A causa di alcuni problemi tecnici, la chiusura della serie di articoli dedicati a La pietra dell’oltreblu si è conclusa su DropSea con un articolone su tutto il numero. Per completezza, però, anche se i #3363 è in edicola, ho deciso di riproporre anche qui sul Cappellaio la porzione dedicata alla nuova saga italiana scritta da Bruno Enna per i disegni di Alessandro Perina.
Il periodo romano


Nella mitologia greca, Galatea era una ninfa del mare, figlia di Nereo e Doride. Era innamorata, ricambiata, del giovane pastorello Aci. I due, però, erano visti con invidia dal ciclope Polifemo, innamorato della ninfa. Una sera, dopo aver visto i due amanti in riva al mare, accecato dalla gelosia, e con un modus operandi a lui ben noto, scagliò contro Aci un masso di lava, uccidendolo. Galatea iniziò a versare lacrime disperate, mentre il sangue di Aci sgorgava a fiotti dalla ferita alla testa. Zeus e gli altri dei, mossi a pietà dal dolore della ninfa, trasformarono il sangue di Aci nelle acque del fiume Akis, che sorge dall’Etna e sfocia a Capo Mulini, in provincia di Acireale. Peraltro proprio da quelle parti si trova una piccola fonte sorgiva, nota come “u sangu di Jaci“, il sangue di Aci, dal colore rosastro a causa della presenza di ossidi di ferro.
L’affresco di Raffaello mostra Galatea a bordo del suo carro acquatico, una conchiglia trainata da delfini, al centro di una scena di gruppo vivace e affollata di altre figure mitologiche in attegiamenti amorevoli. A parte quest’ultimo aspetto dell’opera, di quelle di Raffaello fin qui riprodotte da Perina, questo trionfo è sostanzialmente il più fedele per quel che riguarda uso dei colori e rappresentazione dei personaggi.
Il committente di Paperello, infine, che non viene mai nominato, ha le sembianze dell’Uomo in arme di Sebastiano del Piombo, uno degli artisti ingaggiati da Chigi per decorare la sua villa. Mentre l’autore del quadro è stato identificato solo negli anni Trenta del XX secolo, l’identità dell’uomo ritratto non è stata ancora ben chiarita: c’è chi ritiene sia il condottiero Luigi Gonzaga, chi lo stesso Chigi. C’è, comunque, da dire che la moda del tempo per i potenti era sostanzialmente la stessa (un po’ come ora che tutti i giovani ricchi portano la cresta), come ben si vede dal medaglione che lo ritrae realizzato da Lorenzo Bernini per la Cappella Chigi a Roma. In questo caso, però, i tratti sembrano molto più gentili rispetto a quelli del quadro di del Piombo.
Il trionfo di Amelia
Torniamo alla ricerca dei paperi: il gruppo, sempre con Amelia infiltrata, riesce a trovare finalmente l’ultimo scrigno di Paperello, al cui interno, però, si trovano solo delle pepite d’oro. Questa scoperta permette agli autori di mostrare il metodo di lavoro degli artisti durante opere così complesse come degli affreschi: un’impalcatura e un paio di assistenti che aiutano il pittore a realizzare i colori e dipingere i dettagli minori. Sembra che siamo di fronte al finale, piuttosto scontato, della storia, ma Enna ha in serbo una sorpresa: coadiuvato da un eccezionale Perina, che dimostra ancora una volta di essere uno dei migliori “ritratisti” di Amelia dopo Giorgio Cavazzano, apinge la strega partenopea verso livelli che non si vedevano dai tempi della pietra pantarba. E qui, alla fine, il problema del finale vero della saga: rispetto al livello di pericolo raggiunto da Amelia, la sua sconfitta e la spiegazione della stessa risultano un po’ insoddisfacenti, sebbene la tavolata finale a mangiare pizza su un terrazzo a Napoli rinfranchi decisamente i cuori.
