Sul finire di novembre 2020, in piena pandemia, in Utah, è comparso un monolito metallico, d’argento apparentemente. Nel comunicato ufficiale del governo dell’Utah si leggeva qualcosa del tipo:
E’ illegale installare strutture o installazioni artistiche senza l’autorizzazione del governo federale che gestisce il suolo pubblico, da qualunque pianeta proveniate.
Il riferimento è, ovviamente, al famoso 2001: Odissea nello spazio, capolavoro del 1968 del regista Stanley Kubrick su sceneggiatura di Arthur C. Clarke e che all’epoca mi aveva suggerito il montaggio che ho messo nel video allegato al toot qui sotto, dove ho messo come sottofondo al ritrovamento la musica inquietante che accompagna la scena del monolito nero all’interno del film:
Di fatto l’oggetto ritrovato all’epoca non è un monolito, non essendo un unico pezzo, ma un prisma a base triangolare alto all’incirca 3 metri e con le facce in lamiera.
A parte questi dettagli tecnici, subito dopo questo primo monolito (continuiamo a chiamarlo così per semplicità) ne sono comparsi diversi altri in varie parti del mondo, come Romania, California, Pittsburgh, Isola di Wight, in Gran Bretagna, San Antonio, creando una vera e propria saga dei monoliti. Molti di questi sono diventati delle installazioni artistiche. Alcuni sono stati rimossi mentre altri sembra che siano ancora lì dove gli artisti li hanno issati: in totale sembra che ne siano stati realizzati oltre 200: non ho verificato se sono contate anche le repliche ufficiali del monolito “originale”.
A proposito di quest’ultimo, è interessante come sia stato utilizzato a venti anni di distanza in un capolavoro del fumetto francese, Chninkel, scritto da Jean Van Hamme per i disegni di Grzegorz Rosiński, che aveva già collaborato con lo sceneggiatore una decina di anni prima su Thorgal.
Il finale è, in qualche modo, la parte più interessante, almeno per gli scopi di queste note: Van Hamme, infatti, mescola l’inevitabilità dell’apocalisse, generata dal dio irritato perché gli abitanti di Daar non riescono a ottenere la pace, con la speranza di un mondo che, finita l’apocalisse, ha in se i semi per ricominciare. D’altra parte le ultime pagine sono un piccolo compendio dei primi millenni di storia della Terra, con la vita che riprende dal mare, i dinosauri che popolano la superficie fino alla loro estinzione, lasciando il pianeta al dominio dei mammiferi. E tra questi a prendere il sopravvento sono una particolare razza di primati, che iniziano ad adorare il monolito originale, rimasto sempre lì sulla collina dove J’on lo incontrò millenni prima.
L’ultima vignetta, però, spezza la speranza che nasce dal ritorno alla vita, un po’ per i riferimenti presenti al nostro pianeta (inevitabilmente il lettore viene portato a pensare di avere appena letto una storia del passato ignoto della Terra, nonostante sia ambientato su un pianeta che ruota intorno a una stella doppia), un po’ per l’inquietudine della scena finale, che si ricollega a quella iniziale del film di Kubrick, ma soprattutto per quanto scritto nella vignetta conclusiva:
Perché il mondo non ha futuro.
