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Intervista a(b)braccio a Veronica “Veci” Carratello

Un abbraccio e quattro chiacchiere su graphic novel, musica e colori con la giovane autrice di "Freezer", Veronica Carratello.
Articolo aggiornato il 22/09/2017

Cosa c’è di più umano del raccontare storie? Il mondo del fumetto è un ambiente professionale, regolato da leggi di mercato, concorrenze, gerarchie e persino tasse. Ma il suo solo aspetto fondamentale sono le storie: raccontate e disegnate da autori che si divertono, si impegnano, si arrabbiano, si imbarazzano, sono, insomma, umani.

Con un abbraccio e qualche domanda si prova a ricordarlo.
Intervista a(b)braccio a Veronica “Veci” Carratello

Veronica Carratello, nota anche come Veci, è nata nel 1988 a Novara e ha iniziato presto a interessarsi alle storie, al disegno e alla musica. Nel 2012 ha autoprodotto il suo primo fumetto, Fat Bottomed Girls, raccontando le vicende di alcune anziane groupies decise a vendicarsi sulle star del rock; a questo sono seguiti David Bowie – L’uomo delle stelle (testi di Lorenzo Bianco, Nicola Pesce editore, 2014) e Freezer (Bao Publishing, 2016). Ha inoltre colorato le storie di Zagor per Sergio Bonelli Editore e collaborato a diversi progetti antologici, fra cui This is not a love song, Apuckalypse, Feral Children e Grimorio.

A Lucca Comics & Games 2016 era presente per dedicare ai fan Freezer, il suo primo graphic novel pubblicato da Bao; noi dello Spazio Bianco l’abbiamo fermata per fare quattro chiacchiere su tutto il suo percorso e, ovviamente, per abbracciarla.

Buongiorno Veci! Iniziamo: in quale momento hai deciso che avresti fatto fumetti?
È come se l’avessi sempre saputo. Già intorno ai quindici anni, quando mi chiedevano “Qual è il tuo sogno nel cassetto?” rispondevo “Diventare una fumettista famosa”. Insomma, fare fumetti non mi bastava, volevo diventare anche famosa!

E non ricca?
Mah, a me per campare basta poco, poi penso che ciò che cambia la vita delle persone sia il successo. In realtà ho sempre scritto storie, anche quando non leggevo tanti fumetti: ho da sempre voglia di narrare.

Intervista a(b)braccio a Veronica “Veci” CarratelloPoi hai iniziato con le autoproduzioni.
Sì, per farmi conoscere, perché gli editori non mi si filavano! Visto che nessuno rispondeva alle mie proposte, mi sono detta: “Il fumetto me lo autoproduco, faccio quello che dovrebbe fare l’editore, mi auto-sponsorizzo e lo vendo da sola”. Quindi per me l’autoproduzione non è stata proprio una scelta…
Però poi è stato tutto più facile. Autoprodurmi è stato utile anche per mettermi alla prova, per scoprire come far procedere dall’inizio alla fine una storia di cento pagine. Certo, adesso vedo un sacco di errori, per esempio nella narrazione… rispetto a tre-quattro anni fa su questo aspetto sono molto più sciolta. Il merito è delle Fat Bottomed Girls, ma anche del volume su David Bowie, realizzato con Lorenzo Bianchi come sceneggiatore. Molto utili sono stati anche i consigli: per Freezer l’editor della casa editrice mi ha seguito e mi ha dato dei suggerimenti, in base a cui abbiamo cambiato alcune cose…

A questo punto della tua carriera, preferisci le autoproduzioni o l’editoria classica?
L’editoria classica, perché è più comoda! L’autoproduzione mi piace quando si parla di un gruppo, di un collettivo. Di recente ho partecipato a Grimorio, un’antologia autoprodotta con il crowdfunding. Ma nel caso di Fat Bottomed Girls ero da sola. I soldi li ho messi tutti io, i banchetti li gestivo sempre io… e poi mi sono occupata della grafica e dell’impaginazione, che sono impegnative. Alla fine dalle vendite non ho guadagnato niente, sono rientrata appena delle spese. Invece quando si lavora per un editore è tutto molto più comodo: a queste cose ci pensa lui.
Però, se mi chiedono qualche storia, qualche pagina per un’autoproduzione, volentieri! Soprattutto se è per un collettivo: ci si aiuta, si dividono le spese… è quella la differenza.

Quanta parte di altri linguaggi, come cinema e musica, c’è nello stile e nell’ispirazione dei tuoi fumetti?
Tanta, tanta. La molla che ha fatto partire Freezer è stato Little Miss Sunshine, il film. Volevo fare una storia con quello stile, simile alla commedia. È un genere che nel fumetto un po’ manca: i graphic novel sono quasi tutti introspettivi. Io cercavo qualcosa di leggero e fresco: Little Miss Sunshine mi sembrava avere il giusto registro.
La musica poi ha sempre un ruolo importantissimo. È la mia passione, cerco sempre di aggiungere elementi musicali: ce ne sono in tutte le mie storie, sin da Fat Bottomed Girls, che riguarda appunto delle groupies. In Freezer ci sono Simon e Garfunkel, che sono uno stratagemma per raccontare la parte centrale del fumetto. Ora sto scrivendo un libro nuovo, che in qualche modo riguarda Elvis Presley.

Intervista a(b)braccio a Veronica “Veci” Carratello

Sei anche una musicista?
Sì, prima suonavo la chitarra in un gruppo musicale, ci chiamavamo LaDysagio! Scrivevo anche i pezzi, un’altra forma di racconto che mi piace molto. Rispetto ai fumetti, suonare la chitarra è più liberatorio, quasi uno sfogo, immediato. Su un fumetto bisogna lavorare di più, è meno istintivo.

Hai lavorato anche come colorista, e in generale i colori sembrano avere un ruolo centrale nei tuoi lavori, soprattutto in Freezer. Contano davvero così tanto per te?
In effetti mi hanno fatto un sacco di complimenti per i colori. Quando lavoravo su Zagor, però, i miei colori erano dei campioni, non li sceglievo io. C’era una palette di colori da seguire ed era importantissimo rispettare le percentuali: in caso contrario mi chiamavano con mille lamentele! Invece per Freezer i colori li ho potuti scegliere io: a me piacciono poco saturi, e vedo che piacciono anche ai lettori. Danno quell’effetto sul vintage, antico… forse sono un po’ vecchia dentro!

È il momento clou dell’intervista: qual è stato il momento più imbarazzante nella tua carriera di autrice di fumetti?
Ah! Ne ho una sfilza incredibile. Ti dico l’ultima, però non la scrivere. Anzi sì, scrivila, tanto il diretto interessato non la leggerà mai. E poi la sto già raccontando a tutti! Riguarda Dustin Nguyen, l’autore di Descender. Qui a Lucca, noi fumettisti della Bao alloggiamo tutti nello stesso palazzo, a piani diversi. L’altro giorno ho visto una famiglia di orientali, e così ho chiesto: “Ma, scusa, c’è anche una famiglia di cinesi da noi?” “No, quello sarebbe Dustin Nguyen con la sua famiglia”. Non basta non aver riconosciuto l’autore, gli ho pure dato del cinese! Coi nomi e le persone in realtà mi confondo spesso, faccio collezione di figuracce. Magari so come disegnano, ma le facce… ho fatto figure del tipo “Ciao, sei Sualzo?” ed era Luca Genovese. Le gaffes per me sono all’ordine del giorno!

 

Intervista realizzata dal vivo il 29 ottobre 2016

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