

Eric Drooker abita a New York da tre generazioni. La città per lui è una brulicante entità, un sauro dormiente che sogna, e che nel suo sognare trascina i propri abitanti. La città esiste da prima dell’uomo, ha in sé profonde radici, storie di antichi popoli e atavici sentimenti.
Andando ad analizzare i singoli racconti, Casa è il primo della raccolta: l’inizio è un sogno, un ricordo di infanzia, interrotto dal gracchiare della televisione, unica compagna di stanza del protagonista. Questi scoprirà quanto sia facile essere inghiottiti dalla città: senza più lavoro, senza soldi, senza un obiettivo nella propria vita, si ritroverà a camminare tra i simboli del degrado di una certa America lontana dalle copertine delle riviste e dai film di Hollywood, tra gli odori, le grida, la miseria, l’indifferenza, ma soprattutto la solitudine della strada. Il tono del racconto sembra sottolineare quanto sia grande il rischio di rimanere soli, soli tra la folla, soli anche quando pensiamo di aver trovato una compagna, per la quale siamo in realtà una piccola pausa dalla propria personale solitudine: una malattia che finisce per essere una piacevole e amichevole tortura dalla quale è sempre più difficile liberarsi. La progressiva disperazione di questo uomo senza nome e senza storia viene espressa attraverso vignette sempre più piccole e scure, ben lontane da quelle grandi e solide, quasi imponenti, che caratterizzano in genere il racconto e l’intero volume; vignette che mano a mano cedono spazio ad un tratto sempre più povero e schematizzato, soffocato dal nero, sempre più anguste, sempre più piccole, fino a rimanere solamente una distesa di piccoli riquadri neri, come tanti piccoli pozzi senza luce.
La seconda storia, intitolata semplicemente L, è un racconto molto breve, che a partire da una discesa in metropolitana (L è la linea “14 Street- Canarsie Local”, che da Manhattan conduce a Brooklin), ci porta dentro un sogno di una città sotterranea più antica, fatta di grotte ricoperte di graffiti, di tribù sconosciute e di antichi culti a base di danze e sessualità. Un sogno di libertà e disinibizione, interrotto bruscamente dalla realtà che sembra condurre il protagonista, ancora una volta, verso la propria solitudine. Bellissime le tavole di apertura e chiusura, con le scale della metro che scendono prima e salgono alla fine, solo una delle tante brillanti soluzioni grafiche di cui parlavamo all’inizio; tra queste rimane ancora da sottolineare il busto nudo di donna, visto dagli occhi dell’uomo con il quale sta accoppiandosi in un rito arcaico e inebriante.

Mentre il protagonista disegna, il temporale imperversa sulla città; piove persino dal vecchio soffitto, tanto che l’acqua sale fino ad arrivare alle caviglie. Nonostante questo, egli continua a disegnare, a costo di farlo sotto l’ombrello, come posseduto dalle storie che vuole narrare: una situazione ed uno stato d’animo che non fatichiamo a collegare allo stesso Drooker, qui più che mai vicino al proprio personaggio. La seconda storia che egli inizia disegna sembra incominciare come una favola: trasportato dal vento, il fumettitsta vola sopra la città, fino ad un lontano Luna Park; qui assiste ad un corteo di clown e soldati, maschere dei fumetti e invalidi, esseri mostruosi e patetici, e la favola si trasforma chiaramente in qualcos’altro. Nascosta nei tatuaggi di un fenomeno da baraccone, egli rivivrà la storia degli Stati Uniti: non quella fatta di coraggio, libertà e avventurieri, ma quella nata dalla violenza, dalla schiavitù, fatta di ingiustizia, violenza e morte. Finito il circo, tolto il trucco ed il sorriso, il clown è triste, come solo i clown sanno esserlo, povero e affamato. Non ci sono risate, solo delusione per il sogno americano infranto. La stessa violenza del passato torna nel presente, il protagonista di Flood la disegna per le strade del suo racconto che continua: la violenza della polizia quando dimentica il suo ruolo di protettrice per impugnare i manganelli, la violenza che porta sangue, ed il sangue che sembra portare la tempesta, un nuovo diluvio per cancellare i troppi peccati dell’uomo.
Lo stesso diluvio che, fuori dal “fumetto nel fumetto”, sta allagando la città, costringendo il disegnatore a finire la sua opera sott’acqua. Poi, a bordo dell’ombrello adattato a zattera di fortuna, prende il largo fuori dalla finestra assieme al proprio gatto, fino a che un’onda non rovescia l’ombrello, facendolo affogare. Sul suo cadavere trova salvezza il felino, rimasto ora solo: un particolare sottolineato, ancora una volta, dal disegno del cuore che batte nel suo petto, come se fosse una eredità passata dal padrone al gatto. La solitudine dell’animale sarà cancellata dall’arrivo di una nuova Arca di Noé, che, affacciato dalla barca, ha le fattezze del venditore di ombrelli. L’ultima tavola è per questa nuova speranza per l’umanità, questa nave piena di coppie di animali che naviga sulle acque popolate di squali, tra le cime dei palazzi dove una volta esisteva l’umanità.

C’é salvezza? Forse in Blood Song, volume seguente a questo ed in cui, a quanto si dice in quarta di copertina, Drooker raggiunge il culmine del suo operato, avremmo potuto trovare le risposte che cerchiamo a questa domanda; noi, così come i personaggi con i quali abbiamo condiviso questo dubbio durante la lettura. Purtroppo la chiusura della Lexy Edizioni, che già aveva annunciato l’opera, pone grandi dubbi sulla possibilità di vedere in Italia altri lavori di Drooker. Forse vale la pena cercarli in lingua inglese, per non perdere contatto con un grande autore finora colpevolmente ignorato in Italia.
Flood!
2003, Dark Horse/Lexy Edizioni
160pp, bianco, nero e azzurro, 11,96euro
Se volete approfondire la conoscenza con questo autore non possiamo che consigliarvi il suo ottimo sito, www.drooker.com, dove trovare esempi della sua arte, interviste e sequenze tratte dai suoi fumetti.









