E finalmente all’interno di Quelli che cavalcano il fulmine è venuto il momento di dedicare un po’ di spazio a Flash #123, Flash of two worlds.
Come intuibile dal titolo e dalla copertina dell’albo, questo storico numero propone ai lettori l’incontro tra i due Flash, Jay Garrick, l’eroe della golden age, e Barry Allen, il suo erede della silver age. In particolare è Barry ad andare, del tutto casualmente, sulla Terra di Jay. Nei panni di Flash si sta, infatti, esibendo sul palco di un teatro di Central City in un numero di sparizione: la sua idea, infatti, è quella di vibrare fino a rendersi invisibile. La frequenza di vibrazione scelta, però, lo fa saltare su una Terra parallela, quella dove al posto di Central City è tutta campagna e nella parte di territorio adiacente sorge, invece, Keystone City, la città di Jay Garrick.

Tutto questo e ovviamente molto altro veniva raccontato nel settembre del 1961 da Gardner Fox e Carmine Infantino, che così introducevano il concetto del multiverso all’interno dell’universo narrativo dei supereroi DC Comics.
Una proto-idea di multiverso era stata suggerita già nel lontano 1704 da Isaac Newton, che così scriveva nel suo trattato di ottica:
E poiché lo Spazio è divisibile all’infinito, e la Materia non è necessariamente in tutti i luoghi, potrebbe anche essere consetito che Dio sia in grado di creare Particelle di Materia di diverse Dimensioni e Forme, e in diverse Proporzioni con lo Spazio, e forse differenti Densità e Forze, e quindi variare le Leggi della Natura, e creare Mondi di vario genere in diverse Parti dell’Universo. Almeno, non vedo nessuna Contraddizione in tutto ciò.
In effetti questa visione di multiverso sembra essere molto più simile a quella degli universi bolla che sarebbero la conseguenza dell’inflazione eterna introdotta da Alexander Vilenkin nel 1983 in cui il fenomeno dell’inflazione cosmica si ripete più e più volte nel corso della vita dell’universo, generando una serie di universi-tasca che non sono osservabili e quindi raggiungibili.
Un multiverso più simile a quello cui siamo abituati nei fumetti DC Comics emerge, invece, grazie all’ultima conferenza pubblica di Albert Einstein. Era il 14 aprile del 1954 e il grande fisico teorico, parlando della meccanica quantistica, affermò:
E’ difficile credere che questa descrizione sia completa. Sembra rendere il mondo nebuloso a meno che qualcuno, un topo ad esempio, non lo stia guardando. E’ credibile che lo sguardo di un topo possa cambiare considerevolmente l’universo?
Questa particolare citazione colpì la mente di un giovane dottorando. Il suo supervisore era uno dei pochi fisici teorici ad avere ben chiari in mente sia la relatività di Einstein sia la meccanica quantistica: John Wheeler, che cito quasi quanto lo stesso Einstein!
Il giovane e talentuoso studente era, invece, Hugh Everett che, dall’immagine tratteggiata da Einstein, ricavò l’idea per la sua tesi di dottorato, discussa nel 1956 e trasformata in un articolo nel 1957.
Everett, in particolare, propose la oggi nota interpretazione dei molti mondi della meccanica quantistica: la funzione d’onda totale, o universale, è secondo Everett la sovrapposizione delle funzioni d’onda parziali che tengono conto della memoria e delle osservazioni di ciascun componente dell’universo. Inoltre il concetto di universalità della funzione d’onda implica che ciascuna funzione d’onda parziale è dunque in grado di estendersi in tutto l’universo senza limitarsi, ad esempio, a una scatola. Secondo Everett, infine, ciascun elemento si evolve in maniera deterministica, ma gli aspetti statistici e probabilistici emergono dalla natura molteplice della meccanica quantistica, che realizza e mette in atto tutte le possibilità.
A spingere questa interpretazione verso degli universi paralleli veri e propri ci pensò l’amico di Everett, Bryce DeWitt, in quella che può essere considerata come una proposizione alle estreme conseguenze dell’esperimento mentale del famoso gatto di Schroedinger: non solo le infinte possibilità si realizzano, ma lo fanno in universi paralleli veri e propri, generalmente indipendenti uno dall’altro, e nei quali, almeno stando a ciò che fa Barry Allen, si può accedere grazie a particolari vibrazioni.

Ed è interessante come tutto ciò anticipi di qualche anno l’arrivo sulle scene della fisica teorica della teoria delle stringhe. Il lavoro su questa teoria si sviluppò nella seconda metà degli anni Sessanta e in qualche modo arrivò una prima interessante formulazione grazie a Leonard Susskind, che nel 1969 era un giovane ricercatore all’inizio della sua carriera.
La teoria prevede che alla base delle particelle ci siano delle stringhe vibranti. I successivi sviluppi hanno poi portato all’idea che ci sia effettivamente un multiverso in cui la nascita e l’esistenza di universi tridimensionali come il nostro sono legati all’interazione tra universi più grandi a quattro dimensioni: ovviamente sto semplificando quel poco che io stesso so della teoria, anche perché il problema principale è che, sebbene sia emersa nel corso dei decenni una visione unica della teoria delle stringhe, sarebbe più corretto parlare di teorie delle stringhe.
Ad ogni buon conto questo elementi di contatto tra la teoria delle stringhe e le vibrazioni di Barry Allen per passare da un universo all’altro sono state sfruttate in maniera narrativamente efficace dallo sceneggiatore Grant Morrison prima con Gli Invisibili e poi con Multiversity. E magari a questi potrei pensare di dedicare in futuro una serie apposita.