Cleo Bissong è una giovane fumettista che con il suo Ma siamo ancora qui a parlarne? unisce la sua passione per il fumetto all’esigenza di parlare di femminismo e di rivendicazione dei corpi, in una società che si riempie di slogan e di ideali ma che di fatto rifugge il dialogo e la condivisione. L’abbiamo incontrata alla 34a edizione di Romics, in occasione dell’uscita del suo primo fumetto come autrice unica.
Ciao Cleo, grazie del tuo tempo e benvenuta su Lo Spazio Bianco. Questa che è appena uscita è la tua prima opera pubblicata da una casa editrice della grande distribuzione, giusto?
Esatto, finora ho fatto alcune autoproduzioni oppure lavori tramite bandi e non sempre come autrice unica.
Come è nata la collaborazione con Coconino? Hai presentato tu la storia?
Sì, più o meno. È una storia che avevo sviluppato all’interno di un master alla LUCA School of Arts di Bruxelles, mentre frequentavo un corso di storytelling pensato per persone che avevano già fatto fumetto e volevano affinare la tecnica. Io non sapevo scrivere o raccontare ma sentivo di avere una voce, quindi volevo imparare. Alla fine sono uscita da lì che avevo un fumetto un po’ meno grosso di questo, molto più incompleto e scritto in inglese. Era in sostanza ancora crudo. Poi, mentre ero in vacanza a Vignacastrisi – un paesino in provincia di Lecce che conterà 100 abitanti totali –, ho incontrato Alessia, un’amica di un amico che fa l’agente letteraria e le sono piaciuta. O meglio, le è piaciuto quello che avevo scritto e disegnato. È stata lei a proporlo a Coconino, che poi ha deciso di pubblicarmi.
In Ma siamo ancora qui a parlarne? parli dei tabù legati ai nostri corpi, soprattutto femminili, e di come rimangano spesso chiusi nelle nostre bolle senza essere liberamente condivisi. Qual è stata per te l’esigenza di mettere questi argomenti in un fumetto?
Diciamo che in primo luogo l’esigenza era di produrre qualcosa per il master di cui parlavo prima. I docenti ci hanno fatto partire dalle opere che ci piacevano e dalle persone che ci ispiravano. I nomi che tiravo fuori io erano sempre legati alla sfera femminista, ad esempio Liv Strömquist oppure Julie Doucet, Aline Kominsky-Crumb e Aisha Franz, insomma donne che raccontano storie di donne (o di sé) in modo molto libero e “fisico” e che partivano tanto dal corpo, senza filtri. Invece il fatto che io, al contrario di queste artiste, non riuscivo a parlare di cose che vivevo quotidianamente (ma che vivevo in segreto) era frustrante.
E hai provato a ribaltare questa frustrazione in spunto narrativo?
In pratica, sì. Ero davvero impressionata dal fatto che questi temi fossero ancora un tabù per me, anche se sono cresciuta in una famiglia super aperta. Ogni volta che ne parlavo, scoprivo che tutti vivevano queste cose quotidianamente però nessuno ne parlava più di tanto o comunque non veniva fuori se non in determinati contesti; momenti che io non trovavo perché non ne parlavo… in pratica era un cane che si mordeva la coda! Creare questo fumetto è stato un processo di apertura per me. E poi ho capito che anche altre persone, quando lo leggevano, facevano lo stesso mio processo e questo mi ha dato una sorta di conferma del mio lavoro.
All’interno di Ma siamo ancora qui a parlarne? quanto c’è della tua storia personale?
È una collezione di aneddoti, episodi e dialoghi che ho tirato fuori dalle chiacchierate fatte nel corso della mia vita con amiche e amici vari, quindi c’è tanto di mio quanto di chi mi ha raccontato il suo vissuto. Ho individuato i temi ricorrenti di questi scambi e li ho inseriti raccontando anche il contesto storico delle lotte femministe. Diciamo, una piccola infarinatura in realtà, perché non è pensato per persone che non ne sanno proprio nulla di femminismo e neanche per qualcuno esperto del tema. È una via di mezzo che mi serviva per tirare fuori l’argomento e farne una discussione.
Secondo te cosa si dovrebbe fare per incentivare il dialogo e parlare più liberamente dei nostri corpi?
Nel fumetto a un certo punto spiego cosa erano le autocoscienze femministe degli anni sessanta. Erano luoghi in cui semplicemente le persone si riunivano e parlavano dei loro problemi in quanto donne. Era una forma di mutuo soccorso, ma soprattutto era un modo di formare una coscienza politica del proprio collettivo e del proprio genere che ai tempi si stava ancora sviluppando. Oggi ci sono pochissimi collettivi che fanno questo tipo di autocoscienze, secondo me sono quelli i luoghi in cui dovrebbe ripartire il dialogo e la consapevolezza di genere. Non bastano i caroselli su Instagram pieni di concetti e ideali, che, per carità, sicuramente possono far leva sulla discussione di certi temi, ma non sono risolutivi. Non basta affermare che tutti i corpi sono validi, se poi nell’atto pratico la società ancora non valida tutti i corpi… serve accrescere la coscienza collettiva di quello che siamo e non fermarci alle parole e agli slogan.
C’è stato un momento in cui hai avuto delle difficoltà nel raccontarti?
Sì certo, tutto! (ride) Ogni settimana chiedevo feedback e ogni settimana piangevo perché mi rendevo conto che dovevo prima di tutto riflettere io stessa su questi argomenti e non era facile per niente: ad esempio volevo dedicare più spazio alla dinamica delle violenze e dei kink nella sfera sessuale ma poi sono riuscita a parlarne solo in piccola parte. A volte era molto frustrante per me non riuscire a dire quello che volevo al 100%. Ci sono anche alcune situazioni che ho preferito non inserire perché non le ho vissute in prima persona e non mi ritenevo abbastanza empatica da restituirle in modo autentico a chi leggeva. A pensarci bene, se avessi avuto più tempo per riparlarne con chi me le ha raccontate forse avrei dato spazio anche a quelle.
Le tavole hanno uno stile grafico accattivante, ruvido ed esplicito. Lo ritieni il tuo punto d’arrivo o è uno stile che stai affinando?
Non ho uno stile fisso, in realtà, e non lo cerco più di tanto. Per ogni progetto mi lascio guidare dal mio istinto, anche graficamente. Sono però ispirata dal bianco e nero come lo sono le artiste che ho citato prima, che comunque vengono dal fumetto underground e dalle fanzine.
Come è stato il processo di creazione? Hai fatto una sceneggiatura prima o sei passata direttamente al lavoro di collage?
Ho lavorato contemporaneamente scrivendo e sketchando gli storyboard, ma ancora prima mi sono creata una mappa dei temi che volevo affrontare e mi appuntavo con chi potevo confrontarmi. La storia poi è stata sviluppata capitolo per capitolo in modo quasi indipendente, nel senso che mi serviva una cosa che potesse interrompersi in qualsiasi momento, in base alle mie forze produttive. E lavorare a singole storie indipendenti era la formula perfetta. Arrivata a fine anno del corso, avrei consegnato le storie che ero riuscita a fare senza preoccuparmi di aver sviluppato una narrazione orizzontale… che invece mi avrebbe obbligata poi a lavorare più in fretta per tentare una chiusura coerente. E poi ho seguito il consiglio di mio padre, che, oltre ad avermi sempre spinto a fare fumetti, mi ha consigliato di fare storie brevi.
Tuo padre è un fumettista?
No, ma è stato un grande appassionato. Mi portava alle fiere, mi comprava i fumetti e i manga. Mi ha sempre sostenuto e insisteva con questa cosa delle storie brevi, io invece gli dicevo di non rompermi e di lasciarmi fare quello che mi pareva (ride).
Tipico! Però alla fine hai seguito il suo consiglio, ne sarà felice.
Penso di sì.
Intervista realizzata dal vivo a Romics, nell’aprile 2025.
Cleo Bissong
Nasce a Milano nel 1998 e coltiva fin da bambina una passione per il fumetto, dove già in famiglia era un’arte molto apprezzata. Dopo aver studiato Nuove Tecnologie dell’Arte a Urbino, nel 2022 pubblica il suo primo fumetto, Entangled, con storia di Fulvio Nebbia e Alberto Puliafito come auto-produzione Slow News. Si specializza in Graphic Storytelling alla LUCA School of Arts di Bruxelles, dove elabora il suo primo lavoro da autrice completa, Ma siamo ancora qui a parlarne?, che verrà poi pubblicato da Coconino Press nel 2025.



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