Rebecca Dautremer è l’artista a cui è stato affidato il manifesto di Lucca Comics & Games 2025: un “french kiss” che coinvolge diversi personaggi, un poster componibile in tante diverse combinazioni, quante sono quelle che si possono incontrare in un festival come quello toscano.
Se al pubblico di appassionati di fumetti il suo nome può sembrare sconosciuto, l’artista francese è conosciuta in Italia come una delle illustratrici più affermate e talentuose a livello internazionale, con moltissime opere da lei disegnate che fanno bella mostra di sé sugli scaffali delle librerie.

Dopo gli studi iniziali nel graphic design e nella fotografia, la passione per l’illustrazione ha preso il sopravvento, portandola a lavorare in tantissimi ambiti (dalla pubblicità ai poster per diverse manifestazioni) e ad affermarsi nella realizzazione di libri illustrati: sia in coppia con altri sceneggiatori e sceneggiatrici, che in opere da autrice unica, Dautremer infonde in ogni sua opera un elemento di melancolia, una atmosfera misteriosa e affascinante che pesca tanto dalle fantasie dei bambini che da quelle degli adulti, creando un mix adatto a tutti, ma che necessita di tempo per essere elaborato, compreso e fatto proprio. Sia che parli di principesse che di animali antropomorfi, il suo stile pieno di dettagli crea immagini che raccontano storie molteplici, non tutte legate a quelle raccontate dal testo: nascono così mondi di storie da immaginare, da trovare nel più piccolo, apparentemente insignificante, elemento scenico, come in un quadro barocco o surrealista.
Con Dautremer abbiamo parlato del suo stile ricco e dettagliato, di come nascono le sue illustrazioni, del suo rapporto con il nostro Paese e di come le sue opere siano diversamente recepite in Francia e in Italia.

Buongiorno Rebecca Dautremer e grazie per il tuo tempo.
Come prima cosa, mi piacerebbe parlare dei tuoi esordi. Nella tua biografia si legge che hai iniziato interessandoti e studiando fotografia, per poi passare all’illustrazione: come è avvenuto questo passaggio e cosa hai portato, di quella tua passione iniziale, nel tuo lavoro di illustratrice?
Ho frequentato l’Ecole Nationale Superiore des Arts Décoratifs, una scuola pubblica di Parigi molto famosa, e lì ho studiato appunto arti decorative. All’epoca l’illustrazione non era di moda, i professori di grafica non la consideravano come qualcosa di serio, era qualcosa per bambini, o per donne. Quindi, anche se a me piaceva molto, all’inizio ho seguito i consigli dei miei professori e ho fatto corsi di graphic design e poi di fotografia. All’epoca ovviamente non c’era nulla di digitale, andavamo nello studio di sviluppo, e quel contesto mi è piaciuto molto. Ho così iniziato a lavorare un po’ in uno studio fotografico che faceva soprattutto copertine di dischi musicali, in un momento in cui la gente comprava dischi ed era un lavoro anche ben pagato. Questo mi ha portato ad avere molte opportunità, a fare molti incontri, fino a mettere piede in una casa editrice, dove ho iniziato a fare l’illustratrice, tornando a quella mia passione. Non è stata una scelta forte e consapevole, è accaduto, e in quel momento mi sono resa conto che non avevo più voglia di fare fotografie ma volevo solo disegnare. A volte, per spiegare come lavoro, però, dico che è come avere una macchina fotografica in testa, e che il dipinto fatto a mano è la foto che vorrei fare. Uso gli strumenti della composizione, della profondità, colori e linee per realizzare la fotografia che ho in testa.
Questo anticipa la mia domanda successiva: le tue illustrazioni sono sempre molto ricche di dettagli, hanno questa grande profondità, ogni immagine ha una storia al suo interno che non coincide con quello che c’è nel testo. Mi piacerebbe sapere come lavori nella creazioni di un’immagine, a livello pratico, e se ci siano sono artisti che ti hanno ispirato e influenzato, sia all’inizio della tua carriera che anche successivamente.
Oltre che con l’immagine della camera fotografica, potrei spiegare il mio lavoro ancora meglio facendo un’analogia con il teatro. La scena vuota di un teatro è come la pagina bianca dell’illustratore: su questa scena, su questa pagina, io invito gli attori, faccio un vero e proprio casting per fare la scelta migliore, poi creo la scenografia, imposto le luci, creo i costumi, e poi faccio recitare i personaggi. Per me questa maniera concreta di pensare funziona meglio che aspettare una ispirazione. Dico spesso che sono molto fortunata perché posso lavorare con un grandissimo budget, che mi permette di realizzare scenografie e costumi molto dettagliati. Quando ero ragazza ero molto affascinata dai pittori fiamminghi, da Bruegel e da Bosch, pitture molto dettagliate che grazie alla composizione creavano tante storie al loro interno, veri e propri mondi. Anche a me piace creare mondi in cui i lettori possano immergersi. Dedico tanto tempo a questo lavoro, e mi piace che anche i lettori dedichino molto tempo a osservare il mio lavoro.

Nel corso della tua carriera hai lavorato sia su testi altrui, compresi quelli di tuo marito, sia come autrice unica: come cambia il tuo lavoro in questi due casi? Cosa impari tu dai testi di altri, e come influenzano le tue immagini questi testi?
Direi che sono quasi due lavori diversi. Quando sto lavorando con un testo che viene da un altro autore, devo trovare il mio posto tra le linee del testo, perché quando l’autore scrive la sua storia, molto spesso non pensa all’illustratore, non lascia spazio per lui. Quindi devo trovare questo spazio e mettere in scena il testo, non semplicemente decorarlo. Quando sono io a scrivere, invece, immagino già questa scena, l’illustrazione, e soprattutto penso al legame tra testo e immagine e a quello che creeranno, ovvero il senso e le emozioni. Credo che il lavoro dell’illustratore sia proprio questo: creare un terzo senso, quello emotivo, da due elementi che si incontrano.
E’ una definizione molto bella del lavoro dell’illustratore. Parlando delle tue opere, hai iniziato a lavorare negli anni ‘90, ma il grande successo internazionale è arrivato con Principesse Perdute o Dimenticate, che è stato tradotto in tanti paesi. Questo lavoro ha definito la tua carriera, soprattutto il suo sviluppo internazionale. Come è nata quest’opera, che cosa ti ricordi di quel periodo, quali sensazioni ti legano a quel lavoro?
Il libro mi fu proposto dalla casa editrice con cui lavoravo all’epoca, su testo di un autore francese, Philippe Lechermeyer, che non conoscevo. All’inizio devo ammettere che leggendolo ho avuto sentimenti contrastanti, non sapevo se l’avrei voluto fare o no, non ero convinta. Poi ho avuto la possibilità di parlare con l’autore, ci siamo incontrati e abbiamo iniziato a fare un lavoro insieme, a sviluppare il testo, a costruire quel legame di cui parlavo prima. E’ stata anche la prima volta che ho lavorato con un autore senza, come dire, subire il lavoro, ma partecipando attivamente. Ovviamente non potevamo immaginare il successo di questo libro. Sicuramente ha avuto il merito di far conoscere il mio lavoro, e far aprire le porte di tantissime case editrici. Al contempo, devo ammettere che in seguito ho avuto un po’ di difficoltà a presentarmi come qualcuno che sa fare anche altro e non solo le principesse. Ho avuto bisogno di tempo, di allontanarmi da quell’opera e dire basta, ho scelto di cambiare storie, di evolvermi e andare avanti. Quindi sì, Principesse ha rappresentato un buon momento ma anche un sassolino nella scarpa.
Parlando sempre di Principesse e dello stile di quel volume, ma anche dei successivi, nei libri per bambini che hai arricchito con le tue illustrazioni, i tuoi disegni sono tutt’altro che infantili. Sorprendenti e immaginifici, racchiudono anche elementi di tristezza, oscurità e inquietudine.
Questo ovviamente cattura l’attenzione degli adulti eppure anche i bambini restano affascinati e tutt’altro che spaventati. Raggiungono quindi un vasto pubblico, ma come lavori su questo elemento quando devi affrontare lavori per lettori più piccoli rispetto a un target più adulto?
Devo dire che quando ero una ragazza e una giovane studentessa a me piaceva molto dipingere e disegnare, ma non posso dire che volevo assolutamente lavorare per i bambini. Poi però, quando si arriva a lavorare, è vero che molti libri illustrati sono nella categoria delle letture per bambini, quindi tutti gli illustratori si trovano a fare questo, libri ufficialmente per bambini ma che possono attrarre un po’ anche gli adulti. In realtà, il libri per bambini sono spesso fatti per gli adulti, sono loro che li scelgono e li comprano, e solo dopo il bambino li legge. Quindi nel nostro lavoro dobbiamo sedurre tutti, bambini e adulti. Più di tutto però, a me interessa fare libri che possano essere letti in famiglia, condivisi tra genitori e bambini. Non mi piace insegnare qualcosa, fare una morale, mandare un messaggio. Faccio una storia per tutti e chiunque voglia mi può leggere.
Sempre parlando dei bambini, spesso li consideriamo come un gruppo omogeneo, ma come gli adulti anche loro sono tutti diversi, quindi non penso più all’età del lettore, ma solo al fare la storia migliore che posso e che voglio realizzare.

Questo si ricollega a un’altra mia domanda, ovvero quella della categoria merceologica editoriale che spesso ti mette nel campo dei libri illustrati per bambini, perché questa è quella che esiste. La sensazione è che questa etichetta stia un po’ stretta al tuo lavoro. Hai un pensiero da condividere su ciò?
C’è comunque anche un campo di illustrazione, in Francia ma credo anche in Italia, per amatori dell’illustrazione, adulti e non solo. Io sento di appartenere a questo.
Mi fa piacere che tu abbia parlato del leggere i libri in famiglia. Abbiamo avuto l’esperienza di leggere tuoi libri con i nostri figli, anche a età diverse, ed è molto interessante perché sono molto stratificati: alcuni concetti sono difficili e devono essere spiegati, altri vengono compresi dagli adulti, ma alcuni attraggono istintivamente i bambini; immagini come quella di Jacominus Gainsborough che si rompe un piedino, per esempio.
Esatto, molte cose nei miei libri sono difficili da capire per i bambini, ma questa è una cosa che mi piace e che dico anche nelle mie introduzioni, rivolgendomi direttamente a loro: non è importante che capiscano tutto, possono chiedere ai loro genitori, oppure possono anche non capire e guardare solo le immagini, e un giorno, rileggendole, capiranno meglio. Parto dall’assunto che non si capisca tutto della storia.

Parlando di Jacominus Gainsborough: se si esclude la serie Séraphin Mouton realizzata con tuo marito, non hai mai realizzato serie di libri. Adesso però hai iniziato a scrivere di questo personaggio per Edizioni Sarbacane, pur sperimentando molto sul concetto di serie, visto che ogni libro ha uno stile e un formato diverso. Da dove è nato il personaggio e cosa ti spinge a ritornare sulla sua storia, raccontandola con prospettive e stili diversi?
Non avevo pensato a una serie, all’inizio. Il primo libro, Le ore felici, ha avuto però un grande successo, e quindi ho pensato che sarebbe stato un po’ un peccato fermarsi lì. In fondo questo libro parla della sua vita dalla nascita alla morte, ma è piuttosto breve, ci sono solo 12 quadri per raccontarla. Quindi ho voluto espandere il racconto, ma mi sono data la regola che non sarebbe stata una serie normale e che avrei cambiato formato, stile e narrazione. In Ti Aspetto, per esempio, ho voluto usare la tecnica del “cut paper” forse in italiano dovremmo dire papercut? per dare profondità al racconto. Ho scavato nelle pagine e nello spessore del libro perché, parlando del primo appuntamento di Jacominus, volevo che il lettore attraversasse la storia fisicamente, come una scultura di carta ma anche una scenografia fisica, ritornando ancora all’analogia teatrale. Un attimo soltanto, invece, visto che racconta di un solo momento, è un leporello fatto da una sola immagine molto lunga, quasi tre metri, piena di dettagli e storie.

In effetti già nel primo libro si vede la complessità della storia, vengono presentati tanti personaggi di cui però poi non si parla veramente. In Qualcosa di Eccezionale, per esempio, ci si focalizza sul rapporto tra Jacominus e il suo amico Policarpo, in una maniera che mi ha ricordato molto Big Fish di Tim Burton, in cui le storie di sogni incredibili si susseguno e non si sa se siano reali o fantastiche.
Esatto, ho immaginato un mondo con un sacco di personaggi, e ora penso a come mettere in luce un aspetto o l’altro della vita di Jacominus ogni volta in maniera nuova e diversa.
C’è una sorta di melanconia troppo letterario, non è meglio dire malinconia? che avvolge i personaggi delle tue illustrazioni – per esempio in Alice, ma anche in Principesse e in Jacominus, – che si accompagna però anche all’uso di colori accesi e vivaci compensati da altri più tenui e cupi, magari anche all’interno delle stesse immagini. Questo contrasto di sensazioni e sentimenti tu lo percepisci mentre stai disegnando? Deriva dal tuo carattere?
Devo dire che lo faccio senza pensare, sono così. Con Jacominus, per esempio, volevo parlare del tempo che passa, della vita che scorre, e ho voluto raccontare una vita dalla nascita alla morte. Non si vede molto spesso nei libri per ragazzi, ma a me piace parlare di questo, mi è sempre piaciuto. Già a dieci, undici anni, smettevo di ascoltare il mondo per sentire il tempo che passava. Oppure immaginavo dove sarei stata tra due secondi, mentre camminavo. Alla fine, di cos’altro potrei parlare di più importante se non dello scorrere del tempo? Credo che sapere che il tempo passa, che ci avviciniamo alla morte, sia l’energia, il motore che ci anima. Melancolia, dici? Direi una melancolia felice, se possibile. Non vorrei apparire eccessivamente triste. Però so che i bambini sono curiosi, e a loro piace parlare un po’ anche della morte. Ma non voglio farlo in modo didattico, per questo credo che sia interessante e bello parlarne in una storia.

Oltre ai libri illustrati, hai lavorato come illustratrice per la pubblicità (per Kenzo), per la musica, per il cinema di animazione e molto altro: come si parlano tra loro questi mondi e come si adatta l’immagine ai vari linguaggi, o viceversa come l’immagine trasforma questi linguaggi?
Direi che qualsiasi sia il contesto in cui sto lavorando, sia per la pubblicità, per una copertina di un disco o per un libro intero, lavoro sempre con due elementi, ovvero l’immagine e il testo, e la prima agisce per e con il senso di quello che leggiamo. Il testo ci dà informazioni su quell’immagine, che non esiste di per se stessa. Sappiamo qualcosa, vediamo qualcosa, e insieme si crea un’emozione. Sono due strumenti che lavorano insieme, come nel cinema, che però ha dalla sua un terzo strumento che è il suono, una cosa che a volte mi manca nel mio lavoro.
In effetti nell’ultimo libro di Jacominus c’è anche un QR code con una parte sonora da scansionare.
Sì, l’abbiamo fatto con i miei figli. Mio figlio ha scritto la musica e adesso abbiamo anche in programma di fare uno spettacolo teatrale. Per noi è anche un gioco.

Parlando di pura illustrazione, hai realizzato il manifesto del Lucca Comics and Games 2025: puoi raccontarci l’idea alla base e come hai lavorato a questa immagine (o meglio, queste immagini, visto che il manifesto funziona in maniera combinatoria) prendendo come spunto il tema che è il french kiss?
Non è stato molto facile, sai? Per me il french kiss è quasi uno scherzo, credo che l’espressione sia più romantica all’estero che da noi. Quindi ho dovuto immaginare qualcosa. Ho fatto una prima proposta, con due giganti che si baciano sopra la folla, una cosa molto d’effetto, un po’ punk, però parlando con gli organizzatori abbiamo cercato altro. Quindi ho pensato a questa serie di ritratti immaginando più associazioni possibili, per riflettere lo spirito del festival. Sono già stata due volte a Lucca, l’organizzazione lavora benissimo e soprattutto l’atmosfera è incredibile, si vede che le persone vivono un po’ diversamente rispetto alla loro vita normale. Molti fanno cosplay, in generale mi pare che lì le persone si possano mettere un nuovo vestito e vivere una vita diversa, in un momento di totale libertà.

Al festival ci sarà anche una tua mostra…
Sì esatto. Come da poco annunciato, ci sarà la possibilità di vedermi all’opera in una maniera molto particolare, una modalità che ho già usato per altre mie mostre: trasferirò il mio atelier e il mio studio all’interno della mostra e le persone potranno vedermi lavorare, oltre a vedere il processo delle mie opere.
Infine un’ultima domanda: sei recentemente stata ospite d’onore del festival Illustrada e sarai una delle principali ospiti di Lucca. Che rapporto hai con il nostro paese, anche ma non solo da un punto di vista artistico?
Da ormai qualche anno, 5 o 6 almeno, i miei libri sono pubblicati e conosciuti sempre un po’ di più in Italia, mi sembra che la gente conosca molto bene il mio lavoro e mi sento sempre bene, un’accoglienza perfetta, le persone sono molto gentili. Sono nata a Gap, una città francese, vicino al Piemonte, nelle Alpi, giusto a tre ore di macchina di Torino. Quindi l’Italia è qualcosa che conosco abbastanza bene. Devo dire anche che i lettori sono un po’ differenti rispetto alla Francia. C’è un interesse più grande, direi, con meno condiscendenza, cosa che abbiamo in Francia. In Francia gli intellettuali, soprattutto uomini, vedono i libri illustrati come cose per i ragazzi, o come fumetti per la gente che non può leggere. C’è ancora un po’ questo punto di vista. Lo sento meno in Italia, mi sembra un po’ meno snob.
E pensare che noi diciamo sempre che in Francia, rispetto all’Italia, l’industria fumettistica è molto più strutturata e che fumetto e illustrazione sono presi più sul serio…
Allora, forse è perché io sono straniera, e forse l’accoglienza è migliore. Che dire, allora ne approfitto [ride].
Intervista realizzata via Meet il 17 settembre 2025.
Rebecca Dautremer

Rebecca Dautremer é un’illustratrice nata nel 1971 a Gap, sulle alpi francesi. Da ragazza si trasferisce a Parigi dove frequenta l’École nationale supérieure des arts décoratif. L’emersione del suo talento è immediata e i suoi professori la incoraggiano a proseguire una carriera nell’illustrazione per l’infanzia. Sarà infatti da subito un susseguirsi di successi a partire dal suo primo albo illustrato, La chèvre aux loups, che esce nel 1996. Mano a mano che proseguono le collaborazioni editoriali, il suo stile si precisa fino all’uscita di Principesse dimenticate e sconosciute con cui la sua carriera viene definitivamente lanciata. Fra i suoi lavori troviamo anche i progetti per la linea grafica del marchio di moda Kenzo e quella di alcuni film d’animazione. La sua seconda grande passione è la fotografia.
