Come ho scritto nel primo post dedicato al ventennale de Lo Spazio Bianco, la mia collaborazione con LSB prosegue da qualcosa come 16 anni. Per cui la mia idea era quella di recuperare, un po’ più periodicamente di come non ho fatto fino a ora, un vecchio articolo per riproporvelo, con qualche modifica qua e là. E visto che oggi è l’Earth Day, mi è sembrato giusto proporvi la recensione di Non è mica la fine del mondo, che vuole anche essere un modo per ricordare, ancora una volta, Tuono Pettinato, disegnatore della storia scritta da Francesca Riccioni.
Sull’auto-estinzione delle razze intelligenti
In Civiltà extraterrestri Isaac Asimov esprime un parere decisamente sconfortante per qualunque civiltà dell’universo: è molto poco probabile che una civiltà riesca a staccarsi dal proprio pianeta prima di estinguersi.
In effetti, come mostrato in un articolo di astrobiologia di qualche anno fa, l’affermazione non è così iperbolica: su quattro possibili scenari futuri, uno solo porta a uno sviluppo sostenibile, due sono più o meno apocalittici e uno è oscillante tra periodi di abbondanza e di scarsità.
Se vediamo la direzione in cui abbiamo indirizzato la nostra civiltà, c’è poco da sperare per la sopravvivenza della razza umana sulla Terra. E come ha scritto Marco Malvestio in Raccontare la fine del mondo, la responsabilità è essenzialmente culturale e sociale, più che dei singoli. Cosa che è espressa molto bene da uno dei turisti alieni che vengono a visitare i resti della civiltà umana sulla Terra in Non è la fine del mondo.
D’altra parte la Terra è a tutti gli effetti un sistema in grado di autosostenersi tranquillamente: nella sua storia ci sono state estinzioni di massa anche devastanti, da cui il pianeta si è ripreso riproponendo nuove specie che andavano a prendere il posto di quelle estinte. La vita, poi, è in grado di prosperare in modi e posti assolutamente incredibili, incluso lo spazio cosmico. Tutto questo, per esempio, è molto ben raccontato ne Il mondo senza di noi di Alan Weisman, un viaggio attraverso luoghi abbandonati dagli uomini nel corso dei millenni dove la natura, in tempi relativamente brevi, è riuscita a riprendersi spazi prima abbandonati a causa dell’azione di modifica umana sull’ambiente.
Dunque l’Earth Day è soprattutto il giorno in cui dovremmo ricordarci che non è la Terra che dobbiamo salvare, ma noi stessi, perché il pianeta su cui viviamo è la nostra unica casa e non ne abbiamo una di ricambio. E spostarsi su un altro mondo è, al momento, altamente improbabile: non ci sono a portata di vita umana dei pianeti abitabili all’interno del Sistema Solare, e terraformare uno dei pianeti a noi vicini, come Marte, richiederebbe una quantità di risorse e di tempo che probabilmente non possediamo.
E poi non dobbiamo dimenticare che la vita trova sempre un modo per prosperare: stiamo decisamente sostituibili, per quel che riguarda l’ottica del pianeta.
La fine del nostro mondo, non del pianeta, che invece sappiamo come finirà, distrutto dal Sole negli ultimi astronomicamente brevi istanti della sua vita, può avvenire per differenti motivi, esaminati dal già citato Raccontare la fine del mondo, e quasi tutti riconducono alla mano umana, una sorta di allegra autodistruzione, al grido del “preserviamo il nostro stile di vita consumistico“.

