Giovan Battista Carpi ricopre un’importanza capitale nel panorama Disney italiano: se è pur vero che ha lavorato molto anche nel fumetto umoristico per ragazzi tout-court, creando personaggi storici come Nonna Abelarda, Geppo e Soldino, è senz’altro con Paperi e Topi che l’artista ligure ha trovato la propria consacrazione, impostando e sviluppando uno stile certosino e raffinato che ha fatto scuola… anche letteralmente, se si pensa che si deve a lui la formazione dell’Accademia Disney negli anni Novanta.
È inoltre doveroso sottolineare come Andrea Freccero, attuale art director per Topolino, si rifaccia direttamente ed esplicitamente allo stile del Maestro, riportando quel riferimento estetico al centro della scena per i giovani disegnatori dopo un lungo periodo in cui era il segno di Giorgio Cavazzano ad essere pressoché l’unico modello a cui si guardava.

Carpi raggiunse probabilmente l’apice del suo stile attorno agli anni Ottanta, e parallelamente trovò proprio in quel periodo gli stimoli che l’hanno portato a firmare anche alcune sceneggiature; tra queste spiccano in particolare gli adattamenti di quattro immortali opere letterarie, che l’estro e la bravura dell’autore sono riusciti a rendere perfettamente in chiave disneyana.
Nel 1976 venne pubblicata Sandopaper e la perla di Labuan, alla cui scrittura collaborò lo sceneggiatore Michele Gazzarri e che conobbe nel 1988 un sequel – curato dal solo Carpi – con Le due tigri; nel 1986 e nel 1989 uscirono invece rispettivamente Guerra e pace e Il mistero dei candelabri.
Nei primi due casi il riferimento era la mitologia immaginata da Emilio Salgari, mentre Guerra e pace affrontava la sfida di adattare in una storia Disney l’omonimo e impegnativo tomo di Lev Tolstoj; l’ultima storia citata mixava invece le trame de I miserabili di Victor Hugo e de I misteri di Parigi di Eugène Sue.
Opere, atmosfere e narrazioni diverse tra loro, ma tutte ardite da calare nel contesto disneyano. Niente che abbia però spaventato Gibì Carpi.
I paperotti di Mompracem

L’epopea salgariana fatta di avventure piratesche, atmosfere esotiche, sette devote a strani culti, giungle e arrembaggi, ha popolato la fantasia dei ragazzi per almeno tre generazioni, trovando consacrazione nel nostro Paese con lo sceneggiato Sandokan diretto da Sergio Sollima e trasmesso dalla Rai nel 1976, nel quale l’attore Kabir Bedi vestiva i panni dell’omonimo protagonista.
Pochi mesi dopo la messa in onda della fiction, anche Topolino accolse un proprio adattamento dei romanzi di Salgari: con Sandopaper e la perla di Labuan esordiva la versione beccuta della Tigre della Malesia, grazie a una storia in due parti che riusciva a unire il sapore delle opere originali all’umorismo disneyano.
La trama gira per buona parte attorno all’equivoco sulla perla del titolo: con questo termine ci si riferisce a Paperanna, nipote del ricco Lord Paperonk di cui Sandopaper si invaghisce, ma anche a un vero gioiello grande come una palla da bowling, portando a un fraintendimento di fondo che costella diversi passaggi dell’intreccio.
Se l’avventura rappresenta il tratto distintivo della narrazione di Gazzarri e Carpi, non è da meno la comicità di cui sono naturali portatori questi personaggi: il gusto per il paradosso o per l’eccesso si vedono in certe trovate, come il protagonista che decide di farsi sparare da un cannone per raggiungere la nave della propria amata finendo però nella caldaia dell’imbarcazione, in una sequenza ritmata e spassosa. Alcune gag patiscono il passaggio degli anni, ad esempio la caratterizzazione stereotipata di Paperanna come un’insopportabile chiacchierona o gli scherzi di Sandopaper ai danni del compare Yanez a suon di sigari truccati, ma colpisce come ogni siparietto appaia tutt’oggi ben amalgamato nell’insieme narrativo.

Cardine di ogni parodia disneyana è la capacità dei personaggi Disney di vestire con naturalezza i panni dei protagonisti della letteratura: Sandopaper non fa eccezione, dal momento che la personalità focosa del pirata salgariano rivive senza forzature nel carattere collerico di Paperino, così come la cocciutaggine e l’affrontare a testa bassa – anche sconsideratamente – certe sfide sono tratti che abitano in entrambe queste figure, come fa ben notare lo sceneggiatore Alessandro Sisti nella prefazione al volume del 2024 che ristampa la storia e il suo seguito.
Le comiche intemperanze del papero, certamente appartenenti alla sua essenza e che lo portano addirittura a fare a fettine un albero o a far sparare dal suo praho ogni genere di suppellettili, non suonano quindi fuori posto – benché in versione amplificata – nemmeno se adattate al Sandokan originario.
Giovan Battista Carpi questo lo sapeva bene, avendo sempre presente tanto la versione originaria del personaggio – dall’animazione ai fumetti di Carl Barks – tanto quella italiana di Guido Martina, sceneggiatore che aveva trasformato Donald Duck in una vittima della società, nevrotico al punto da diventare egli stesso una figura a tratti negativa per taluni atteggiamenti verso l’esterno.
In una sorta di armoniosa crasi tra queste visioni e le necessità della parodia, Sandopaper nella sua caratterizzazione appare dunque equilibrato e al contempo adatto alla figura letteraria cui si ispira.

In Le due tigri si ritrovano tutti questi elementi, per quanto mischiati con un’atmosfera crepuscolare che allude a un cambio d’epoca, con la fine della pirateria e la necessità da parte del protagonista di adattarsi al mutamento dei tempi, ma solo dopo un’ultima avventura: salvare la bella Ada, fidanzata dell’amico Tremal-Naik rapita dai Thugsotti per farne una baiadera della dea Kalì.
La missione ha tutti gli ingredienti del romanzo salgariano, a partire dall’ambientazione, ma Carpi è abile nel ricorrere ancora una volta a un umorismo ben dosato che costella i vari passaggi della vicenda: dal tormentone del piccolo ma mordace coccodrillo alle reazioni di Sandopaper, impaziente di fronte agli imprevisti e fintamente coraggioso quando inizia il pericolo.
A fare da contrappunto a tutto ciò troviamo una sottile satira al consumismo, con la giungla nera in cui si muovono i protagonisti trasformata in una specie di villaggio turistico nel quale Lord Paperonk ha disseminato servizi a pagamento monetizzando ogni prodotto naturale e ogni sentiero. Anche il fatto che Sandopaper finisca per aprire la prima pizzeria di Calcutta come unico possibile sbocco professionale la dice lunga sulla visione disincantata con cui l’autore guardava al progresso e, in definitiva, alla fine dell’era fantastica e avventurosa di cui il Sandokan di Salgari era in qualche modo portatore.

Artisticamente, come accennato, siamo alle porte del decennio di massimo splendore di Giovan Battista Carpi: l’opera del 1977 è in realtà ancora parzialmente figlia della fase precedente, in particolare nei becchi che appaiono più lunghi e sottili di quelli che avrebbe disegnato dieci anni dopo.
Le corporature papere apparivano inoltre più slanciate e dinamiche, grazie a un segno molto sottile e sintetico che definisce i personaggi.
Ne La perla di Labuan i Bassotti erano più fedeli al classicismo barksiano, in particolare negli sguardi truci dipinti sul volto, mentre ne Le due tigri avrebbero assunto una gamma espressiva più variegata e maggiormente distinguibile come carpiana.
Infine si nota come, nella prima storia, i personaggi secondari tradissero i lavori dell’artista dei decenni precedenti nel character design: i tigrotti di Sandopaper appaiono come dei beoti male in arnese, caratterizzati da connotati fisici certamente comici e ben poco arrembanti.
Anche la rappresentazione di navi, palazzi e giungle è felicemente aderente a quel tipo di fumetto umoristico, semplice e al contempo dettagliato nel voler dare un contesto alla vicenda, con qualche tocco alla Benito Jacovitti; non mancano scelte suggestive come l’uso delle silhouette per mostrare personaggi muoversi nell’ombra, o sopra le righe come animali con gli occhiali da vista o il sole dotato di bocca e occhi, tutti tratti distintivi del segno di Carpi.
Punto in comune tra le due storie è la capacità di giocare con la griglia in anni nei quali non era affatto una consuetudine: le quadruple abbondano e sono utilizzate con cognizione di causa, spesso in una pagina una vignetta è più grande delle altre e le “invade”, alcuni riquadri sono dotati di un bordo obliquo anziché dritto e in talune occasioni il disegnatore imposta una vignetta doppia non in senso orizzontale ma verticale per rappresentare una scena che si sviluppa in altezza.
In Le due tigri vi è addirittura una splash page rovesciata, leggibile ruotando l’albo di novanta gradi e che la recente ristampa in volume ha invece ingrandito e spalmato su due tavole contigue.
A proposito del cartonato del 2024, oltre alla già citata introduzione di Sisti – che si è occupato di far tornare il personaggio su Topolino in una sorta di soft-reboot disegnato da Freccero – è presente un lungo approfondimento a cura di Davide Del Gusto che permette di apprezzare meglio le opere contenute, insieme a un’interessante galleria di copertine dedicate alle ristampe delle storie di Sandopaper.
Il Paperone di Russia

In che modo il papero più ricco di tutte le Russie può difendere i suoi averi dai Bassotti della Steppa, evasi dalle colonie penali in Siberia? La soluzione a questo cruccio di Paperon de’ Paperzukoff la trova il suo mondano e sfaccendato nipote Paperino Paperzukoff, suggerendogli di fondere il suo oro in finte palle di cannone; peccato che nel frattempo stia scoppiando la guerra tra la Russia dello zar Alessandro I e la Francia di Napoleone Bonaparte, con forte richiesta di munizioni!
Un incipit gagliardo e fortemente disneyano, nel mostrare il Paperone di turno sviluppare un’idea per difendere il proprio patrimonio dai rapaci Bassotti, che si avvia con naturalezza tra le pieghe del dramma storico di Lev Tolstoj e ci regala un Paperino fenomenale. Carpi dimostra di conoscere perfettamente il personaggio e lo mostra in tutte le sue sfaccettature, anche contraddittorie ma che gli sono proprie: dapprima la pigrizia e l’impellenza di sfuggire a tutti i costi da ogni forma di fatica, poi l’insofferenza alle norme che gli vengono imposte – come quando rifiuta il matrimonio d’interesse con un’isterica contessina – e infine la capacità di tirare fuori grande coraggio e spirito d’iniziativa buttandosi nell’azione, senza dimenticare l’animo romantico nei confronti della Paperina di turno, alias Natascia Rostof.

Graficamente queste nuance vengono caratterizzate tanto dagli abiti – che sono molto eleganti all’inizio della storia e diventano più spartani nel momento in cui il protagonista deve inoltrarsi sui campi di battaglia – ma anche nel volto: disteso e sorridente in principio, esasperato quando si trova costretto dallo Zione a compiti che non gli piacciono, mentre nel cuore della narrazione assume espressioni volitive e addirittura sarcastiche, a far da contrappunto a quelle spaventate del cavallo che lo accompagna nell’impresa.

La parte centrale della vicenda raccoglie in sé una grande carica emotiva: nel vedere questo Paperino aggirarsi di nascosto per una Mosca data alle fiamme non si può che rimanere avvinti dalle tonalità che assume il racconto, anche grazie ai maestosi disegni.
La spread page che mostra la città incendiata è altamente evocativa, così come diverse vignette in notturna rappresentate nei passaggi immediatamente successivi. Irresistibili, di contro, certi contrappunti nei quali Carpi illustra nel dettaglio, a lato delle pagine, le uniformi dei due eserciti in guerra, anche con divertenti siparietti nei quali le divise appaiono man mano sgualcite o parzialmente bruciacchiate e strappate.
Sempre a proposito dei disegni, non si possono inoltre non citare la plasticità con cui viene raffigurato Paperino intento a prendere al volo con un retino le preziose palle di cannone o le scene romantiche insieme a Natascia, fino ad arrivare alle ultime due pagine in cui la gabbia si scompone per ospitare “il bacio più lungo della storia del fumetto” mentre un disperato Paperzukoff rappresentato in silhouette si aggira per i campi di Borodino alla ricerca del suo oro usato in battaglia. Ogni pagina viene curata in modo certosino ed è graziata da un’eleganza del tratto veramente raffinata.
La preziosa edizione da libreria del 2025 permette di evidenziare il lavoro artistico di Carpi grazie al recupero di alcune tavole originali operato da Alberto Brambilla, che ha curato la parte redazionale.
La misteriosa Parigi per un papero in fuga

Paperjean, avo francese di Zio Paperone, è un fuggiasco: finito in carcere per aver rubato del pane spinto dalla fame, evade e da allora, pur essendosi redento e avendo raggranellato onestamente un certo gruzzoletto, vive nel terrore di essere catturato dall’ispettore Javert.
Quando incrocia sulla propria strada una povera orfanella adottata da una coppia di locandieri aguzzini, decide di prenderla con sé e di costruirsi una nuova vita a Parigi.
Da questo input, che richiama i plot dei classici romanzi d’appendice del secolo scorso, prende poi avvio una caccia nientemeno che al tesoro di Carlo Magno, grazie a due candelabri di cui il protagonista è venuto in possesso.
La chiave di lettura della storia è proprio nella dicotomia tra povertà e ricchezza, che permette di mettere in luce cosa è disposto a fare chi vuole passare dalla prima alla seconda condizione e come qualcuno sa contentarsi di quello che ha senza troppe recriminazioni.
Il resto del cast, composto dalle controparti di Rockerduck e dei Bassotti tra le fila dei cattivi e da quelle di Paperino e Qui, Quo, Qua – rispettivamente identificati come uno squattrinato poeta e come tre bambini di strada che lavorano come spazzacamini – non sono altro che lo specchio principale attraverso cui identificare il tema cardine della narrazione, ben visibile sotto la patina avventurosa della ricerca del bottino e oltre alle gag, che si concentrano sulla fifa di Paperjean nei confronti di Javert – onnipresente come un’ombra – e sulla naturale comicità di Paperino.

Le atmosfere di questa Parigi di inizio Ottocento sono trasmesse da Carpi con tutte le suggestioni del caso, in particolare nelle location scelte: l’autore fa muovere i Paperi in diversi punti della città, dal centro alla periferia, dai tetti delle catapecchie a Notre Dame, fino alle fogne sotterranee nelle quali si consuma il climax della vicenda. Tutte queste ambientazioni vengono rappresentate con perizia e gusto dal disegnatore: scorci e monumenti parigini appaiono realistici mentre il sottosuolo parigino possiede aspetti più fantasiosi nel mostrare cripte, archi e corridoi, in una sorta di compendio tra diversi luoghi angusti e misteriosi dell’immaginario popolare.
I personaggi sono illustrati con grazia e con uno stile ormai pienamente codificato da Carpi, il quale ha raggiunto da una parte una certa sintesi per talune figure – come Rockerduck – e dall’altra lavora di fino su abiti, espressioni e recitazione: Paperjean e gli altri si muovono infatti sulle pagine con piena cognizione di sé, degli spazi che occupano nelle vignette e con un dinamismo vivace e originale, in interpretazioni sempre convincenti che fondono mirabilmente le loro caratteristiche con quelle dei ruoli che vestono per l’occasione.
Anche stavolta l’artista lavora in maniera interessante sulla griglia, specialmente nella seconda e nella terza parte quando ricorre volentieri a delle quadruple d’effetto, spesso integrate con riquadri che vanno a inserirsi sull’immagine sottostante. Il momento in cui Qui, Quo, Qua si arrampicano sulle guglie di Notre Dame è visivamente spettacolare, ma così anche le scene ambientate nelle fogne e in generale tutta l’ultima decina di tavole sono ricche di splash page, ampie vignette e costruzioni di gabbia inusuali che riescono nello scopo di coinvolgere il lettore in maniera coerente con l’incedere della trama.
Quando Giovan Battista Carpi ha voluto contribuire al filone delle Parodie Disney, non solo come disegnatore ma anche come sceneggiatore, ha voluto misurarsi con veri kolossal della letteratura mondiale approcciandocisi in maniera “seria” e piuttosto aderente alle opere di partenza, mantenendo comunque sempre ferma la fedeltà al carattere dei Paperi e raggiungendo risultati artistici maiuscoli nelle tavole. Ha così consegnato ai lettori alcune tra le storie più memorabili appartenenti a questa fortunata corrente narrativa.
Abbiamo parlato di:
Sandopaper – Storie a fumetti ispirate ai romanzi di Emilio Salgari
Giovan Battista Carpi, Michele Gazzarri
Panini Comics, 2024
128 pagine, cartonato, colori – 24,00 €
ISBN: 9788828788058
Guerra e pace
Giovan Battista Carpi
Panini Comics, 2025
80 pagine, cartonato, colori – 22,00 €
ISBN: 9791221918090
Parodie Disney De Luxe #48 – Il mistero dei candelabri
Giovan Battista Carpi
Panini Comics, 2024
120 pagine, cartonato, colori – 17,50 €
ISSN: 977238501800040048
