Se mi chiedete quale sia il mio primo ricordi del concetto di guerra, non ho dubbi sul preciso momento storico e sull’immagine che ho stampata nella mente, sebbene mescolati nella memoria del me bambino: siamo tra il 1994 e 1995, ho 4 anni (verso i cinque) e mentre guardo dalla finestra del mio palazzo, affacciato su un bel parco ma anche su una ferrovia che collega Firenze sia alla costa tirrenica che a Bologna, vedo transitare un treno merci carico di blindati militari; e poi ancora io che guardo dalla finestra e vedo alcuni elicotteri dell’esercito muoversi bassi, probabilmente mobilitati dalla relativamente vicina base di Camp David a Pisa. Al passare di quei mezzi, ricordo i miei genitori parlare della guerra, un evento a quanto pare brutto, che non riuscivo ancora bene a processare. Crescendo, ho appreso che tipo di guerra fosse quella che veniva combattuta al di là del mar Adriatico, così vicina da poterla quasi toccare, e che nei racconti degli anni successivi sembrava diventare così lontana, nel tempo e nello spazio.
Le guerre Jugoslave, seguite alla caduta nel 1991 della confederazione socialista che copriva quasi tutti l’area dei Balcani, sono per me la quintessenza del concetto di guerra. Furono conflitti diversi, iniziati e finiti in anni diversi, con motivazioni diverse e portati avanti con modalità diverse. Tra questi, le guerre in Croazia e in Bosnia Erzegovina sono passate alla storia per la loro brutalità, e in particolare quest’ultima, con il tristemente noto massacro di Sebrenica dell’11 luglio 1995, in cui vennero uccisi più di 8000 bosgnacchi (i musulmani bosniaci) da parte delle truppe serbo bosniache guidate da Ratko Mladić. Una guerra presto diventata vera e propria pulizia etnica, termine coniato proprio in relazione a questi massacri; in cui stupri e uccisioni arbitrarie diventarono parti del conflitto come gli spari dei cecchini o i colpi di mortaio; una guerra che segnò l’inizio della sempre più evidente e definitiva ininfluenza dell’ONU, complice di aver lasciato fare la truppe serbo-bosniache dopo aver definito delle “aree sicure” (tra le quali proprio Sebrenica) e non averle sapute (né volute) proteggere; una guerra ricordata per il più lungo assedio di una città nell’epoca moderna (i 1425 giorni di Sarajevo); una guerra conclusa con i bombardamenti a tappeto della Nato, degli accordi (quelli di Dayton) che non hanno risolto nel lungo periodo i problemi di quell’area geografica, cristallizzando le divisioni etniche, e un tribunale di guerra che per primo definì una condanna per genocidio e per violenza sessuale come crimine di guerra; una guerra da 100mila morti e oltre 2 milioni di sfollati e profughi.
E ancora, dopo questo conflitto, la guerra in Kosovo, macchiata da simili massacri e violenze, conclusasi ufficialmente nel 1999 ma con un contenzioso aperto sull’indipendenza che non è mai stato accettato da tutte le parti, una situazione che è sempre sul punto di esplodere di nuovo.
Le conseguenze di queste guerre si sono viste nel tempo estendersi e ramificarsi in tanti altri conflitti, con il perfezionamento di alcune pratiche belliche e la definitiva prova dell’ininfluenza degli organi internazionali, come si può vedere oggi in Ucraina, a Gaza, ma anche in Sudan, e prima ancora in Siria.
Per alcuni anni si è parlato poco o nulla delle guerre dei Balcani, si è quasi cercato di dimenticarle fin da subito, in nome di una pacificazione immediata e per portare avanti una retorica, allora quanto oggi stucchevole, della pace in Europa durata 70 anni, dalle quali l’ex-Jugoslavia è di fatto stata esclusa. Ma queste sono state guerre anche nostre, che hanno avuto e hanno delle ripercussioni, pratiche e ideali nel nostro presente, quali l’acuirsi ciclico dei contrasti tra Kosovo e Serbia, o le proteste contro la corruzione in Serbia, ma anche basti pensare alla brutalità della tratta Balcanica che si intreccia con il tanto sentito tema delle migrazioni.
Per questo, a 30 anni dalla guerra in Bosnia, a 30 anni dal massacro di Sebrenica e dagli accordi di Dayton, vogliamo ricordare quei momenti con undici fumetti che hanno raccontato in vari modi, diretti e giornalistici, allegorici e finzionali, questo periodo terribile della nostra storia condivisa, una storia europea da non dimenticare.
[Una nota sulla lista: i volumi riportati indicano l’edizione più recente in cui sono disponibili, in italiano o in altre lingue.]
Joe Sacco, Goradze. Area protetta in Bosnia 1992-1995, Mondadori Oscar Ink, 2026; War’s End: Profiles from Bosnia, Drawn and Quarterly, 2005; Neven, una storia da Sarajevo in Bosnia 1992-1995, Mondadori Oscar Ink, 2026
Il nome di Joe Sacco è sinonimo di graphic journalism, e di storie sulla Palestina e su Gaza, che lo hanno reso famoso in tutto il mondo e su cui è tornato più volte, anche recentemente con il suo The War on Gaza. Eppure nei lavori dedicati alla guerra in Bosnia, realizzati tra il 2000 e il 2005, si trovano alcune delle sequenze più potenti mai scritte e disegnate dal fumettista: i ritratti del fixer (il contatto locale che guida i giornalisti stranieri in zone particolarmente pericolose) Neven, dell’ex musicista Šoba e della comunità isolata di Goradze raccontano tutta la follia di questa guerra, la ricerca di una normalità o una routine da parte di chi ci vive dentro o ci ha vissuto, l’impossibilità di ritrovarle davvero. Tre storie in cui Joe Sacco unisce il fascino dei personaggi che incontra, la situazione grottesca e tragica in cui vivono, il racconto della storia senza giudizi o pregiudizi, senza digressioni politiche ma solo con prospettive umane, il tutto disegnato con uno stile meno ironico ed esagerato, e più cupo e dettagliato di altre sue opere. Tre testimonianze che purtroppo da troppo tempo non vengono ripubblicate nel nostro paese (War’s End è addirittura inedita) e che avrebbero potuto essere riproposte in occasione del trentennale di questo conflitto. Forse anche questa è una implicita ammissione di voler dimenticare questa terribile pagina di storia europea.
Joe Kubert, Fax da Sarajevo, Mondadori Comics, 2017
In uno dei più grandi classici del fumetto mondiale, a metà tra graphic journalism, cronaca, autobiografia e racconto d’avventura, Joe Kubert racconta la vita sotto le bombe e i cecchini di Ervin Rustemagic, agente europeo nonché amico personale dello stesso fumettista. Un’opera fortemente radicata nello stile statunitense (e che riprende altre opere belliche di Kubert stesso) ma che al tempo stesso attinge a quello europeo, uno dei punti più alti nella carriera di un autore capace in poche vignette di creare un racconto teso ed emotivamente complesso che racchiude tutto il dramma di una città sotto assedio.
Tomaz Lavric, Racconti di Bosnia e Tempi nuovi, Magic Press, 2000 e 2003
Sospesi tra nostalgia, ironia, satira dissacrante e drammi tanto dilanianti quanto grotteschi e amari, i racconti di Tomaz Lavric raccontano la Bosnia prima e durante la guerra, divisa nelle sue contraddizioni e distrutta dalle sue tragedie, e anche la fine di un mondo, quello del comunismo balcanico. Dall’incontro tra tradizione dell’Europa orientale e quella francese nasce un bianco e nero ben definito, che gioca con i toni del racconto e con il suo ritmo, dando uno spaccato della Storia che passa mentre il mondo continua a girare.
Aleksander Zograf, Saluti dalla Serbia. Un fumettista sotto le bombe, Punto zero, 1999
Aleksandar Zograf, tra i più noti fumettisti serbi, offre una prospettiva della guerra spesso poco raccontata, ovvero quella del suo paese. Attraverso carteggi, saggi (anche di autori ospiti) fumetti dallo stile espressionista che fanno da commento alle vicende belliche e politiche, tra tono cronachistico, analisi critica di un regime che ha fatto tanto il male altrui quanto il male del proprio paese e momenti di satira graffiante, Zograf analizza con sguardo sofferente e al contempo ironico la quotidianità del suo popolo, tra stigma internazionale, inganno della politica, criminalità dilagante e difficoltà piccole e grandi.
Enki Bilal, Mostro? – L’integrale, Alessandro Editore, 2013
In questa imponente, complessa e in alcuni casi criptica quadrilogia fantascientifica (c0ntenente Il sonno del mostro, 32 dicembre, Appuntamento a Parigi e Quattro?), Enki Bilal attinge a piene mani alle vicende Jugoslave e soprattutto bosniache per raccontare un mondo futuro in cui un gruppo terroristico formato dalle tre religioni monoteiste minaccia il mondo, mentre le vicende di tre fratelli separati alla nascita, resi orfani da un bombardamento di un ospedale di Sarajevo nel 1993, si rincorrono e si accavallano in un’avventura che riflette, in maniera ora più onirica, ora più realistica, sul valore della memoria, sulla guerra, sulla religione e sulla ricerca di umanità in mezzo alla brutalità.
Max Andersson e Lars Sjunnesson, Bosnian Flat Dog, Comma22, 2015
Il cane Piatto Bosniaco è una nuova razza canina nata in Bosnia durante la guerra dei Balcani, almeno secondo quello che hanno visto Andersson e Sjunnesson nel loro viaggio nei Balcani negli anni ‘90. In un susseguirsi di vicende grottesche, allucinate e paradossali, lo sguardo caustico e politicamente scorretto dei due, filtrato da un tratto grezzo e violento, racconta un territorio dilaniato da un presente di guerra e conflitti, un passato di gloria vera o presunta, una quotidianità che si barcamena alla ricerca della normalità. Si ride, ma molto amaramente.
Hermann, Sarajevo Tango, Eura Editoriale, 1997
Oltre a Fax da Sarajevo, la vicenda di Ervin Rustemagic è alla base anche di questo racconto. Ma se Kubert sceglie la via della cronaca, Hermann riversa in questa storia di azione e spionaggio tutto il suo profondo disgusto per la guerra in Bosnia e per molte delle parti in causa, incluse le Nazioni Unite (dichiarato senza mezzi termini nella prefazione). Lo stile iperrealistico e il tipico ritmo da storia di avventura si saldano alla rappresentazione drammatica della guerra, ma anche a scena surreali e oniriche usate in chiave ferocemente satirica per denunciare l’assurdità di questa guerra e l’immobilità di un occidente indifferente.
Gani Jakupi, Jorge González, Ritorno in Kosovo, Edizioni 001, 2015
Il fumettista spagnolo Jorge González offre il suo tratto sintetico ed emotivo fatto di materiali e stili diversi per raccontare le memorie di Gani Jakupi, compositore, un fumettista e un giornalista kosovaro di etnia albanese che all’epoca della guerra viveva già da anni a Parigi, ma che proprio il conflitto e i suoi strascichi hanno riportato in patria. Un racconto che si muove tra graphic journalism e memoir la cui scrittura, come dice nel suo pezzo Martina Caschera “risulta sempre tesa tra il tentativo di raccontare gli avvenimenti passati e presenti in maniera oggettiva e puntuale, e il desiderio viscerale di dare sfogo al sé, alle proprie memorie, in un flusso di coscienza intimo e personale.”
Ales Kot, Tonči Zonjić, Jordie Bellaire, Zero # 9 – Marina contenuto in Zero vol.2: Il cuore del problema, Saldapress, 2020
In questo episodio del fumetto visionario, criptico, allucinato e anarchico di Ales Kot, sicuramente il suo lavoro più ambizioso e complesso, il passato del protagonista Zero si intreccia a doppio filo con quello della guerra in Bosnia: veniamo a conoscenza della madre, Marina, donna verosimilmente abusata sessualmente da vari soldati, di cui si innamora Roman, il capo e padre adottivo di Zero, che durante la guerra vende armi a tutte le fazioni in campo. Grazie al tratto spigoloso e duro e al gioco di chiaroscuri di Zonjić e alle scelte cromatiche di Jordie Bellaire, in questo episodio in cui i dialoghi sono ridotti al minimo Kot fa assurgere la guerra nei Balcani a simbolo stesso di guerra, nucleo della violenza che accompagna la vita del protagonista e che è il tema attorno a cui gira tutta la serie.
Mauro Boselli, Maurizio Colombo e Majo, Dampyr #1-2 – Il figlio del Diavolo, La stirpe della notte, Sergio Bonelli Editore, aprile-maggio 2000
Venticinque anni fa la guerra nella ex Jugoslavia non si era ancora conclusa (ufficialmente la data di fine coincide con la fine delle ostilità belliche in Macedonia nel novembre 2001) e SBE portava in edicola un suo nuovo personaggio, il primo del nuovo millennio, Dampyr.
Storia horror a sfondo bellico con protagonista il figlio di un vampiro e di una donna umana, la serie iniziò con un episodio doppio sviluppatosi sui primi due numeri ambientati in quella che era un’Europa balcanica contemporanea teatro di una guerra. Con il conflitto nella ex Jugoslavia ancora in essere, i massacri perpetrati ai danni dei civili ancora (fortunatamente) presenti nella memoria collettiva e nei media giornalistici e le polemiche attorno all’incapacità politica delle nazioni europee e dell’ONU di fermare un conflitto sanguinario, gli autori della serie in quell’esordio preferirono non fare riferimento a nomi e luoghi reali, ma fu da subito evidente a tutti i lettori quanto i fatti narrati si ispirassero e romanzassero eventi e situazioni tremende realmente accadute.
Negli anni le avventure di Dampyr hanno avuto come ambientazione altre guerre “lontane e dimenticate” e Harlan e soci sono più di una volta tornati nella loro terra di origine, la Serbia e le altre nazioni balcaniche. Resta il fatto che Colombo e Boselli – supportati da Sergio Bonelli – ebbero il coraggio di inserire in un fumetto avventuroso e di genere una riflessione sugli orrori, i genocidi etnici e le lotte fratricide che impregnarono di sangue un pezzo dell’Europa. (contributo di David Padovani)
Darko Macan e Edvin Biukovic, Grendel Tales # 1 – Demoni e morti, Magic Press 2001
La maschera dell’assassino Grendel, quintessenza del Male creata da Matt Wagner e protagonista di un vero e proprio fumetto di culto, viene usata da Darko Macan e Edvin Biukovic per rappresentare, in maniera ampiamente metaforica, il conflitto bosniaco e le sue conseguenze: la guerra del clan Grendel, diviso tra lotte fratricide, rapporti con il potere politico e azioni di resistenza alla violenza riassumono anni di guerre che rilette oggi risultano inconcepibilmente brutali, inconcepibilmente assurde.
Un fumetto che è anche il testamento di Biukovic, del suo stile chiaro e coinvolgente: vincitore del prestigioso Russ Manning Award come miglior artista esordiente nel 1995, la sua morte a soli trent’anni per un tumore al cervello sembra tristemente accompagnare la morte di un’intera generazione, spezzata nel suo momento più bello.
Bonus: oltre i fumetti
Mi prendo una piccola libertà rispetto alle nostre solite liste per aggiungere qualcosa in più sul tema, dato che negli ultimi mesi e anni ho letto, visto, ascoltato molto sul tema. Ecco quindi un paio di consigli su podcast, libri, film, musica e articoli che aiutino a integrare ampliare le storie lette nei fumetti, per approfondire la conoscenza di questa storia troppo spesso dimenticata.
Libri:
- Le guerre Jugoslave, Joze Pirjevec, Einaudi e La guerra dei dieci anni, a cura di Alessandro Marzo Magno, Il Saggiatore: due saggi fondamentali per capire le ragioni delle guerre e per conoscerne lo svolgimento.
- L’ultimo rigore di Farouk, Gigi Riva, Sellerio: Gigi Riva è stato forse il più importante inviato di guerra durante il conflitto Balcanico, e da questa esperienza ha scritto vari libri. Questo è il meno giornalistico e il più emozionante, capace di raccontare come lo sport sia fondamentale anche in un momento di tragedia internazionale.
- La figlia, Clara Uson, Sellerio: da una delle più importanti autrici spagnole, un romanzo che lega finzione e grande documentazione storica, ispirata alla vicenda reale della figlia di Ratko Mladić, il Boia dei Balcani.
- Il metodo Srebrenica, Ivica Đikić, Bottega Errante Edizioni: un libro che segue in maniera documentaristica, ora per ora, il genocidio di Sebrenica, raccontandone premesse, strascichi, ma soprattutto la sua messa in atto con dettaglio quasi scientifico, volto a dissezionare l’anatomia del male.
- Preghiera nell’assedio, Damir Ovčina, Keller Editore: parzialmente autobiografico, il racconto di un ragazzo bosniaco intrappolato per due anni nella parte serba di Sarajevo e assegnato a seppellire altri suoi connazionali diventa non solo un documento storico, ma soprattutto una riflessione sull’assurdità straziante e abominevole di ogni conflitto.
- Venuto al mondo, Margaret Mazzantini, Mondadori: Sarajevo è teatro di diversi momenti della vita della protagonista, Gemma, che attraverso i suoi occhi racconta non solo la sua storia ma anche la città, incontrata prima, durante e dopo la guerra, e che quindi diventa co-protagonista del racconto.
Podcast:
- Nove fumetti per comprendere le guerre nei balcani:
https://radiovanloon.info/2020/06/15/fumetti-guerre-balcani/
Un’ideale continuazione e aggiunta a questo articolo. - Bar Balcani:
https://barbalcani.substack.com/podcast/archive?sort=new
Un gran bel progetto, nato come costola di Balkan Brew, newsletter dei giornalisti Rodolfo Toè e Tommaso Siviero, che racconta non solo le guerre Jugoslave, ma anche la regione Balcanica ieri e oggi. - Sikter:
https://www.ilpost.it/podcasts/sikter/
In occasione dei trent’anni da Srebrenica, Rodolfo Toè racconta la vita culturale e musicale di Sarajevo sotto assedio, partendo dalla vicenda incredibile dei Sikter, gruppo di giovani punk che si trova a viaggiare in Europa e a suonare davanti a migliaia di persone, perfino aprendo un concerto di Vasco Rossi. Il giusto accompagnamento a War’s End: Profiles from Bosnia, che ha per protagonista proprio uno dei membri fondatori dei Sikter, Šoba. - Enclave:
https://www.balcanicaucaso.org/cp_article/enclave-sopravvivere-a-srebrenica-in-podcast/
In questo podcast, Samuele Sciarrillo e Silvia Longhi raccontano il massacro di Srebrenica attraverso la voce del sopravvissuto Nedžad Avdić, allora diciassettenne, poi diventato testimone del processo al Tribunale Penale Internazionale dell’Aia per la Ex Jugoslavia (ICTY), e unico tra i salvati che ha deciso di tornare a vivere nella cittadina. Sette episodi che si muovono tra giornalismo e testimonianza che affronta i fantasmi di un uomo e della Storia.
Musica:
- Canzoni contro la guerra:
https://www.antiwarsongs.org/categoria.php?lang=it&id=9
A questo link si trovano tantissime canzoni scritte su (e contro) le guerre nei balcani. Un a lista molto varia e ricca di piccoli gioielli sconosciuti, che tracciano varie linee di racconto, da quello della guerra a quello della reazione internazionale, fino a raccogliere canti di quelle terre dilaniate dal conflitto - I diari di mio padre, Iosonouncane:
https://iosonouncane.bandcamp.com/album/i-diari-di-mio-padre
Iosonouncane (al secolo Jacopo Incani) è, a parere di chi scrive, tra i migliori musicisti e compositori italiano degli ultimi quindici anni. La colonna sonora del film My Father’s Diary di Ado Hasanović ha una potenza e una profondità che anche se ascoltata senza vedere il film riesce ad evocare la brutalità dei massacri in Bosnia, la solitudine e lo scoramento della popolazione, la forza di chi si aggrappa alla vita, la necessità di tenere vivi i ricordi.
Film:
- Quo Vadis, Aida?, regia di Jasmila Žbanić, 2020: candidato al Leone D’Oro e al premio Oscar come miglior film internazionale, il primo film a trattare direttamente del massacro di Srebrenica è graziata da un’interpretazione intensissima di Jasna Đuričić.
- Cirkus Columbia, regia di Danis Tanović, 2010: le vicende personali, famigliari e sentimentali di un emigrato bosniaco che torna nel suo paese si dipanano sullo sfondo di una Bosnia alla vigilia della guerra.
- Il segreto di Esma, regia di Jasmila Žbanić, 2007: il primo film di Jasmila Žbanić, ambientato nel quartiere di Esma, tra i più colpiti dalla guerra, racconta attraverso un dramma famigliare la tragedia degli stupri di guerra. Vincitore dell’Orso D’Oro al Festival di Berlino 2008.
- No Man’s Land, regia di Danis Tanović, 2001: la trincea in cui è ambientato il film diventa un microcosmo in cui i protagonisti si scontrano sul conflitto in atto e mettono in scena le varie parti in causa. Premio per la miglior sceneggiatura a Cannes 2001, Golden Globe e premio Oscar nel 2002.
- La vita è un miracolo, regia di Emir Kusturica, 2004: il grande regista serbo, da sempre strenuo avversario del nazionalismo di destra nel suo paese ma in seguito anche sostenitore della Serbia, denunciando senza distinzioni le atrocità di entrambe le parti e per questo rigettato dalla sua stessa città natale Sarajevo, affronta con il suo stile surreale le guerre jugoslave, lanciando un messaggio cosmopolita e di superamento delle divisioni etniche. La complessità e conflittualità della sua figura, della sua storia personale e dei suoi film incarnano esse stesse la tragedia di queste guerre e in un certo senso la grande disinformazione che per anni ha accompagnato il conflitto.
- Beautiful people, regia di Jasmin Dizdar, 1999: premio Un Certain Regard a Cannes 1999, il film a episodi racconta le esistenze di varie persone segnate dalla guerra in Bosnia, giunta al culmine mentre a Londra (dove il film è ambientato) si aspetta una partita della nazionale inglese.
Altri film internazionali da segnalare: The Hunting’s Party (2007), Nella terra del sangue e del miele (2011), Perfect Day (2015).












Ottimo testo e buoni i suggerimenti di libri. Mancano Maschere per un Massacro e La Torre dei Teschi e anche Sarajevo Mon Amour. Ma Kusturica non meritava di essere citato. Un traditore del suo popolo, unico personaggio famoso che non è ben accetto nella sua città Natale dove era popolarissimo prima della guerra di aggressione contro bosniacchi e croati da parte delle varie milizie e eserciti serbi. Kusturica è un millantatore che ha dato a noi occidentali l’alibi per il quale non esistevano aggressori e aggrediti ma tutti erano colpevoli. Un concetto osceno in qualsiasi guerra. Oggi e da tempo è sponsorizzato da Putin dopo essere stato finanziato dalla Serbia e da Milosevic. Buon lavoro