indietro possibile, e la creazione del mio immaginario.

Insieme ad altri fumettisti (come Lewis Trondheim, Christophe Blain, Joann Sfar, Emmanuel Guibert ed Émile Bravo) hai dato vita a un nuovo modo di concepire la bande dessinée, uno sforzo poi almeno in parte confluito nella fondazione della storica casa editrice l’Association. Dalla tua prospettiva di autore, ma anche in quanto promotore di una vera e propria rivoluzione, come vedi il panorama del fumetto francese ed europeo oggi?
È cambiato moltissimo. Ora che vivo in Italia mi sono un po’ esiliato, devo dire. Ci sono stati dei cambiamenti ne L’Association: io sono andato via e dopo di me molti altri. È rimasto solo Jean-Christophe Menu, c’è stato un grande sciopero dei dipendenti della casa editrice, ci hanno chiesto di ritornare perché con Menu c’erano problemi a non finire, allora siamo tornati, lui è andato via, e dopo ho deciso di trasferirmi in Italia. Quando abbiamo aperto L’Association eravamo pochi editori indipendenti: all’epoca non c’era ancora Frémok, c’erano Amok e Fréon, che dopo si sono fuse, poi è arrivata Cornelius; oggi invece è diverso, c’è una marea di piccoli editori che fanno delle cose molto interessanti. C’è stato un momento in cui era molto più facile pubblicare, anche dal punto di vista economico. Stampare costava di meno, ma adesso si sta avvicinando una crisi, anzi è già qua. Io non sono un economista, ma sono ancora dentro L’Association come editore, e i prezzi della carta sono cresciuti, come anche quelli dell’inchiostro, degli imballaggi, adesso costa di più fare un libro. Le vendite sono calate, ci sono meno lettori, e credo ci sarà una messa a livello: molti di questi piccoli editori non pubblicano più, altri sono a rischio.
All’inizio con L’Association stavamo creando qualcosa di nuovo, siamo stati la punta dell’editoria indipendente, e poco a poco siamo diventati vecchi e rincitrulliti. Adesso L’Association non trova più autori veramente nuovi: ci siamo detti che non è più il nostro ruolo, finalmente siamo superati, ma continuiamo a pubblicare quelli che sono stati con noi. Io continuo a pubblicare con L’Association perché mi sembra normale: sono vecchio, ma non morto, ho ancora delle cose da dire, delle cose da disegnare. Oggi passa molto in fretta l’essere d’avanguardia, lo siamo stati un momento e va bene così. Non deve essere un combattimento, né una battaglia, è inutile vederla così. Me lo diceva Kim Thompson di Fantagraphics: “Non puoi essere d’avanguardia per tutta la vita”. Oggi non cerco di essere d’avanguardia, faccio le cose come mi piacciono.

Molti di questi autori, te compreso, hanno sempre avuto un occhio attento anche al fumetto per ragazzi e ragazze. Un aspetto evidente sia nella pubblicazione di fumetti per questo tipo di pubblico, sia in una certa estetica, un’attenzione a quello che potremmo chiamare “un modo di vedere” dell’infanzia e dell’adolescenza. Che ruolo ha avuto la costruzione di questo sguardo all’interno della tua opera?
Credo sia successo senza pensarci, non cercavo di essere qualcosa di preciso. Alcuni miei colleghi dicevano che si erano stufati del fumetto, si annoiavano e volevano diventare artisti. Io ero molto sorpreso, a me sembra che non decidi tu se essere un artista: puoi fare quadri o sculture, o video-art, ma poi devi vedere se il pubblico le accetta, se le gallerie le accettano. Quando Menu ha fondato la sua casa editrice, dopo L’Association, aveva scritto di voler inventare la nuova avanguardia, ma non è una cosa che puoi decidere (e, infatti, non è successo).
Io ho sempre cercato di fare le cose in un modo che mi piacesse e di comunicare dei contenuti al pubblico. Voglio rendere le cose leggibili anche quando sono particolari. Ho dei colleghi che mi dicono che se ne fregano del pubblico, che se li leggono o no non è un loro problema. Per me è un mio problema, se faccio un libro voglio che venga letto. Quando ho fatto Il grande male ho voluto parlare della mia famiglia, della malattia di mio fratello, in un modo in cui la gente potesse capire cosa si prova, dalla violenza alla dolcezza. E ho un mio modo per farlo su cui cerco di articolare scrittura e disegno. Mi piace giocare con equilibri e squilibri tra le due. Anche il racconto è importante, io voglio raccontare dei contenuti.
Forse proprio questo modo di raccontare, il voler essere capito pur parlando la propria lingua, ha a che fare con un modo di vedere dell’infanzia e dell’adolescenza.
Sì, è vero. Io ho creato un mio immaginario e un modo per raccontarlo, ma sempre tenendo presente che doveva essere comprensibile. Il grande male è anche questo: la storia di me che cerco una lingua per raccontare quella storia. Da ragazzo ci ho sempre provato, combattevo “il grande male” che colpiva mio fratello con gli strumenti che avevo.

Parliamo del tuo ultimo lavoro, Antipodi, scritto da te e disegnato da Eric Lambé. È la prima volta che lavorate insieme? Come è nata questa collaborazione e come vi siete trovati nel realizzare insieme questo fumetto?
Era da tempo che volevamo lavorare insieme. In passato abbiamo collaborato solo per una storia breve su Magritte e ci eravamo trovati molto bene. È stato lui a propormi di fare un libro. Voleva disegnare un fumetto sui selvaggi, sull’essere selvaggi e il selvaggismo, perché aveva sentito parlare di quest’isola al largo dell’India dove il governo proibisce di sbarcare, in cui vive una popolazione che non ha mai avuto contatto con la civiltà del continente. L’ultima persona che ha provato ad andarci di nascosto è stato un prete, voleva evangelizzare gli abitanti, e l’hanno ucciso. Allora mi sono ricordato che nel 1550 la Francia voleva colonizzare parte della costa del Brasile, un’area abitata dagli indiani Tupi. Quindi mandavano dei giovani a vivere con loro per impararne la lingua e i costumi e fare poi da tramite con i conquistatori. Antipodi è la storia di uno di questi ragazzi, Nicolas: ha sposato un’indiana, vive nudo nella foresta ed è felice. Si dice che queste persone non volessero tornare in Francia: era l’epoca delle guerre di religione, la disciplina era molto dura. Nel fumetto, il governatore della colonia chiede alla Francia nuovi coloni e gli mandano dei protestanti, mentre lui è cattolico (papista, lo chiamano) e questo genera dei conflitti: volevo scrivere una storia su questi paradossi che rendono la vita più difficile, se non impossibile, da vivere. I bianchi vogliono impedire agli indiani di mangiare carne umana, sono sconvolti dal fatto che non utilizzino vestiti, a loro sembra l’inferno, Sodoma e Gomorra, ma col tempo si rendono conto che la società indigena è in realtà molto organizzata, con delle regole. Ci sono molte contraddizioni che nel fumetto emergono a confronto con un tabù come il cannibalismo. Anche gli europei hanno praticato il cannibalismo in quell’epoca, in situazioni estreme: ne è stato testimone Jean de Léry, un protestante che ha scritto un libro sugli indiani d’America e che poi si è trovato a fare da giudice in una città francese assediata dai cattolici, dove dei cittadini, ridotti alla fame, hanno praticato il cannibalismo. E lui doveva giudicare queste persone, è un episodio che torna anche alla fine di Antipodi.

Al di là della cornice storica, sono presenti anche legami con il religioso, il sacro, l’esoterico, l’invisibile, lo spiritismo, elementi che ritornano spesso nella tua opera. È una scelta interessante, nel momento in cui oggi si sente una certa distanza da queste credenze: è come se avessero ancora qualcosa da dire a noi oggi.
Sì, nei miei fumetti mi piace mettere tutto quello cui l’essere umano è capace di credere. Oggi ci sono ancora molti conflitti tra il cosiddetto “Occidente” e l’Islam: si ritorna alla religione, ma sono religioni dure, integraliste. E all’epoca dei conflitti di religione, dove si svolge Antipodi, si vede che il conflitto rafforza le frange più estremiste, da tutti i lati. Allora è facile pensare di essere dalla parte giusta e disumanizzare l’altro: gli indiani Tupi non andavano nudi per la foresta, coperti di tatuaggi, perché erano selvaggi. Gli europei se ne sono accorti col tempo: i vestiti si riempivano di insetti, animali che ti pungono, e gli indiani si tatuavano con inchiostri fatti con erbe che li tenevano lontani. Tutto corrispondeva a qualcosa. Si vede con i libri: i Tupi non sanno leggere, ma sono affascinati dai libri di Nicolas, capiscono che lì c’è qualcosa di prezioso, di sacro. Nicolas stesso si salva perché sa cantare, che per loro è qualcosa di bello, qualcosa che tengono in considerazione.
Tornando al presente, c’è sempre bisogno di credere in qualcosa: oggi si è molto perso il senso del sacro, ma quella tensione rimane, soprattutto in tempi di crisi. Si trasforma in paura, lo si vede nell’aggrapparsi in maniera così forte a una credenza per respingere tutto il resto, in modi anche brutali. Lo si vede tra Israele e Palestina, ma non è l’unico caso.
D’altra parte, e credo si veda bene ne Il grande male, c’è una forte continuità tra le storie, tra gli immaginari, tra forme di sacro che possono essere riconosciute. Forse è anche questo che fanno le storie.
Sì, assolutamente: è quello che accade, in modo diverso, anche in Antipodi.

Rispetto a come lavori a un fumetto, è evidente un controllo minuzioso, una stratificazione che si avvicina quasi all’intaglio. È come se nei tuoi fumetti si vedesse il tempo disposto sulla pagina. In Antipodi, sorprende invece vedere lo stile di Eric Lambé, che insiste di più sulle distanze infinite tra i corpi, sugli spazi e sui vuoti. Ero curioso di chiederti come è stato per te interfacciarti con uno stile così diverso dal tuo modo di lavorare.
Quando lavoro come sceneggiatore, prima mi metto d’accordo sulle idee con chi disegna, poi faccio sempre una sceneggiatura disegnata. Caratterizzo i personaggi, scrivo i dialoghi, ma tutto con il disegno, io non sono uno scrittore. Poi però mi piace vedere le mie storie disegnate da altre persone e scelgo sempre fumettisti con un disegno molto diverso dal mio. Mi permette di vedere cose diverse, e lascio che siano liberi di cambiare parti di storia e di adattare il loro disegno alla forma di narrazione. Eric Lambé diceva che avevo già fatto tutto io, ma non era vero: infatti ci ha messo moltissimo di suo e sono contento. Era lo stile giusto per questa storia, forse proprio perché racconta di distanze insormontabili e di personaggi che si trovano ad attraversarle.

Al di là di Il grande male c’è un tuo fumetto a cui tu sei particolarmente legato, che ti è piaciuto disegnare?
Sì, l’ultimo, è appena uscito a settembre per L’Association: si intitola Monsieur Chouette. È una storia di finzione, ma si ispira alla mia compagna con cui ho vissuto per dieci anni, prima che morisse di cancro. Avevo già disegnato una breve storia su di lei che l’aveva molto toccata, riconoscendosi nel personaggio. Racconto di una giovane donna che ha paura della propria ombra e che una notte a Parigi incontra uno strano personaggio, Monsieur Chouette, che è uno psicopompo, guida le anime dei morti nell’aldilà. La donna gli chiede se nel mondo dei morti non ci sia un modo per avere meno paura della propria ombra, allora lui la accompagna a visitare l’aldilà, vivendo delle avventure. In Italia uscirà col titolo Signor Civetta a novembre per la casa editrice Sigaretten di Stefano Ricci. Ci sarà anche una mostra di tavole a Bologna, al Cinema Modernissimo: sarà l’evento di anteprima del festival Ad occhi aperti, organizzato dall’associazione Hamelin.

Ti faccio un’ultima domanda. Negli ultimi anni hai vissuto in Italia e volevamo chiederti che rapporto hai sviluppato con questo paese, già in parte affrontato in Diario italiano, e come questo entra nella tua opera.
Non so se ha influenzato la mia opera, ma mi piacerebbe che la influenzasse nel futuro, perché ho voglia di disegnare qualcosa sull’Italia. Ci giro intorno da un po’ e non voglio rivelare troppo, ma mi sto avvicinando a qualcosa che sarà legato a Bologna, una città in cui passo spesso, cui mi sento legato. Sono sempre stato affascinato anche da quelli che chiamano “misteri d’Italia”, vicende storiche mai chiarite o chiarite solo in parte come la bomba di piazza Fontana o il golpe dell’Immacolata, oppure anche la strage alla stazione di Bologna. Vorrei fare un fumetto per metà storico, per metà fantastico. A me aiuta mescolare realtà e finzione, fare una storia di pura fiction mi sembra sempre troppo difficile. Poi mi piace parlare di misteri e credo che il mio modo di fare fumetti si presti. Ho anche altre cose in cantiere, mi piace tenermi impegnato: farò un altro fumetto con Eric Lambé, sui dadaisti, e poi ho un progetto con Paolo Bacilieri, sugli indiani del nord America. Racconteremo l’ultima resistenza degli indiani della foresta, dove ora c’è la frontiera tra Canada e Stati Uniti.
Intervista realizzata dal vivo a Ravenna in occasione del Coconino Fest 2025.
David B.

(Nîmes, 1959) è un fumettista francese. Studia al corso di pubblicità alla scuola di arti applicate Duperré a Parigi, per seguire le lezioni di Georges Pichard. Attivo dalla seconda metà degli anni Ottanta sia come sceneggiatore che come disegnatore per fumetti pubblicati su rivista, è uno dei membri fondatori de L’Associaton, storica casa editrice di fumetto francese che segnerà un punto di svolta nel panorama fumettistico francofono ed europeo. Sulle pagine di “Lapin”, rivista pubblicata proprio da L’Association, si dedica alla propria ricerca grafica affiancato da autori quali Lewis Trondheim, Mattt Konture, Stanislas, Jean-Christophe Menu, Killoffer e Mokeït. La sua bibliografia è ricchissima e si distingue per un uso controllato del bianco e nero attraverso le chine e numerosi riferimenti al fantastico, all’esoterico e al sogno, elementi con cui mescola il proprio vissuto. Questa poetica raggiunge una sintesi con Il grande male, opera in sei volumi pubblicata in Francia a partire dal 1996 in cui l’autore racconta la storia della propria famiglia, la lotta del fratello maggiore con l’epilessia e l’inizio della sua formazione come fumettista. In Italia, i primi due volumi sono stati pubblicati nel 1999 da Rasputin Libri, mentre l’opera completa, in due tomi, è uscita per Coconino Press nel 2004 (da poco ripubblicata anche in formato tascabile). Coconino Press ha pubblicato altre opere di David B.: Babel (in due volumi), Complotti notturni, Dedalus, Diario italiano (volume 1 e 2), Il cavallo pallido e Antipodi (come sceneggiatore, sui disegni di Eric Lambé). Dello stesso autore, Bao publishing ha pubblicato Il re rosa (2010) e Hasib e la regina dei serpenti (2018) mentre per Oblomov è uscito La rivolta di Hopfrog e altre storie (2017), sui disegni di Christophe Blain. Il suo ultimo fumetto è Signor Civetta, in uscita a novembre 2025 in Italia per i tipi di Sigaretten. Da diversi anni vive in Italia.
