Lucio Perrimezzi, sceneggiatore e direttore editoriale di Green Moon Comics, è intervenuto a Lo Spazio Audace – Vignette e caffè a Lucca Comics & Games 2025 per parlare del primo albo di Burton, Neon Nights.

Ciao Lucio, benvenuto! Burton è il vostro primo fumetto seriale e, in un mercato che oggi sembra andare nella direzione opposta – cioè lontano dalle serie italiane di questo formato, a metà tra il bonelliano e il popolare – la vostra scelta appare una scommessa controcorrente, anche per il prezzo più accessibile rispetto a molte produzioni attuali. Da cosa nasce questa decisione così precisa?
Noi abbiamo sempre avuto un approccio un po’ punk rock, da questo punto di vista. Qualcuno potrebbe dire suicida ma in realtà il discorso è che facciamo quello che fondamentalmente ci piace fare. Come Green Moon Comics non abbiamo mai fatto seriali, sin da quando siamo nati abbiamo proposto progetti autoconclusivi. Burton è un progetto che fa Green Moon Comics con autori Green Moon Comics, nel senso che gli sceneggiatori principali, cioè io e Tommaso De Stefanis, siamo proprio dentro la casa editrice e abbiamo voluto provare a fare una miniserie. Burton durerà un anno, uscirà esclusivamente per librerie e fumetteria perché eravamo curiosi di provare questo canale, cercando di capire se è una cosa che può avere un riscontro o meno. È ovvio che ci stiamo prendendo dei rischi, ma ce li stiamo prendendo noi, nel senso che è un prodotto nostro. È successo negli anni che siano arrivate proposte di miniserie di 3, 5, 12 numeri, noi le abbiamo sempre rifiutate anche perché sarebbe stato un rischio che avremmo corso insieme agli autori. Invece Burton è una cosa che vogliamo fare noi. Rispetto a Bonelli è chiaro che non possiamo avere un prezzo di copertina come il loro, perché abbiamo una tiratura differente, un mercato differente, un riscontro differente, ma allo stesso tempo non abbiamo voluto fare un prezzo da graphic novel ma cercare un compromesso, nella speranza di poter attrarre anche il lettore curioso che non vuole spendere venti euro per un volume. Per adesso il riscontro è stato molto positivo. Sarà per la presenza di Mlinaric, che è noto all’estero ad esempio, o per il fatto che abbiamo prodotto un numero zero in omaggio con il primo volume, ma il riscontro è positivo.
Quando nasce Burton?
La produzione ha più di due anni anche perché, essendo una storia con una trama complessa e coinvolgendo tre sceneggiatori – io, Tommaso de Stefanis e Alessandro Doc Manhattan Apreda, vari disegnatori da coordinare eccetera, abbiamo cercato di portarci avanti per poi partire sicuri. Noi non abbiamo la macchina di produzione Bonelli e, come potete facilmente immaginare, se si blocca uno di noi si blocca tutto.
La struttura narrativa di Burton poggia sia sulla trama orizzontale sia sulla verticale. Come le avete organizzate e gestite?
Ciascun volume ha una storia fruibile a sé stante. Poi c’è la trama orizzontale che è stata stesa da me e Tommaso De Stefanis. Ogni sceneggiatore, ad esempio Doc Manattan che è l’”ospite” del numero tre, ha raccontato la sua storia intrecciandola con la nostra. È innegabile che, pur essendo ogni numero fruibile, se non si leggono i precedenti qualche passaggio non può essere compreso appieno.
Entriamo nell’ambientazione e nella trama di Burton: siamo in una metropoli distopica, decadente, con vene esoteriche, horror. Il protagonista ha tatuaggi misteriosi. Sono riferimenti derivati da vostre passioni?
La caratteristica di Burton è che è una commistione tra lo sci-fi e il fantasy dark esoterico. Abbiamo cercato di chiarire questi due aspetti ed è un dualismo dovuto al fatto che Burton è andato all’inferno per amore, per recuperare l’anima della donna amata e riesce più o meno nell’intento. Ma la fuga dall’inferno è un po’ rocambolesca, quindi lui si trova in questo mondo futuristico ma anche nostalgico, un po’ retrowave, con riferimenti anni Ottanta. Non è il classico futuro ipertecnologico che uno può immaginare in questo tipo di contesti. Nella sua fuga, molti demoni sono scappati con lui pur non essendo idonei a vivere sul piano terreno autonomamente. Quindi rimangono nel corpo di Burton sotto forma di tatuaggi contenitivi. Fra l’altro li ha realizzati Michel Mammi che, oltre a essere disegnatore, è anche un tatuatore di fama internazionale e ha avuto l’idea di non farli precisi ma un po’ “tirati via”. In pratica sono dei sigilli contenitivi che permettono a Burton di evitare che i demoni lo dilanino. La sua mente crea un motel, derivato dall’immaginario dei film americani anni Sessanta e Settanta, un po’ sudici, semiabbandonati, con la piscina, e in ogni stanza c’è un demone mentre il portiere è un capro, amico e confidente di Burton. Nessuno sa quanti demoni ci siano all’interno ma ce ne sono di molto potenti e ostili. Alcuni però lo aiuteranno. Quindi abbiamo provato a immaginare un futuro diverso e, per certi versi, essendo passato molto tempo rispetto all’attualità, abbiamo anche estremizzato i contenuti. Ad esempio gli usi e i costumi di una società apparentemente super futuristica e divisa, con i benestanti nella parte centrale, più moderna, più vivibile, e i poveri in periferia, chiamata La Cintura. New Archetype è quindi una città modello, super performante, ma con tante contraddizioni.

Hai citato vari generi di ispirazione, però guardando la copertina di questo primo numero e il font del titolo, il richiamo immediato è il cyberpunk.
Sì ci piaceva molto, più che il cyberpunk in sé, proprio la forte connotazione di futuro retrò, data anche ai colori un po’ più acidi. In effetti ci dispiace non averlo potuto fare tutto a colori, ma a quel punto i costi per noi sarebbero stati proibitivi. Quindi, lo possiamo dire molto seraficamente, ci piaceva l’idea di fare un futuro un po’ diverso e se l’influenza di Blade Runner c’è, io dico sempre che Burton è una specie di Hellblazer che incontra Nathan Never. Cerchiamo sempre di mantenere questi due aspetti anche se, lavorando con i disegnatori più giovani, magari nati nel ‘92 o nel ’99, non è scontato che conoscano quei riferimenti anni Ottanta a noi cari. Così abbiamo creato delle cartelle di reference, per superare quelli che non sono limiti tecnici, ma limiti culturali.
A tuo parere c’è ancora spazio per un tipo di narrativa di genere, sia fantascienza, horror o cyberpunk, rispetto a un contesto dove si avverte tanto la diffusione di graphic novel intimiste e di racconti più incentrati sull’io e un po’ meno sull’avventura?
Io penso di sì. Noi come Green Moon Comics abbiamo anche autori che fanno questo tipo di storie che a noi piacciono tantissimo. Però secondo me c’è ancora la volontà di raccontare storie che non devono essere necessariamente connotate su un aspetto di autobiografia o di personalizzazione. E per quello che stiamo vedendo con Burton, ma anche con altre nostre pubblicazioni, c’è la curiosità di leggere avventura. E poi abbiamo anche i disillusi della Bonelli, magari quelli che non condividono più alcune storie, alcuni approcci e quindi magari cercano qualcosa che non sia sulla falsa riga ma più innovativo, più particolare o comunque differente. L’opinione che mi sono fatto da editore, oltre che da autore, è che sì, assolutamente sì, c’è ancora voglia di approfondire il discorso avventuroso. Però si richiedono buone storie. Il lettore ormai è smaliziato, è curioso, il fumetto lo mastica e non lo si può ingannare perché ha un livello di aspettativa alto. Quindi bisogna proporre prodotti che rispondano a questi requisiti, cioè di qualità elevata.
Un’ultima domanda che stiamo rivolgendo a tutti gli autori e può essere ancora più interessante a te in qualità di editore. In casa editrice avete intenzione di usare l’intelligenza artificiale nella scrittura o nella realizzazione dei disegni?
No. Non è la nostra tazza di tè. Poi, ragazzi, io ho quarantacinque anni e non è una cosa che saprei masticare. Anzi siamo molto attenti su questo. Noi lavoriamo con autori che conosciamo e tutti gli autori nuovi che arrivano da noi sanno come lavoriamo. Non siamo assolutamente pro intelligenza artificiale, non ci interessa, siamo vecchia scuola da questo punto di vista, non lo riteniamo neanche un mezzo. Una cosa è usare strumenti come Photoshop, un’altra è farsi aiutare dall’intelligenza artificiale. Non è una cosa che fa parte di noi.
Grazie per il tuo tempo, Lucio!
Grazie a tutti, grazie a voi.

Intervista realizzata il 1 novembre 2025 a Lucca Comics & Games.
Lucio Perrimezzi
Scrittore di fumetti. Nel 2008 pubblica Stupidomondo, graphic novel disegnata da Mauro Cao, e nel 2010 Rockin’ Roads, con i disegni di Giulia Argnani, lavori entrambi editi da Tunuè.
Nel 2009 è tra gli autori di Futuro Anteriore (Napoli Comicon, Centro Fumetto Andrea Pazienza). Successivamente continua la pubblicazione di graphic novel, racconti e storie brevi con NPE, la stessa Tunué, Perfect Trip, Absoluteblack e Passenger Press.
Tra il 2017 e il 2020 ha scritto la miniserie di 2 volumi Ophidian edita da Noise Press, disegnata nuovamente da Francesca Follini, e Marathon, adattamento dell’omonimo romanzo di Andrea Frediani, disegnato da Massimiliano Veltri e edito da Newton Compton.
È stato docente dei Corsi di Sceneggiatura della Scuola del Fumetto di Cosenza fino al 2019, e attualmente insegna sceneggiatura e scrittura creativa presso OVO (Officina Visuale Orizzontale) a Cosenza.
Dal 2020 è il Direttore Editoriale Green Moon per la quale pubblica la ristampa a colori de “Il Sesto“, illustrata da Francesca Follini.
