La genesi di Mimbrenos di Stefano Casini: l’evoluzione della tavola

La genesi di Mimbrenos di Stefano Casini: l’evoluzione della tavola
Seguiamo la nascita di Mimbrenos, l'ultima opera di Stefano Casini, un western pensato per il mercato francese, con una serie di interviste tematiche. Siamo giunti alla quarta tappa e analizziamo con l’autore gli strumenti del mestiere.

Seguiamo la nascita di Mimbrenos, l’ultima opera di , un western pensato per il mercato francese, con una serie di interviste tematiche. Abbiamo parlato con l’autore della sua idea di western e di come nascono i protagonisti della storia, e analizzato il lato tecnico del passaggio dallo spunto iniziale alla sceneggiatura. Siamo giunti alla quarta tappa e analizziamo con l’autore gli strumenti del mestiere.

Stefano Casini è diplomato alla Scuola Superiore di Industrial Design e ha collaborato come grafico prima di approdare alla Sergio Bonelli Editore come disegnatore del primo Nathan Never sulle cui pagine si distingue per il suo tratto dinamico, spigoloso e personalissimo. Negli anni si dedica anche ad altre storie, fuori dal circuito popolare, come la serie Digitus Dei con Michele Medda o la saga in formato francese dedicata a Cuba, Hasta la victoria!. Attualmente ha terminato la realizzazione di un’opera per il mercato francese, un western dal titolo Mimbrenos.

Quali strumenti usi generalmente per disegnare? Questa nuova opera ha richiesto qualche tecnica o attrezzo diverso dal solito?
Uso gli strumenti tradizionali, carta, matita e pennarelli (Staedtler o Sakura) e pennelli (Windsor&Newton) a china, quello che usano tutti più o meno, e coloro o in tradizionale, ad acquerello (come i miei due graphic-novel), oppure in digitale come il dittico La lama e la croce, e come farò anche per Mimbrenos.
In questa opera, come nel dittico sulla guerra dei trent’anni però, invece che la china uso direttamente la matita, imposto con matita blu e vado sopra con matite 3B e 5B, giocando con le sfumature e la morbidezza della grafite. L’illusione di saltare la china è solo un’illusione appunto, perché il ripasso invece che col pennello viene fatto con la grafite.

I primi sketch sono molto schematici e sintetici, puoi spiegare a cosa servono? Una volta buttati giù li rispetti o possono cambiare quando inizia a fare le matite?
Se per i primi schizzi intendi lo storyboard, i termini sintetici e schematici mi sembrano due eufemismi, perché i miei sono diventati dei veri e propri scarabocchi impresentabili che servono unicamente a me per avere le coordinate giuste di come devo impostare e realizzare le vignette. Una volta ero meticoloso e mi dispiace perfino avere buttato i miei storyboard, tanto erano rifiniti e vicino agli originali, adesso sono vera e propria carta straccia, ma del resto già quando faccio la prima stesura della sceneggiatura realizzo l’impaginato e visualizzo sinteticamente l’impostazione della vignetta, per cui lo storyboard prima del disegno diventa un secondo passaggio. Per certi versi quasi inutile.
Poi, più vado avanti negli anni e più amo realizzare sempre meno dettagli nella matita, perché adoro improvvisare maggiormente nel ripasso finale.

Le tue chine sono fortemente personali e identificano subito il tuo stile. Come hai affinato la tua tecnica? Quanto pesa per la realizzazione di un tuo fumetto questo passaggio?
Lo stile, lo sai meglio di me, è un processo di macerazione e digestione delle proprie visioni, delle proprie passioni e di ciò di cui ci cibiamo nel mondo del disegno e di come componiamo il nostro immaginario estetico, ed io sono passato attraverso lo “studio” di moltissimi autori, neanche tanto compatibili tra loro, ma che con un modo tutto mio di digerirli alla fine ho metabolizzato. Ma questo credo che valga per tutti i colleghi e gli autori.
Lo ”stile” non pesa niente in fase realizzativa, perché scaturisce naturalmente, non è pensato a priori, vai e disegni… semmai, vista la mia inclinazione a cambiare e a pormi traguardi diversi (mi annoio, mi pare di averlo già detto), spesso cambio parametri di base, strumenti, giusto per sperimentare, ma la base stilistica quella resta, anche perché molta deriva dalla struttura di costruzione del disegno, dell’anatomia, delle prospettive. In questo caso invece che l’uso delle chine come fase di finale, uso quelle che si possono definire matite rifinite, il che non cambia la sostanza. Fino a un certo punto però, perché la matita “arrotonda” di più il segno, lo rende morbido e questo “ingentilisce” un po’ il mio segno che invece è spigoloso e sincopato.
Cambio per il gusto di cambiare, e perché anche in questo caso penso alla storia come vorrebbe essere raccontata, a cosa mi aspetto da lei e cosa mi diverte di più fare, lascio a lei l’ultima parola, insomma.

In queste fasi, lavori esclusivamente con matita e china o utilizzi anche strumenti digitali?
Gli strumenti digitali vengono usati solo alla fine, almeno nel mio caso,  solo in fase di scannerizzazione, ritocco della tavola nel passaggio sul supporto digitale e poi la colorazione con Photoshop. Devo dire però che anni fa realizzai un intero Nathan Never con Flash dell’Adobe, ma è stato un unico caso, fino ad ora.

Il colore: ricordo alcuni tuoi lavori quasi pioneristici per quanto riguarda l’uso della colorazione digitale (Digitus Dei per esempio). Adesso utilizzi ancora il computer per la colorazione? Quanto hai lavorato per giungere a una soluzione che ti soddisfacesse?
Grazie per il pionieristico, lo apprezzo molto e mi fa piacere che almeno qualcuno se ne sia accorto, in effetti Digitus Dei (su testi di Michele Medda ndr) fu una bella sfida, e a quel tempo credo fosse anche una bella novità in fase di colorazione, peccato che i secondi due episodi de I demoni hanno fame (che erano a colori a differenza del primo), pochi li abbiano visti. Per raggiungere una soluzione ottimale il percorso è stato più o meno come con lo “stile” del disegno, cercando, confrontando, osservando ma sopratutto non innamorandomi pedissequamente di quel o quella colorazione figa, ma pensando sempre a come certe soluzioni servissero e fossero funzionali al mio disegno. La colorazione deve essere complementare e funzionale allo stile del disegno, non lo deve sovrastare né dev’essere trascurabile, lo deve valorizzare esaltandone le caratteristiche.

Ci sono dei toni di colore che identificano in particolar modo Mimbrenos, che sottolineano l’atmosfera e il tono delle scene principali?
Sì, anche perché userò una palette con pochi colori, misurata e calibrata, ma direi che i toni caldi dei gialli degli arancioni e di blu carichi in certe situazioni potrebbero farla da padrone. Siamo in Arizona e Nuovo Messico, per cui…

Intervista realizzata via mail nel corso del 2018. Continua…

 

1 Commento

1 Commento

  1. walter Chendi

    6 Febbraio 2019 a 09:58

    Ottimo. C’è sempre da imparare qualcosa.

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