– Perché arrivare fino in fondo quando si sa già come andrà a finire?
– Perché, in fondo alla strada, la fine è la stessa per vincitori e vinti. Allora voi capite… è solo una questione di stile.

La novella dell’avventuriero, il nuovo fumetto di Alessandro Tota e Andrea Settimo (Coconino Press, 2024), promette una fiaba rinascimentale fin dalla magnifica copertina, che fa pensare a una soglia oltre la quale ci attende un’avventura. Gli autori mantengono la promessa e, come in ogni buon viaggio fiabesco, si arriva alla fine con l’impressione di aver imparato più cose su noi stessi che sul mondo e i suoi misteri.
Anselmo Rigardi, abile spadaccino in fuga dalla peste, viene fatalmente a conoscenza della data della propria morte. Sconvolto dalla responsabilità (ma anche dalle possibilità) che questa notizia gli offre, si trova a vivere vicende solo in apparenza più grandi di lui. Portare un tale peso, infatti, si dimostra più arduo di qualsiasi impresa, finendo per allontanare Anselmo da quella vita che tanto voleva assaporare.
Il fumetto è un adattamento dell’omonimo romanzo incompiuto di Arthur Schnitzler, medico e scrittore vissuto a cavallo tra Ottocento e Novecento e che ha fatto dell’inconscio, del monologo interiore e del sogno alcune cifre caratteristiche del proprio narrare 1.
Forse qualche lettore lo ricorderà per il film di Stanley Kubrick Eyes Wide Shut (1999), tratto dal suo Doppio sogno, oppure, nel fumetto, per l’adattamento di Manuele Fior de La signorina Else (2009). Eppure, l’interesse di Schnitzler sembra essere rivolto più in generale al racconto della realtà per come questa è davvero, animato dal desiderio di rivelare il lato nascosto delle cose (e quindi per nulla in contraddizione con il fascino per l’inconscio). Ne La novella dell’avventuriero, in effetti, i territori d’esplorazione sono nientemeno che le leggi che governano il nostro mondo, il destino, il fato, ma anche la volontà e i desideri umani (e viene da chiedersi, in fondo, se ci sia una differenza).

Addentrarsi nella storia priverebbe di profondità i disegni di Andrea Settimo e le scelte di sceneggiatura di Alessandro Tota. Basti dire che il fumetto si apre con un’ambientazione storica (la Bergamo rinascimentale del 1520) per poi virare rapidamente verso atmosfere da fiaba d’avventura. Il racconto procede in maniera sempre chiara, come il genere fiabesco richiede: il disegno è semplice e descrive i personaggi con pochi tratti, i colori illuminano pagine che, per come sono costruite, mettono in primo piano la narrazione. Per questo risultano ancora più efficaci quelle tavole in cui i confini del reale si piegano e si distorcono e veniamo improvvisamente calati nello sguardo di Anselmo, alle prese con il proprio eccezionale destino. La chiarezza del disegno si trasforma per assumere le tinte del sogno (o dell’incubo) in passaggi così evocativi che ci ricordano come il fumetto possieda dei modi di raccontare a cui la prosa può solo aspirare.
La fragile realtà in cui vive Anselmo sembra modellarsi in maniere sorprendenti a seconda delle situazioni e dei contesti, pensati per dire molto più col disegno che con le parole. Esemplari in questo senso le scene ambientate alla corte del re: qui troviamo chiaroscuri netti, ombre infinite, architetture alla Escher, forme squadrate e assurde, persino un po’ fuori contesto rispetto al resto della storia. Si tratta di un’immagine del potere piuttosto comune (soprattutto nel fantasy e nella fantascienza), ma che in questo caso racconta i paradossi di un razionalismo impossibile, quello di un re che dovrebbe governare con lucidità e responsabilità pur dovendo fare i conti con i propri lati oscuri, come chiunque altro.

Gli autori ci fanno tornare bambini attraverso situazioni e vicende che non sono mai didascaliche, per poi costringerci a realizzare che quella che stiamo leggendo è una fiaba per adulti. Davanti all’adattamento efficace di un racconto su tematiche quali il destino, la morte e il tempo che abbiamo da vivere, sorprende come il fumetto di Tota e Settimo riesca ad andare al di là della schematica riproposizione di un racconto scritto nel primo Novecento e dica molto anche sul nostro presente.
La novella dell’avventuriero tocca questioni come il senso del nostro agire, il tentativo disperato di lasciare un segno, ma soprattutto il desiderio (che per qualcuno è un bisogno non meno disperato) che questo segno sia positivo. Tutte cose sentite come difficili, se non impossibili, al giorno d’oggi. Per citare un’altra opera di Schnitzler, ci sono “due sogni” dentro questo fumetto, quello dell’utopia e quello della rovina, ed entrambi sono reali. Il come affrontarli è una questione così complessa da rendere necessarie le storie per pensarci. Perché, in fondo, è soprattutto una questione di stile.
Abbiamo parlato di:
La novella dell’avventuriero
Alessandro Tota, Andrea Settimo
Coconino Press, 2024
192 pagine, brossurato, colori – 25,00 €
ISBN: 9788876187131
