Prima della Prima Bomba: Marco Rizzo e La Tram raccontano l’attentato di piazza Fontana

Prima della Prima Bomba: Marco Rizzo e La Tram raccontano l’attentato di piazza Fontana
53 minuti è il tempo intercorso tra lo scoppio della prima e dell'ultima bomba che detoneranno in Italia il 13 dicembre del 1969. Marco Rizzo e La Tram ci raccontano cosa successe prima di quei 53 minuti.

LaPrimaBomba_CopertinaIl 12 dicembre 1969 l’Italia subisce cinque attentati terroristici, tre a Roma e due a Milano.
Il bilancio romano è di 16 morti. A Milano invece, la bomba che esplode presso la Banca Nazionale dell’Agricoltura causa 17 morti e 88 feriti. È l’inizio degli Anni di Piombo. Nel giugno 2005 la Corte di Cassazione ha stabilito che la strage fu opera di «un gruppo eversivo costituito a Padova nell’alveo di Ordine nuovo» e «capitanato da Franco Freda e Giovanni Ventura», non più perseguibili in quanto precedentemente assolti con giudizio definitivo dalla Corte d’assise d’appello di Bari. Gli esecutori materiali sono, ad oggi, ignoti. e , nome de plume di Margherita Tramutoli, raccontano in un graphic novel potente come la verità i giorni che precedettero La Prima Bomba.


Perché proprio questa storia e perché ora?
Marco Rizzo: Seguo, nelle mie opere, un percorso dettato dall’indignazione quotidiana. Quando vedo sdoganamenti di fascismi ai più alti livelli istituzionali o sottovalutazione del pericolo di recrudescenze fasciste e neofasciste, penso che ci siano storie che vadano ricordate, come questa. Quella di piazza Fontana è sempre stata una vicenda che è entrata, magari sullo sfondo, in altre storie da me raccontate. In Primo ( ndr) c’è una scena ambientata all’indomani del 12 dicembre. Anche nei volumi dedicati a Mauro Rostagno o a Peppino Impastato lo spettro dello stragismo era sullo sfondo. Poi fremeva in me questa esigenza di raccontare non più un personaggio, ma un evento con i personaggi che vi orbitavano intorno. Inoltre volevo da tempo scrivere qualcosa sul fascismo. Questa è una storia sul fascismo e sull’eversione nera, una storia con dei protagonisti di finzione, che sono un po’ un pretesto per portare avanti la trama, ma è soprattutto una storia su piazza Fontana e su ciò che è legato all’attentato, quindi su Ordine nuovo e sui i collegamenti con determinati apparati dello Stato del tempo. È una sintesi di molte idee, che spero sia riuscita bene.
La Tram: Quando Marco Rizzo mi ha proposto questa storia ho pensato che fosse il tempo giusto e maturo per alzare la posta tanto quanto stanno alzando la posta coloro che propongo revanche neofasciste varie. Credo che sia un preciso dovere di ciascuno di noi fare ciò che possiamo per opporci a tutto ciò. Il mio strumento è il disegno, quello di Marco la scrittura. Il mio impegno politico sociale lo manifesto nel mio ambito, con quello che credo sia necessario fare, cioè ricordare qualcosa di importante: forse questi temi sono stati troppo poco approfonditi, e questo è il motivo per il quale determinati personaggi si permettono gravi reminiscenze che restano impunite.

Il volume si chiude instillando nel lettore il dubbio che i personaggi narrativi, al di là di quelli noti alle cronache, potrebbero essere realmente esistiti. Chi è davvero l’ispettore Naso della Buoncostume?
MR: L’omaggio è ovviamente a Gianni De Luca e al suo Commissario Spada. Addirittura il personaggio in una prima fase aveva il naso sfregiato come la creatura del grande maestro. Chissà… voglio lasciare il dubbio che questi personaggi siano esistiti realmente. Quelli che sono esistiti sicuramente, e che speriamo di aver raccontato con rispetto, sono Luigi Calabresi, Giuseppe Pinelli e quei personaggi di contorno, anche negativi, che sono stati documentati con grande attenzione.

La Tram, rispetto alla tua produzione del passato, questo è un tipo di lavoro molto diverso.
LT: Si, è un tema del tutto diverso che mi ha spinto a misurarmi con una dimensione del disegno con la quale non mi ero mai cimentata, dalle macchine d’epoca agli spazi architettonici e urbani. Venendo da contesti politici molto vicini a quelli narrati nel libro, contesti anarchici, sentivo una grande responsabilità nel disegnare personaggi come Pinelli ed essere portavoce di un suo pensiero, che non è un virgolettato ma è quello che Marco ha deciso di attribuirgli e che mi trova assolutamente d’accordo. Per me è stato un onore e una responsabilità disegnare quegli ambienti e quei contesti.

LaPrimaBomba_5È un libro che vuole raccontare la verità su piazza Fontana?
MR: C’è una verità giudiziaria e una verità storica. Non possiamo dire che per la giustizia italiana siano stati condannati Ventura e Freda. Però sono citati nelle sentenze e nelle motivazioni dell’ultimo processo.  Al termine del processo del 2005 la Cassazione ha affermato che la strage fu realizzata dalla cellula eversiva di Ordine Nuovo capitanata da Franco Freda e Giovanni Ventura, non più processabili in quanto assolti con sentenza definitiva nel 1987 per il principio giuridico Ne bis in idem1 (inserirei una nota in fondo all’articolo). La macchina del fango, i depistaggi, anche la confusione organizzativa, più o meno voluta, è iniziata già nel pomeriggio del 12 dicembre del 1969. Da allora si è solo aggiunta confusione su confusione. Sono stati fatti errori madornali dal primissimo momento, da quando si è fatta brillare la seconda bomba, quella di piazza La Scala, che era rimasta inesplosa e quindi poteva fornire numerosi indizi. Tutto ciò ha contribuito a gettare fumo negli occhi che persiste ancora oggi a decenni di distanza, soprattutto in un paese come il nostro che ha scarsa memoria e dove alcune parti politiche non desiderano altro che ripulire la storia a proprio piacimento per sobillare certi istinti autoritari o certe nostalgie del fascismo. Però la storia è quella che abbiamo raccontato: purtroppo è dimenticata da coloro che la dovrebbero ricordare e non è tramandata. I libri di storia non arrivano quasi mai alle poche righe dedicate a piazza Fontana. E, come mi ha detto qualche tempo fa un insegnante, se non fosse per i vari progetti o gli incontri con gli autori non se ne parlerebbe. Se oggi chiedi ai ragazzi cosa è successo il 12 dicembre 1969 nessuno sa risponderti. Se gli chiedi cosa è successo a piazza Fontana, forse ti sanno dire che c’è stata una strage. Ma se gli chiedi chi sono i colpevoli di piazza Fontana ti senti dire che sono state le Brigate Rosse. Questo è frutto di decenni dei già citati depistaggi e della confusione più o meno voluta. Tutto ciò è stato accompagnato dalla una libertà con cui sono stati santificati certi personaggi. Freda, per esempio, aveva una rubrica su Libero. Per carità, è un libero cittadino e la Costituzione gli permette di esprimere la sua opinione. Ma il dubbio dell’opportunità di ciò non è venuto a nessuno? O forse c’è ancora qualcuno che ritiene che la bomba di piazza Fontana l’abbiano messa gli anarchici: se non ha livello giudiziario, forse ai livelli più alti della politica e dell’informazione.
LT: La verità la conosciamo. Sono cavilli giudiziari che hanno fatto sì che sembrasse il contrario. Chi ha vissuto in quegli anni e conosce gli atti giudiziari non ha dubbi. Credo che questa ondata di neofascismi sia dovuta alla maggiore ignoranza che c’è in generale. È tutto più sfumato, più superficiale, più approssimato. Credo che ci sia un’insicurezza generale che alcuni politici cavalcano. Sfruttare questa ignoranza e questa insicurezza delle persone meno preparate porta voti, se le stesse vengono fomentate all’odio.

LaPrimaBomba_4I volti dei colpevoli sono occultati con una scelta grafica, sono infatti coperti da degli scarabocchi. Cosa avete voluto dire con questa scelta?
MR: È stata una delle mie poche ingerenze sul fronte grafico. È un’idea che ho immaginato da subito e che mi sarebbe piaciuta divenisse la copertina. Un’immagine potente. Il fumetto non deve necessariamente scimmiottare il cinema. Nel fumetto ci sono potenzialità legata al mezzo, allo spazio della tavola, al punto di vista grafico. Meccanismi narrativi diversi che si possono sfruttare, come ho fatto in passato in Salvezza, che è piana di infografiche.  Questo gioco grafico si poteva prestare a più contesti: sul fronte del genere, per esempio, in un giallo o in un noir non si deve mostrare il volto del colpevole. Lo fai vedere in penombra o lo fai intravedere. Noi lo possiamo fare nel fumetto con un segno di pennarello nero sul volto. Poi l’immagine di questa massa di “uomini neri” mi sembrava evocativa: uomini neri nel senso di uomini che fanno paura, ma anche uomini neri che fanno parte del terrorismo nero, fascisti. Però la scelta di oscurarne il volto non è sicuramente un modo per censurare le loro identità. Noi facciamo i nomi nero su bianco e i personaggi vengono esplicitati. Noi non abbiamo remore a dire i nomi degli uomini di Ordine Nuovo che hanno piazzato le bombe, che hanno provato a sovvertire l’ordine nazionale. Quindi è un escamotage grafico narrativo che cerca di sfruttare le potenzialità del fumetto. 
LT: La soluzione grafica mi è piaciuta tantissima. Penso che come trovata sia geniale. Io personalmente l’ho vista come una sorta di negazione dell’umanità di queste persone. Nessuno di loro si è distinto come essere umano in questa vicenda. A me è sembrato un modo per negargli l’identità e quindi molto appropriato.

La Tram che tecnica ha usato?
LT: Sono partita con degli studi a pastello. Ma sarebbero stati troppo elaborati e troppo lunghi da realizzare. Non mi avrebbero permesso inoltre di fare correzioni all’ultimo momento. Tenendo conto del tempo che avevo a disposizione e le difficoltà a cui potevo andare incontro ho optato per un digitale puro, ma ho scelto un pennello che simulasse un po’ il calore della matita, quindi è un digitale un po’ sporcato. Ho voluto utilizzare anche delle soluzioni grafiche in cui lo spazio negativo del bianco a volte “mangia” la linea. È una sorta di lettura al contrario del nero, tipico del noir che ingloba tutto, che a volte nasconde, occulta. Il bianco, allo stesso modo, acceca, cancella nell’ottica dell’insabbiamento, delle menzogne, delle bugie. Graficamente il bianco dovrebbe rappresentare la corrosività delle bugie, delle cose nascoste.

Quali sono state le fasi di lavorazione del progetto?

MR: Abbiamo lavorato passo passo insieme. Non ho consegnato un unico blocco di sceneggiatura a Margherita per farlo disegnare e questo ci ha permesso di essere molto versatili nella lavorazione. Avendo lavorato in questa maniera potevamo anche agilmente tornare indietro, aggiungere sequenze, dettagli, dialoghi. È un modo di lavorare non usuale. Quasi sempre l’editor vuole leggere tutta la sceneggiatura. In Bonelli e in Marvel per esempio lavorano così. Ciò ci ha permesso di essere dinamici nella lavorazione, fare modifiche e aggiustamenti in corsa. C’è stato anche un grande lavoro di editing, fino alla fine. È un libro delicato, che tratta di questione molto serie, di persone realmente esistite. è stata fantastica e inflessibile. Gli editor sono stati bravissimi a beccare le piccole incongruenze che ci erano sfuggite. A partire dai colori delle copertine dei libri citati nella storia che Margherita ha disegnato.

È senza dubbio un libro importante. Anche per la Casa editrice che lo ha pubblicato. Un libro che può riaprire una discussione importante. Secondo voi è un libro che darà fastidio a qualcuno?
LT: Speriamo di sì.   
MR: È un libro a cui la casa editrice teneva particolarmente. All’interno abbiamo anche citato l’editore Giangiacomo Feltrinelli che fu accusato ingiustamente di essere la mente dietro gli attentanti, ma non abbiamo subito nessuna forma di pressione, in nessun senso, dalla casa editrice.
Il libro è stato apprezzato anche da Claudia Pinelli, figlia di Giuseppe Pinelli. Il fatto che l’abbia trovato rispettoso delle idee di suo padre ci ha emozionato molto.

La figura di Giuseppe Pinelli, anche se non è protagonista nell’economia della narrazione, è trattata con grande attenzione. 
MR: Oggi quando si parla di anarchici degli anni ’60 e ’70 si pensa a dei fricchettoni con della dinamite in mano come se fossero Willy Coyote. Invece Pinelli è un uomo normale, una persona per bene, un lavoratore e un combattente, ma un combattente per i diritti. Credo che sia questo ciò che è piaciuto a sua figlia Claudia. “Non ne abbiamo disegnato il santino” sono le testuali parole che ci ha detto,  né l’abbiamo rappresentato come il personaggio ambiguo della situazione. La mia intenzione, quando racconto di questi personaggi che non ho conosciuto o che ho conosciuto poco, è di rappresentarlo con rispetto e non di farne dei supereroi. Ne verrebbe fuori un dipinto macchiettistico. In questo Margherita è una partner eccezionale.

Dietro un’opera come questa c’è un grande lavoro di documentazione e di approfondimento. Di solito si scopre, scavando nella storia, che la realtà supera la fantasia. Come avete vissuto questo processo?
MR: Io leggo da tutta la vita libri su piazza Fontana. Uno dei miei libri preferiti è La notte in cui Pinelli, di Adriano Sofri. Amo molto sia il libro che Adriano. Avevo già la documentazione, ma comunque ho approfondito. Per la ricerca iconografica siamo andati a scovare foto d’epoca anche della commessa del negozio che vendette le borse che custodivano le bombe, oltre ovviamente ai modelli auto dell’epoca, ai vestiti, o addirittura alle copertine dei libri. Un grande lavoro di documentazione giornalistica.
LT: Quando abbiamo approfondito un po’ le tematiche di quello che andavamo a raccontare ho vissuto tre mesi di angoscia e struggimento, mentre scoprivo i dettagli più scottanti della vicenda. Mi sono resa conto che, da tutte le parti della barricata, c’era davvero molto più coraggio nel perseguire i propri ideali. La gente era pronta, nel bene e nel male, a tutto. Persone come Pinelli, che aveva un lavoro sicuro, una famiglia, poteva non rischiare niente tenendo conto del contesto sociale surriscaldato. Invece ha messo a repentaglio la propria vita per un ideale. Ma anche i fascisti hanno fatto qualcosa di estremo per il proprio ideale, cioè mettere una bomba. C’erano, sempre nel bene e nel male, un credo fortissimo in un ideale. Oggi sono tutti intiepiditi, cercano di non essere troppo in un senso o in un altro. Vedo un’Italia arroccata su posizioni che farebbero impallidire un politico di quegli anni, che sono talmente vuote nei contenuti che sembra quasi di non essere figli di quell’epoca… nel bene e del male.

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Lavorando a questo progetto che idea vi siete fatti dell’Italia di allora e che Italia è questa rispetto a quella del tempo in cui è ambientato la storia?
MR: Quando ho pensato al protagonista di questo libro ho pensato che un uomo di mezz’età in quegli anni aveva fatto la guerra. Il ventennio fascista era l’altro ieri nel 1969. Il secondo dopoguerra era l’altro ieri nel 1969. Come la storia ci insegna, anche grazie all’amnistia togliattiana, non che c’è stato un repulisti nel nostro paese come in altri dopo una dittatura. Persone come l’ispettore protagonista della storia, e anche peggiori di lui, sono rimaste in ruoli di potere. Questo sicuramente ha avuto delle conseguenze sul fronte del depistaggio, sul lavoro dell’ufficio politico nell’indagine su Pinelli e sulla bomba. L’Italia di quegli anni è un Italia che si stava lasciando alle spalle il boom economico, ma anche la guerra in termini di guerra civile, di occupazione nazista, di crimini fascisti e dittatura. Spesso sentiamo la frase “Conoscere la storia per non ripetere gli errori della storia”. Con piazza Fontana si stava cercando di far ripetere la storia a pochi decenni dal fascismo. C’era qualcuno che voleva riproporre una dittatura usando la strategia del terrore che avevano utilizzato i nazisti con l’episodio dell’incendio di Reichstang del 27 febbraio del 1933. L’abbiamo raccontato nel libro. Oggi l’Italia è un paese che ha la memoria ancora più corta, molto concentrata a guardarsi l’ombelico, che conta poco sullo scacchiere internazionale, mentre in quegli anni di poteva essere interessante per la potenza elettorale del partito comunista italiano. È un paese in cui non c’è più molta remora a dire cose che a 25-30 anni dalla guerra si aveva il pudore di non dire. Oggi la guerra sembra più lontana, anche se non lo è. La dittatura sembra più lontana, anche se non lo è.
Quindi si ha una sensazione di liberi tutti. È più facile dire e fare certe cose e rischiare di cadere in autoritarismi di un certo tipo. Ovviamente non parlo di dittature sanitarie, vaccini e simili, ma di forme di autoritarismo di cui abbiamo visto brevi esempi anche sotto il profilo della immigrazione. In questo momento si può andare in galera senza aver commesso reati, perché di fatto i CIE (o Hotspot come si chiamano adesso) sono carceri per i migranti. Sono autoritarismi che ledono lo Stato di diritto. Forse è una cosa legata alla contemporaneità: tutto viene raccontato con velocità. C’è poco tempo per riflettere, per approfondire e ci sono vagonate di fake news che avvelenano i pozzi. Quando tra l’altro queste fake news vengono distribuite da tutti gli schieramenti politici, il problema diventa dell’informazione, della conoscenza e quindi della democrazia.

Intervista realizzata tramite Zoom nel mese di dicembre 2020
L’intervista è parzialmente apparsa sulle pagine del Quotidiano del Sud – L’altravoce il 6 dicembre 2020

Marco Rizzo

MarcoRizzo Giornalista e scrittore, Marco Rizzo ha sceneggiato graphic novel su Peppino Impastato, Ilaria Alpi, Mauro Rostagno, Che Guevara, Jan Karski e Marco Pantani. Autore di saggi e inchieste, ha collaborato, tra gli altri, con La Lettura, l’Unità e Wired e ha scritto le fiabe di impegno civile La mafia spiegata ai bambini, L’immigrazione spiegata ai bambini e L’ecologia spiegata ai bambiniNel 2018 ha pubblicato il suo primo romanzo Lo scirocco femmina (Laurana Editore) a cui ha fatto seguito del 2020 La lezione dell’Elefante (Navarra Editore).  ha pubblicato Salvezza (2018; con ) e …a casa nostra. Cronaca di Riace (2019; con Lelio Bonaccorso).

La Tram (Margherita Tramutoli)

LaTramLa Tram inizia a lavorare come grafica per ONG italiane e internazionali. Approda poi al fumetto, e lavora con Barta Edizioni, NPE, Eris, Beccogiallo, , Feltrinelli Comics. Come illustratrice ha all’attivo lavori per DeAgostini, , l’Espresso, Jacobin, la Repubblica e Corriere della Sera. Il suo lavoro più recente, per Feltrinelli Comics, è La Prima Bomba, scritto da Marco Rizzo.
Insegna Teoria del Colore alla The Sign Comics&Art Academy di Firenze.


  1. Non si può essere processati due volte per la stessa accusa se si è già stati assolti in tutti i gradi di giudizio 

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