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Alla ricerca del tempo “Céleste”: il Proust segreto di Cruchaudet

16 Luglio 2025
In “Céleste”, Chloé Cruchaudet svela il Marcel quotidiano: fragile, visionario, umano, raccontato attraverso la voce della sua governante e confidente.
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Non è semplice approcciare con un’operazione artistica certi autori considerati, più che dei mostri sacri, delle vere e proprie pietre miliari nella storia della letteratura. Ancora più difficile è affrontare un autore complicato come Marcel Proust, che con il suo colossale Alla ricerca del tempo perduto è considerato uno degli scrittori più importanti del XX secolo.

À la recherche du temps perdu è un’opera verosimilmente inadattabile, un romanzo-fiume di sette volumi che esplora la natura del tempo, della memoria e dell’esperienza umana. Un capolavoro che ha influenzato generazioni di scrittori e continua a essere letto e studiato per il tipo innovativo di scrittura e per l’esperienza unica che offre nell’esplorazione della psicologia umana. E anche raccontare la vita del suo autore, per quanto impresa forse meno ardua, non sarebbe comunque facile vista la proverbiale riservatezza dello stesso Proust.

A smentire questa premessa c’è però il lavoro di Chloé Cruchaudet, disegnatrice e autrice francese già nota oltralpe per opere di successo come Degenerado (2013), premiato in patria nel 2013 con il Landerneau, il Premio Lire al miglior fumetto dell’anno e il Gran Premio della critica ACBD. Con il suo Céleste, pubblicato in Francia da Soleil Productions e in Italia da Coconino Press, Cruchaudet non tenta né l’adattamento della Recherche né una biografia rigorosa di Marcel Proust. Si avvicina invece alla figura comunque dominante dello scrittore, attraverso uno sguardo inedito: quello di Céleste Albaret, la donna che dà il titolo al volume.

Il libro è diviso in due parti, più un epilogo, e racconta appunto la vita di Céleste che nel 1913 conosce Proust. Ma il fumetto si apre nel 1956 (lo scrittore morì nel 1922), con due antiquari che si presentano a un’anziana Céleste impegnata con inquilini polacchi insolventi. È questo incontro a innescare i flashback che animano una trama destinata ad attraversare i decenni, a partire proprio da quel 1913 quando una ragazzina di campagna arriva alla “corte” di monsieur Proust come fattorina, grazie al marito Odilon, autista dello scrittore.

In una narrazione non lineare, costruita intorno a flashback dentro ad altri flashback, Cruchaudet crea un racconto sempre chiaro e facilmente leggibile, sfruttando anche citazioni dirette dall’opera di Proust (inserite a volte in didascalie fantasiose, ondulate, simili alle poesie visive di Apollinaire) che riempiono di significato e abbelliscono molte delle sequenze più importanti. È evidente il lavoro di documentazione e di approfondimento dell’autrice che si ispira (come confermano fonti e riferimenti elencati in chiusura) a storie vere, libri storici e saggi. Un’esperienza che le consente di costruire allegorie e parallelismi molto coinvolgenti, in particolare quello fra l’abitudine di Céleste di ricamare e aggiustare gli abiti e quella di Proust di ricamare e riscrivere continuamente i suoi testi, che ricorre per tutto il libro.

Se Proust è il protagonista honoris causa, Céleste non è da meno grazie a un arco narrativo che la trasforma da ragazza inesperta che non sa far nulla, nemmeno parlare in terza persona, a donna matura e consapevole. La sua metamorfosi non è soltanto lavorativa – da fattorina a maggiordomo, a centralinista e infine a confidente irrinunciabile per l’autore – ma inevitabilmente intima: attraversa insicurezze, preoccupazioni, un crollo emotivo, per raggiungere nuove consapevolezze. La sua presa di coscienza passa anche per un amore platonico (che ricorda però il catulliano carme odi et amo), per la dedizione e per la capacità di assorbire, metabolizzare e trasformare le nevrosi e i vezzi di Proust. Il risultato è una Céleste “amica fino alla fine”, la cui crescita tiene il lettore incollato alle pagine ancor più del  voyeurismo – affettuoso, non scabroso – su vizi, capricci e stramberie di Proust.
Che sono comunque una parte importante del libro: aneddoti come la predilezione per il caffè filtrato “che non fa dormire per tre giorni” e altre manie proustiane si intrecciano alla narrazione, sia attraverso i dialoghi sia tramite le lettere che Céleste spedisce a casa o al marito. Proprio i dialoghi caratterizzano i personaggi, ognuno dei quali usa un linguaggio peculiare: Proust, naturalmente, parla con un lessico colto e ricco, mentre Céleste e Odilon sono inizialmente più grezzi e popolari. Alla riuscita di testi e battute concorre anche l’ottima traduzione italiana, firmata da Simona Munari e Sara D’Ippolito.

Lo stile di disegno di Chloé Cruchaudet  è caratterizzato da un tratto morbido ed essenziale nel tratteggiare sia i personaggi sia le ambientazioni, senza per questo perdere in espressività o dettagli. I pastelli sono usati con delicatezza, mentre grande attenzione è riservata agli elementi storici e ambientali: dalle auto agli abiti d’epoca, dai palazzi parigini ai tappeti di lusso, dall’arc du triomphe a una piazza con mercato. Sullo sfondo, il passaggio della Prima guerra mondiale segna la parabola di Céleste, che da fattorina incaricata di consegnare nelle case dei ricchi la “carne e il sangue” di Proust (cioè copie del suo primo romanzo), si ritaglia un ruolo sempre più centrale diventando un punto di riferimento e a volte un’ispirazione per lui.
La griglia alterna impostazioni regolari (con la particolarità delle vignette scontornate) a tavole più libere, spesso scandite dalle parole di Proust, fino a splendide splash page singole o doppie, come la ricostruzione di un’abitazione a pagina 24 o le visionarie tavole 100 e 101, con una Céleste intimidita che cede alla fantasia, guidata da un racconto dello scrittore.

Anche la colorazione recita un ruolo primario. Le tinte sono delicate – gialli slavati, violetti gentili, verdi acquosi – e cambiano a seconda delle sequenze restituendo appieno atmosfere e sensazioni della Parigi degli anni Venti. Ma anche, come a tavola 14, gli odori della ville lumière, non sempre gradevoli. Sono poi gli sfondi colorati delle singole vignette a fare da margine alle stesse, sempre scontornate e separate da uno spazio bianco irregolare. In altri casi, ad esempio la doppia alle pagine 56 e 57, sono i colori a esplicitare il processo creativo proustiano, mentre la luce ambrata a tavola 112 diventa simbolo di libertà. Magnifica la sequenza da tavola 218 a 225, aperta da un’esplosione di rosso e sublimata in un bosco fatto di frasi tratte dalla Recherche, che diventano tronchi d’albero.

Quello che dipinge Cruchaudet in Céleste è un duplice ritratto. Di Proust, che emerge come uomo meno cupo e più dandy di quello granitico, inarrivabile, studiato a scuola. Un bambino capriccioso e geniale, viziato e alienato da una realtà che non sa apprezzare. E della donna accanto a lui, Céleste, molto più di una domestica: un’osservatrice attenta, una complice, una personalità che assorbe tutto e lo riversa nella crescita personale e in piccole grandi passioni che la conducono, proprio come Proust, a interrogarsi su se stessa e sul mondo. A “proustificarsi”, per usare le parole dell’autrice, dimostrando però che un ricamo floreale può valere quanto un’opera letteraria immortale. Per questo anche Proust, in qualche modo, si “celestizza”, in una storia letteralmente senza tempo. Chloé Cruchaudet infatti, a parte la data iniziale e un laconico “tre anni dopo” nel finale, non inserisce altri riferimenti temporali, per un volume che somiglia a una lunga frase con tanta punteggiatura, a una strada dove il tempo è relativo. O forse perduto.

Abbiamo parlato di:
Céleste
Chloé Cruchaudet
Traduzione di Simona Munari e Sara D’Ippolito
Coconino Press, 2025
264 pagine, colori – 25,00 €
ISBN: 978-8876188008

Giovanni Dacò

Giovanni Dacò

Da molti anni legge fumetti. Per pagarseli ha fatto anche il giornalista, il giardiniere, l’addetto stampa, il muratore, il direttore di riviste, l’agricoltore, lo scrittore.

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