La novella dell’avventuriero, a fumetti
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La novella dell’avventuriero, a fumetti

Novella Cover

 

Il 3 maggio uscirà “La novella dell’avventuriero”, sceneggiato da Alessandro Tota e disegnato da Andrea Settimo per Coconino Press. Si tratta di un adattamento a fumetti di un romanzo incompiuto di Arthur Schnitzler, uno dei grandi autori della letteratura europea. Dal suo “Doppio sogno” Stanley Kubrick trasse il suo testamento spirituale, Eyes Wide Shut.

In questo blog, come noto ai miei lettori, mi occupo del rapporto tra letteratura e fumetto: non mi era ancora capitato di parlare di Schnitzler, quindi colgo volentieri l’occasione fornita da questo bell’adattamento, di cui diremo.

Schnitzler

Arthur Schnitzler (Vienna, 1862 – 1931) fu particolarmente noto al suo tempo: il suo successo portò a una attenzione per il suo lavoro di Sigmund Freud, che giunse quasi a considerarlo un suo “doppio” in ambito letterario, che aveva raggiunto per intuizione artistica cose che a lui avevano richiesto un lungo studio scientifico, quello fondativo appunto della psicoanalisi.

Schnitzler infatti, oltretutto medico di professione come Freud (e, specie dopo gli scambi epistolari con questi, si interessò di ipnosi e psicologia), sviluppò in particolare la tecnica del monologo interiore con cui descrivere lo svolgersi dei pensieri dei suoi personaggi (cosa che sicuramente ha comportato anche una certa sfida nell’adattamento, in quanto si tratta di una tecnica difficile da rendere nel fumetto). Schnitzler proveniva inoltre come Freud da una famiglia della borghesia colta ebraica di Vienna, da cui gli provenne l’interesse per il teatro, la musica e la letteratura.

Il suo esordio avviene con “Amoretto”, dramma del 1895, in cui riversa la fissazione già adolescenziale per la disamina delle sue vicende sentimentali; fa scalpore nel 1900 “Il sottotenente Gustl”, in cui esamina la vita militare senza infingimenti retorici, ottenendone la radiazione dal ruolo di medico militare (nello stesso anno in cui Freud pubblica “L’interpretazione dei sogni”, destinato a uno scandalo di ben più vasta eco che la borghesia viennese).

Nel 1903, mentre Freud lavosa sui “Tre saggi sulla sessualità”, Schnitzler fa apparire “Girotondo”, che di nuovo da scandalo per la rappresentazione non dissimulata della società borghese. Nel 1914 la prima trasposizione cinematografica, di “Girotondo”, la prima di molte che culmineranno con quella, ovviamente postuma, kubrickiana. Nel 1918 pubblica “Il ritorno di Casanova”, dedicato all’avventuriero settecentesco da cui era affascinato.

Nel 1926 l’opera resa celebre da Kubrick, “Doppio sogno”, che rimarrà quasi il suo testamento spirituale. il suicidio della figlia Lili, diciottenne, nel 1928 a Venezia (non troppo dissimile da quello descritto ne “La signorina Else”, del 1924) è per l’autore uno shock da cui non si riprenderà più; morirà tre anni dopo di un ictus.

Postuma uscirà però questa “Novella dell’avventuriero”, incompleta. La novella è ambientata nel nord Italia del Cinquecento: Anselmo Rigardi, giovane membro di una nobile famiglia ormai decaduta, perde entrambi i genitori a causa della peste che colpisce la città di Bergamo. Rimasto solo, decide di avventurarsi in un viaggio per vivere avventure, tra cui centrale è l’incontro con Geronte, il profeta in grado di anticipare la data di morte di un individuo. Qui la storia resta incompiuta e la trama si può desumere, tuttavia, dagli appunti di scrittura di Schnitzler stesso.

Il tono della novella è onirico, come in molte delle opere di Schnitzler, ivi incluso ovviamente “Doppio Sogno”. Particolarmente interessante questa ripresa di un’Italia sognata, dove tornano rimandi al Rinascimento, epoca d’ambientazione, ma anche al tema della Peste (reso celebre da Boccaccio).

 

L’adattamento

 

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La declinazione dell’opera nell’adattamento a fumetti di Alessandro Tota e Andrea Settimo è fedele alla trama, concentrandosi naturalmente sugli aspetti avventurosi, evocati fin dal titolo, così come alle possibilità di elaborazione fantastica consentiti dall’elemento onirico. L’opera di Schitzler è infatti uno di quei casi in cui la letteratura “alta” si presta comunque bene alla ripresa fumettistica, proprio per il tono fiabesco, sia pure di fiaba inquietante, propria dell’opera. Altre storie presentano una narrazione che, pur mai davvero statica, si concentra ancor più sui moti interiori del protagonista, secondo quello che è il marchio di fabbrica, del resto, dell’autore.

Qui, invece, l’introspezione passa soprattutto, come detto, per momenti di sogno bizzarri e inquietanti, che spesso il protagonista (e il lettore) non distingue così nettamente dalle fasi di veglia, che procedono per metamorfosi repentine della situazione, tanto brusche o radicali da far venire il dubbio di una rielaborazione da parte della mente del protagonista, da cui punto di vista leggiamo le turbinose vicende. Non entriamo mai nemmeno apertamente nell’ambito del “narratore infedele”, ma certo reticenze e inquietudini, esagerazioni e rapide tramutazioni ci gettano un’ombra sul racconto, accentuate dalla vicinanza con Freud, sia reale sia anche, magari, per suggestione.

Il duo autoriale riesce bene, a mio avviso, a rendere questo doppio livello. A un primo piano, la narrazione è comunque chiara, e seguiamo le vicende dell’avventuriero protagonista nella sua scalata sociale. Anche il segno è chiaro, elegante, essenziale. Tuttavia si riesce a mantenere un costante livello di inquietudine, di mistero, di “unheimlich” direbbe Freud, ovvero di “perturbante”, non solo nelle scene chiaramente terrificanti, di peste o di guerra, ma anche quelle relativamente serene.

La cornice rinascimentale del resto porta in questa direzione, nel suo archetipo di era di prosperità e raffinatezza delle corti, ma sempre minacciata dalla fragile instabilità politica dell’Italia (“Chi vuol esser lieto, sia / del doman non v’è certezza” recita la Canzona di Bacco composta da Lorenzo De Medici per il carnevale del 1490, due anni prima di morire e vedere la sua Firenze collassare nell’atroce quaresima penitenziale del cupo Savonarola).

 

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A rendere tutto questo contribuisce l’accurato gioco di espressioni, ben colte pur nel segno sintetico, e anche l’uso molto accurato dei colori: dall’apparente serenità di alcune scene all’irrompere dell’orrore (soprattutto magistrali le oniriche scene di pestilenza, tutte virate in un mortifero verde). L’apice di questo contrasto si ammira nella scena del banchetto, che avviene a scapito dell’oste appena sventrato, ignoto al giovane e ingenuo protagonista (ma così ingenuo? o che si è adattato alla situazione?). L’ottima contrapposizione di luce e tenebra ha anche quasi valore simbolico delle rimozioni dell’inconscio.

 

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La bella resa della peste in tavole virate al verde,
con un grande prevalere dello “spazio bianco” 
e un montaggio analogico delle vignette, senza griglia

 

La profezia di Geronte ovviamente introduce il tema della predestinazione, del fato, tipicamente rinascimentale (l’equilibrio impossibile tra virtù e fortuna, centrale in Boccaccio, in Machiavelli e molti altri) ma chiaramente riverberano il tema moderno della psicanalisi: quanto siamo liberi d’agire, e quanto siamo determinati invece dalle nostre pulsioni inconsci, dai nostri traumi rimossi? La conclusione, che non sveleremo, è ovviamente cruciale in questa lettura, portando il lettore a interrogarsi quanto la profezia non sia tanto quella del Magus rinascimentale incontrato sulla strada, ma quella di auto-punizione del protagonista stesso. Il tutto – essenziale per mantenere la giusta tensione psicanalitica – senza un determinismo didascalico, ma lasciando una certa apertura all’interpretazione del lettore.

 

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Una delle numerose, belle tavole oniriche,
che mostrano i conflitti psicologici del protagonista

 

I due autori riescono bene a mantenere, accanto alla storia avventurosa di primo livello, questo racconto filosofico-psicanalitico a un secondo livello, che passa anche nella lettura a fumetto. Cruciale a mio avviso nella resa di un procedere sincopato, nella visione delle cose che abbiamo tramite lo sguardo del protagonista, è l’abile uso dello spazio bianco. La closure fumettistica infatti è uno strumento ottimale, se ben usato, per rendere la percezione di salti netti che lasciano volutamente un certo gusto di non detto al lettore (naturalmente al pari di quanto può fare, diversamente, la scrittura, o il cinema tramite il montaggio) aprendo lo spazio all’interpretazione psicologica del racconto.

Sarebbe interessante vedere, in caso di successo di questo valido adattamento, altri racconti e romanzi di Schnitzler trasposti a fumetto, magari a partire da una rilettura del “Doppio sogno” o dalle vicende di quell’altro grande avventuriero di “Casanova”. La ricca produzione dell’autore austriaco fornisce indubbiamente materiale prezioso.

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