
Due lettori di generazioni differenti, separati anagraficamente da un paio di decenni, conoscono e si appassionano a storie scritte da uno stesso autore in modi diversi.
C’è chi – tardo adolescente tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90 – riscopre in edicola quei fumetti di supereroi che avevano popolato la sua infanzia e, in un attimo, rinasce l’amore per quei personaggi e si accorge che alcuni di loro sono diventati adulti come lui. Come l’Uomo Ragno, che ha un inaspettato e affascinante costume total black, e si dibatte in un’avventura noir, tragica, amara e disperata. Non più quegli eroi dai colori sgargianti che accendevano la fantasia di un bambino nei giorni estivi e gli facevano immaginare di possedere poteri impossibili mentre saltellava tra gli ombrelloni di una spiaggia versiliana; bensì uomini e donne che soffrivano e faticavano a far convivere il proprio spirito di abnegazione ed eroico altruismo con il desiderio di una vita normale, fatta di affetti e amicizie.
C’è poi chi – adolescente nel primo decennio del XXI secolo – come molti lettori della sua generazione ha uno dei primi contatti con le grandi storie del fumetto statunitense (e non solo) grazie alla collana di collaterali I Classici del Fumetto di Repubblica, operazione editoriale e culturale che, pur nei suoi limiti (soprattutto di formato e, a volte, di selezione delle storie), ha permesso a un pubblico vastissimo di leggere, a prezzi accessibili, alcuni capolavori della nona arte, introdotti e riletti attraverso ottimi apparati redazionali. Tra un Corto Maltese e un Dylan Dog, tra Peanuts e Asterix, l’interesse di questo secondo adolescente veniva calamitato dai supereroi: attraverso storie singole, come frammenti da mondi simili ma anche diversi, conosce l’Uomo Ragno di Lee, Ditko, Romita Sr. e Jr., Gerry Conway e Ross Andru; oppure il Daredevil di Frank Miller e Ann Nocenti; gli X-Men di Claremont, Byrne e Barry Windsor-Smith, ma anche Morrison e Quitely.
Nero il suo costume, mentre il cuore bianco è…

Quello che il ragazzo degli anni ’90 aveva riscoperto era l’Uomo Ragno de La morte di Jean DeWolff (pubblicato originariamente nel 1985 su Peter Parker, The Spectacular Spider-Man # 107-110, per i disegni di Rich Buckler): una storia che, seppure non conosciuta come altre quali Watchmen o Il Ritorno del Cavaliere oscuro, segna uno dei capisaldi del periodo di trasformazione del fumetto statunitense, quelli della decostruzione del supereroe, un racconto intenso e molto maturo, che recupera gli elementi delle storie più pulp del personaggio, attualizzandole e approfondendone l’aspetto drammatico e introspettivo, un paio di anni prima del capolavoro di DeMatteis e Zeck, L’ultima caccia di Kraven. Sceneggiatore di quella storia era Peter Allen David, per i fan PAD (un acronimo che avvicinava ancora di più quell’autore a quel lettore adolescente, che gli amici chiamavano proprio in quel modo abbreviandone il cognome), scrittore poliedrico e capace non solo di inserirsi nel momento storico, ma di forgiarlo e di coglierne gli aspetti migliori.
Uno, due… tanti Hulk
Tra i vari eroi che aveva scoperto il giovane ragazzo degli anni 2000 c’era anche Hulk. E la particolarità del volume dedicato al Gigante di Giada era che, a parte la prima storia di Stan Lee e Jack Kirby, tutte le altre erano disegnate da artisti diversi, ma scritte sempre da un unico autore: sempre Peter Allen David, o PAD.
Non un caso, visto che in dodici anni di gestione del personaggio, David aveva riscritto completamente il suo mito, rifondandolo alle radici, attraverso un approfondimento mai visto prima.
Attraverso quelle poche, famosissime storie1 non solo si potevano conoscere alcuni dei momenti più importanti della storia del personaggio, ma anche iniziare a conoscere uno sceneggiatore capace di unire commedia e dramma, attualità e avventura, approfondimento psicologico e pianificazione della trama, il tutto unito da una magistrale capacità di gestire la narrazione a fumetti, addentrandosi a volte nei territori del racconto letterario (in particolare in Sabbie Piatte e desolate, dove i disegni di Adam Kubert diventano illustrazioni pittoriche che accompagnano i testi lirici).
PAD era questo, uno sceneggiatore che basava le sue storie sui dialoghi, capace di prendere una serie minore, dedicata a una creatura tutta muscoli la cui massima espressività era racchiusa in “Hulk spacca e distrugge!”, gestirla per oltre un decennio e farla diventare una delle testate più profonde della Marvel Comics, con un approfondimento psicologico dei personaggi tanto efficace quanto sorprendente per un fumetto dedicato a Hulk.
Ogni volta…

La prima volta che incontri Peter David non la scordi più, ma neanche la successiva e quella dopo ancora: una probabilità piuttosto alta, vista la prolificità (non solo come sceneggiatore, ma anche come scrittore di prosa, in particolare dei premiati romanzi di Star Trek) e la sua presenza nel fumetto statunitense che si è protratta per più di quarant’anni. E una presenza non da comprimario, ma da assoluto protagonista, da vero supereroe del genere.
La sua run di Hulk non solo rifonda il personaggio per il nuovo millennio, riscrivendone storia, motivazioni e ampliandone il cast, ma riesce a coniugare elementi di attualità e di cupezza con altri più bombastici e avventurosi, definendo quel momento di transizione tra gli anni ‘80 e gli anni ‘90 del fumetto di supereroi.
E sempre negli anni ‘90 David crea un’altra delle icone del decennio, quello Spider-Man 2099 che scrive per 43 numeri di seguito e a cui dà forma grafica Rick Leonardi, che rappresenta una delle poche, vere pietre miliari di un periodo molto convulso, capace per la prima volta di immaginare di nuovo un personaggio senza eguali come l’Uomo Ragno, ma anche capace di attraversare il suo periodo storico e tornare protagonista oggi, negli anni ‘20 del 2000, grazie a Spider-Man: Into the Spiderverse.
E tra un Aquaman – a cui mozza una mano – e una Supergirl per la DC Comics, anche loro reinventanti e riportati a un ruolo centrale negli anni ‘90, e una Young Justice scritta come un autentico fumetto per adolescenti, non si può non parlare di X-Factor, vero e proprio supergruppo pupillo dello scrittore, su cui è tornato a più riprese scrivendo alcune delle pagine più belle del mondo mutante e forse del fumetto Marvel in generale.
Quel Fattore X così problematico, così affascinante…
Quel lettore post adolescente negli anni ’90 che, novello studente universitario, scopre il fascino della lettura direttamente in lingua originale si innamora di un gruppo mutante disastrato e problematico come l’X-Factor che David scrive con il suo stile inconfondibile, supportato alle matite da tanti campioni di quel periodo ipertrofico (Joe Quesada tra gli alti) e con testi capaci di approfondire i personaggi, la loro psiche senza mai perdere di vista l’azione.
Quella che David mette in campo, capitanata da Alex Summers e Lorna Dane, è una squadra di personaggi instabili su cui lo sceneggiatore compie un lavoro di approfondimento psicologico ricchissimo che culmina in un albo (X-Aminations, X-Factor vol. 1 #87, feb. 1993, matite di Joe Quesada, chine di Al Milgrom, colori d Marie Javins) che resta ancora oggi un piccolo gioiello imperniato sulla terapia e la psichiatria, pallini di David. Una seduta di analisi dell’intero gruppo mutante, nella quale vengono spietatamente messe a nudo le idiosincrasie di ciascuno dei componenti: un lavoro di decostruzione psicologica con una trama basata esclusivamente sui dialoghi che ipnotizza e avvince il lettore e non lo lascia per nessuna delle 23 pagine della storia.
All’adolescente degli anni 2000 invece resta nel cuore il Peter David della terza serie dedicata X-Factor, una delle letture che arricchivano la testata italiana X-Men Deluxe.
L’equilibrio tra ironia e tensione, le dinamiche di un gruppo di X-Investigatori disfunzionale, le tragedie personali che hanno a che fare con la vita di tutti noi (nascita e morte, maternità e gravidanze interrotte, amore e rotture di amicizie) faceva delle avventure di Jamie Madrox & Co una di quelle storie al tempo stesso totalmente supereroistiche e fuori dal tempo e dal canone, capaci costantemente di mescolare i generi, il tono, di far ridere e piangere, gioire e atterrirsi nel giro di poche pagine.
Semplicemente solo…

Nel momento in cui la salute ha iniziato a non assisterlo, anche quando le storie non erano all’altezza (alcuni episodi di Spider-Man e i tentativi di revitalizzare, con poco successo, l’universo 2099, varie storie apocrife di Hulk e dello Spider-Man del periodo simbionte), vedere il nome di David era sempre un’occasione di conforto per il lettore: anche nel peggiore dei casi, l’autore sarebbe riuscito comunque a inserire almeno uno degli elementi che lo rendevano così speciale. E forse è la nostalgia, o il glorificare le cose vissute quando si è giovani, ma come non ricordare con affetto anche il suo Capitan Marvel di inizi anni 200, con quel Genis-Vell pazzo e disperato nel ripercorrere i passi del padre; il suo Tempest Fugit che, tributo d’amore e di affetto per Hulk, chiudeva e riazzerava la run del personaggio targata Bruce Jones, deragliata su binari dissestati nel tratto finale; la sua Nuovissima X-Factor, forse la più debole delle sue gestioni del gruppo, ma comunque mossa da una chimica di gruppo deliziosa e ben scritta.
Per chi segue il mondo del fumetto USA, la notizia della morte di Peter David non è sicuramente arrivata a ciel sereno: da anni gravi problemi di salute lo affliggevano, e da anni in tanti si erano mobilitati per supportarlo, dati gli elevati costi non coperti dalle assicurazioni sanitarie statunitensi, conferma di uno dei sistemi sanitari più iniqui al mondo.
Da lontano osservavamo le difficoltà crescenti e cercavamo di supportare sulla piattaforma GoFundMe uno dei veri, grandi del fumetto statunitense: non uno di quelli che vanno nei titoli di prima pagina con iniziative roboanti, ma uno di coloro che hanno lasciato il segno grazie alla loro creatività e la loro capacità, anche alla loro partecipazione alla riflessione sul fumetto grazie a saggi, rubriche e articoli.
E con lo stesso sgomento osservavamo quello che tante volte abbiamo visto succedere: un creatore in difficoltà e le aziende che ha reso grandi che gli girano le spalle, se ne lavano le mani o fanno il minimo indispensabile per aiutare. Anche in questo caso, David è diventato suo malgrado un ennesimo simbolo, quello delle pratiche deplorevoli di colossi come Marvel e DC, che sfruttano e continueranno a sfruttare il lavoro dei propri creativi senza sentirsi in dovere di essergli riconoscenti, abbandonandoli mentre le loro creazioni appaiono in film, serie animate, videogiochi e merchandising. Una battaglia per i diritti che ha accomunato Jack Kirby, Neal Adams e tanti altri, oltre che enti di aiuto come la lodevole Hero Initiative.
Il lettore adolescente degli anni ’80 e quello degli anni 2000 si sentono in dovere di ringraziare e ricordare Peter David, la sua passione, la sua bravura, le storie che ci ha regalato, storie da rileggere perché sempre attuali. Provate a chiedere ad Al Ewing se ci potesse mai essere stato quel gioiello del fumetto contemporaneo che è Immortal Hulk, se prima non ci fossero state le storie di David.
E se l’adolescente, oggi ultra cinquantenne, si sente ancora stupidamente orgoglioso di portare lo stesso nome di battesimo e di avere un cognome le cui prime tre lettore sono le stesse del modo in cui amava firmarsi uno dei suoi scrittori di fumetti preferito e più ammirato, per l’adolescente oggi trentenne e ancora giovane padre di famiglia, il fatto che il giorno della morte di PAD, la propria figlia abbia chiesto per la prima volta di guardare un cartone di Hulk, non suona come un caso: magari un giorno, se vorrà, leggerà un fumetto del personaggio, proprio uno di quelli scritti da Peter Allen David.
E così la sua eredità continuerà, come si addice a ogni leggenda, a un vero supereroe del fumetto statunitense.

- La psicanalisi di Hulk, The Incredible Hulk vol 2 # 377, 1991, disegni di Dale Keown e inchiostri di Bob McLeod; Torna Abominio ! e Piccole Bugie, The Incredible Hulk vol 2 # 383-384, 1991, disegni di Dale Keown e inchiostri di Mark Farmer; All’ombra dell’AIDS, The Incredible Hulk vol 2 # 420, 1994, disegni di Gary Frank e inchiostri di Cam Smith; Of All Sad Words, The Incredible Hulk vol 2 # 466, 1998, disegni di Adam Kubert, chine di Mark Farmer e colori di Steve Buccellato; Sabbie piatte e solitarie, The Incredible Hulk vol 2 # 467,disegni di Adam Kubert, chine di Sean Parsons e colori di Steve Buccellato ↩︎
