
Il 27 aprile 2026, all’età di 73 anni, è morto lo sceneggiatore di fumetti e autore televisivo Gerry Conway.
Autore di spicco in quella seconda generazione del fumetto supereroico statunitense seguita ai “padri fondatori” come Stan Lee e Jack Kirby, Conway ha avuto una lunghissima carriera – iniziata giovanissimo all’età di sedici anni – durante la quale ha scritto centinaia di albi a fumetti sia per Marvel che per DC Comics, lavorando su praticamente tutti o quasi i personaggi più importanti dei rispettivi universi narrativi, scrivendo archi di storie fondamentali ancora oggi.
Tra le caratteristiche principali di Conway spiccava la sua capacità di creare nuovi personaggi – protagonisti o comprimari indifferentemente – tra cui basta ricordare, in una sorta di par condicio editoriale, il Punisher e Jason Todd, il secondo Robin.
Per un più approfondito sguardo alla carriera dell’autore newyorkese, vi rimandiamo all’articolo scritto da Paolo Pugliese e pubblicato a pochi giorni della morte di Conway. Di seguito invece troverete undici fumetti scelti, più una bonus track, tra la sua sterminata produzione dai True Believers della nostra redazione (accompagnati da un ospite amico de Lo Spazio Bianco), a detta nostra rappresentativi della cifra autoriale di uno sceneggiatore che, senza paura, ha spesso raccolto eredità narrative importanti portandole avanti con un taglio originale e iconico.
Astonishing Tales #6 – ‘Ware the Winds of Death di Gerry Conway, Barry Smith, Bill Everett, Artie Simek (Marvel Comics, 1971 – Pubblicazione italiana: Marvel Masterworks # 107 – Ka-Zar, vol 1, Panini Comics, 2020)

Parafrasando lo scrittore di fantascienza Theodore Sturgeon, il 90% del supereroico è tessitura, la creazione e l’intreccio di materiali narrativi che vengono messi a disposizione dei futuri autori. La valorizzazione di questi elementi è un’attività costante: una scena, una sequenza, una vignetta addirittura, messa su tavola per una ragione funzionale o, magari, per colmare uno spazio vuoto possono diventare tasselli fondamentali di un futuro intreccio. È proprio questa strutturale ripresa dei fili per tessere nuove trame che rende unico il supereroico degli universi narrativi infiniti di Marvel e DC Comics.
Arriviamo così a ‘Ware the Winds of Death, un episodio di 10 tavole delle avventure di Ka-Zar contenuto in una collana che in ogni numero ospitava anche un’avventura del Dr. Destino. In due vignette di tavola 7, compare una ragazza inzuppata dalla pioggia, arrivata alla residenza di Lord Kevin (l’identità di Ka-Zar nel mondo quotidiano) per avvisarlo di un pericolo. Tutto qui.
In un passaggio di testimone – tipico del seriale, soprattutto per le serie di seconda fila – questo personaggio viene utilizzato già dal numero successivo da Roy Thomas, mentre Gerry Conway prende in consegna l’avventura del sovrano di Latveria precedentemente scritta da Larry Lieber. Serviranno due mesi per conoscere il nome della ragazza, Barbara (Astonishing Tales #8, grazie a Thomas) e circa un anno per conoscerne il cognome, Morse (Astonishing Tales #12 di Roy Thomas e Len Wein, John Buscema, Neal Adams, John Romita Sr.).
Barbara Morse avrà poi una carriera intensa e tante identità (Agent SHIELD 19, Huntress e, ovviamente, Mockingbird), ma la sua vicenda inizia, senza nemmeno un nome e forse per caso, in quelle due tavole scritte da Conway, ragionevolmente inconsapevole di quello che ne sarebbe derivato.
Simone Rastelli
Daredevil vol.1 #81 – And Death Is A Woman Called Widow!di Gerry Conway, Gene Colan e Jack Abel (Marvel Comics, novembre 1971 – Pubblicazione Italiana: Super Eroi Marvel # 29 – Io Sono Daredevil: Origini, Panini Comics, 2025)
Se le prime esperienze in Marvel sono con il genere horror, l’incontro di un Gerry Conway non ancora ventenne con il genere supereroistico, di cui sarà uno dei più grandi autori, avviene con il rilancio di un supereroe molto interessante (e che in seguito sarebbe diventato uno di quelli più benedetti dalle storie di grandissimi autori), ma che con Stan Lee aveva vissuto molti alti e bassi: Daredevil. Affiancato da un maestro come Gene Colan, che più di altri negli anni precedenti aveva plasmato il look e il fascino del personaggio, dei suoi comprimari e le atmosfere del suo quartiere. L’arrivo di Conway, che gestisce la serie dal #74 al #97, porta una ventata di idee nuove e audaci, alcune vincenti, altre meno (in particolare quelle che si ispirano a elementi più fantasy o fantascientifici). Tra le prime si colloca la scelta, almeno iniziale, di scrivere storie più urbane, tra Hell’s Kitchen e e un breve ma intenso trasferimento a San Francisco, ma soprattutto l’introduzione di un comprimario d’eccezione: la Vedova Nera. Proprio il numero 81 segna il suo ingresso nella serie: la dinamica tra lei e il supereroe cieco è fin da subito interessante, un misto tra attrazione e sfida costante, e nei numeri seguenti (fino al breve cambio di denominazione della testata in Daredevil and The Black Widow) Conway costruisce un rapporto paritario, una donna forte capace di tener testa a un supereroe così spavaldo e lontana dal modello di “damigella da salvare” incarnato per tanto tempo da Karen Page, e accenna anche a elementi di soap opera (altro genere a cui l’autore strizza spesso l’occhio). Questa relazione si evolverà ancora di più nel tempo, ripresa da quasi tutti i principali autori del Diavolo, diventando uno dei tasselli più importanti della mitologia del personaggio.
Emilio Cirri

Tomb of Dracula #1-2, di Gerry Conway, Gene Colan, Vince Colletta (Marvel Comics, aprile-maggio 1972 – Pubblicazione italiana: Marvel Omnibus # 91 – La tomba di Dracula 1, Panini Comics, 2018)

Prima e oltre il genere supereroistico, Gerry Conway ha sempre avuto un rapporto speciale con il genere horror. Il suo esordio, a sedici anni, avviene proprio su House of Secrets #81, antologico DC Comics di genere horror fantasy, e le sue prime esperienze in Marvel sono titoli quali Marvel’s Chamber of Darkness e Tower of Shadows, oltre ad alcune storie scritte per le storiche Creepy e Eerie della Warren.
Per la Marvel avrebbe anche creato un personaggio divenuto poi cult (e da non molti anni apparso sul piccolo schermo), ovvero Werewolf by Night, nato sulle pagine di Marvel Spotlight #2 del 1972 e poi diventato detentore di una propria serie nello stesso anno, diventando uno dei titoli principali della linea horror della Casa delle Idee, un genere in quel momento nel pieno di un grande revival. Insieme a questo, un altro titolo leggendario che avrebbe portato in Marvel uno dei più famosi “mostri” dell’horror internazionale: Tomb of Dracula nasce da un’idea del vulcanico e onnipresente editor Roy Thomas (che di fatto scrive buona parte del primo numero) ed ha soprattutto in Gene Colan e nel suo stile dinamico e drammatico l’elemento di continuità del primo anno di storie. Ma il secondo numero, sceneggiato interamente da Conway, reinterpreta il mito Stokeriano con elementi del film del 1958 interpretato da Christopher Lee: una prosa letteraria ma al tempo stesso agile, che si muove tra leggenda e modernità, pone le basi per una reinterpretazione interessante che attinge anche a una certa dinamicità tipica del supereroico. E che dimostra anche la duttilità di Conway nel giocare con i generi e nello spaziare nello spettro della narrativa horror.
Emilio Cirri
The Amazing Spider-Man #121-122 – The Night Gwen Stacy Died / The Goblin’s Last Stand di Gerry Conway, John Romita Sr., Gil Kane, Tony Mortellaro, Marvel Comics, 1973 – Pubblicazione italiana: Marvel Omnibus # 229 – Amazing Spider-Man Classic 4, Panini Comics, 2025)
Nella produzione di Gerry Conway, il dittico di The Amazing Spider-Man #121 e 122 (1973) segna il momento in cui il fumetto supereroico abbandona l’età dell’innocenza. L’impatto della vicenda è anticipato dalla storica copertina del 121, un “whodunnit” visivo in cui i volti dei comprimari circondano un Peter Parker distrutto: l’annuncio esplicito che uno di loro sarebbe morto infrangeva, per la prima volta, l’immunità editoriale dei personaggi secondari.
Sul ponte George Washington, Conway e John Romita Sr. scardinano i canoni del “lieto fine” supereroico con la morte della dolce Gwen Stacy. La tragedia si consuma sotto gli occhi di un eroe impotente, la cui ragnatela produce il secco “SNAP!” che cristallizza un fallimento tecnico e umano definitivo. Eliminando la “fidanzata della porta accanto”, Conway trasforma un genere rassicurante in un universo dove le azioni comportano cicatrici narrative permanenti.
Sul piano tematico, la morte di Gwen collima idealmente con quella dello zio Ben: se la perdita di questi era stata l’incidente scatenante della serie, il trauma che codificava il mantra marveliano “da grandi poteri derivano grandi responsabilità”, il sacrificio di Gwen ne mostra invece il limite tragico e l’impossibilità di una redenzione definitiva attraverso l’eroismo.
Da quel ponte, assieme alla figlia del capitano Stacy, precipita giù l’ottimistica Silver Age anni Sessanta dei comic book, in un’America addolorata dalle ferite sociali della guerra in Vietnam e da quelle morali del Watergate. Una metamorfosi verso una drammaturgia dei supereroi più adulta, forse necessaria, di sicuro irreversibile.
Marco D’Angelo

The Amazing Spider-Man vol. 1 #129 di Gerry Conway e Ross Andru (Marvel Comics, febbraio 1974 – Pubblicazione italiana: Marvel Replica Edition – Amazing Spider-Man 129, Panini Comics, maggio 2024)

Gwen Stacy è morta da poco. Gerry Conway, non contento, decide di aggiungere altro dramma alle pagine di Spider-Man dando vita a un personaggio che diventerà uno dei più amati e conosciuti della Marvel. Stiamo parlando di Frank Castle, alias Punisher o Punitore. Apparentemente viene introdotto come manovalanza del feroce Sciacallo (un villain più importante e significativo di quanto sembri), per eliminare Spider-Man facendolo passare per criminale assassino.
Seppure sia ancora abbozzato, Punisher ha già tutte quelle caratteristiche che in seguito modelleranno altri autori, ben noti e che non citiamo perché questo è il momento di Gerry e vogliamo ricordare lui. Uno scrittore che ha rivoluzionato, senza enfasi ma con fatti compiuti, il modo di sceneggiare supereroi, introducendo tragedie e turbamenti psicologici quasi impensabili all’epoca.
Conway ha sempre tenuto a precisare che Punisher è tutt’altro che un simbolo della violenza o una giustificazione del suo abuso, ma vuole anzi denunciare – tenendo conto che nasce negli anni ’70 – il fallimento delle istituzioni nel contenere il crimine e nel reintegrare i veterani del Vietnam (come Castle), un argomento molto sentito dalla generazione dello sceneggiatore, che purtroppo si è perpetrato con ulteriori insuccessi che hanno costellato la storia e la cronaca dell’amministrazione pubblica statunitense.
Conway è stato un pioniere, un grande autore che forse non ha avuto in vita tutto il succeso che ha meritato. Ricevette anzi molte critiche (e quasi sicuramente anche minacce di morte) per la sua esiziale scelta di uccidere Gwen, compiuta di concerto con l’allora Editor in Chief Roy Thomas. Una scelta da cui per consuetudine si fa cominciare la Bronze Age dei comics e che ha cambiato per sempre i fumetti di supereroi, rendendo la morte di personaggi protagonisti quasi un topos ricorrente, che diventa parte di questo mondo di tutine colorate grazie anche a questo grande scrittore.
È importante ricordare che, come da lui stesso affermato, non ha mai voluto intendere il Punisher violento e omicida come un modello di gestione alternativa della giustizia, bensì affermare che gli errori del sistema, la mancanza di supporto ed equità, portano a storture più o meno grandi come le sue azioni, che portano un’idea di giustizia sbagliata. E Conway lo sa e lo spiega, pur consapevole che un simbolo così forte sia facilmente manipolabile. Ciao Gerry, non sei un assassino ma un precursore.
Paolo Garrone
Superman vs The Amazing Spider-Man: The Battle of the Century, di Gerry Conway, Ross Andru, Dick Giordano (DC Comics / Marvel Comics, marzo 1976 – Pubblicazione italiana: Superman Vs. Amazing Spider-Man – DC Limited Collector’s Edition, Panini, 2026)
Nel momento in cui si confeziona quello che di fatto è un evento storico editoriale – la collaborazione dei due editori rivali Marvel e DC (l’unico precedente è la pubblicazione dell’adattamento a fumetti del musical Il Mago di Oz della MGM) – e il primo crossover della moderna era supereroistica tra eroi di editori differenti, Gerry Conway è il nome che viene scelto per scriverla, in accoppiata con il disegnatore Ross Andru.
Lo sceneggiatore costruisce una storia il cui unico obiettivo è quello di restituire ciò che promette, ovvero un’avventura divertente che cerchi di soddisfare il più possibile le aspettative dei lettori, decidendo di non farsi troppi problemi nel cercare spiegazioni e giustificazioni dell’incontro: Superman e Spider-Man, su cui entrambi gli autori hanno lavorato precedentemente, qui coesistono nello stesso universo e hanno sentito parlare l’uno dell’altro.
La Battaglia del Secolo non è che un gioco fumettistico – a tratti ingenuo -, un what if che vuole rispondere alle domande più facete dei fan (è più forte tizio o caio? Cosa succede se Spider-Man colpisce Superman?), cercando di rimanere rispettoso ed equilibrato nello spazio dedicato ai due eroi e dedicarsi al più puro intrattenimento. Lo scrittore esplora anche sprazzi metanarrativi, per esempio quando inserisce presentazioni di eroi e villain per i lettori che non li conoscono, mentre la meccanica che imbastisce diventa uno standard per i futuri crossover supereroistici: si inizia con un malinteso che permetta di far scontrare tra loro gli eroi, gli eroi si chiariscono, gli eroi collaborano per sconfiggere l’alleanza tra i loro nemici.
Paolo Ferrara

The New Gods vol. 1 #12 – Prelude to a Holocaust! di Gerry Conway, Don Newton, Dan Adkins, Liz Berube (DC Comics, luglio 1977 – Pubblicazione italiana: Il super Eroe #13, Editoriale Corno, 1979)

Sotto una cover kirbyana firmata da Al Milgrom e dopo uno iato editoriale durato cinque anni toccò a Gerry Conway raccogliere il testimone narrativo lasciato da Jack Kirby nel 1972 e riprendere le avventure dei personaggi del Quarto Mondo creati dal Re. Già l’anno precedente, nel 1976, Conway insieme a Dennis O’Neill e con i disegni di Mike Vosburg aveva ripreso i Nuovi Dei in 1st Issue Special regalando al personaggio di Orion un costume molto più supereroistico di quello creato da Kirby.
È con questo costume e con un afflato narrativo molto più supereroistico rispetto a quello epico e mitico della gestione precedente che ritroviamo qui il figlio di Darkseid, insieme a Lightray, Forager, Metron, Orion e Jezebelle, personaggio femminile creato da Conway per l’occasione.
Lo sceneggiatore anche in questa occasione si distingue sia per il coraggio di prendere le redini di una testata creata da una delle figure più importanti del fumetto statunitense – esattamente come era successo quando aveva ereditato The Amazing Spider-Man da Stan Lee – sia per la capacità di mettere su pagina, sin da questo “numero di esordio”, una serie di personaggi nuovi di zecca (ben nove!) per far intraprendere alla serie un nuovo percorso narrativo per molti aspetti molto più tradizionale e vicino al canone supereroistico rispetto a quello pensato da Kirby.
Purtroppo, la cosiddetta DC Implosion del 1978 (drastico taglio della casa editrice alle sue testate, dopo che negli anni precedenti le aveva moltiplicate a dismisura) fece interrompere le pubblicazioni con il #19, relegando il finale della serie e l’apparente morte di Darkseid a due storie di back up pubblicate su Adventure Comics #459-460.
A prescindere da questo destino, in questa manciata di albi Conway dimostrò una volta di più la sua capacità di raccontare storie con protagonisti personaggi editorialmente importanti, creati dai suoi maestri della generazione precedente, facendo intraprendere loro nuovi percorsi narrativi, anche coraggiosamente lontani da quelli originari.
David Padovani
Firestorm the nuclear man #1-5 di Gerry Conway, Al Milgrom, Klaus Janson, Bob McLeod, Jack Abel Adrienne Roy, Gene D’Angelo, Jerry Serpe (DC Comics, 1978)
Se a 19 anni ti smollano in mano le chiavi della macchina più bella del mondo, a 26 pensi: forse ne posso costruire una come minimo interessante allo stesso modo.
Firestorm the nuclear man era un esperimento coraggioso: un eroe adolescente che invece che essere un perdente preso in giro dagli atleti della scuola, era un atleta preso in giro dalle persone più intelligenti del mondo. Un eroe che aveva come assistente un uomo adulto, con cui fondeva il suo corpo e che sentiva come voce-pensiero nella testa. Un assistente che non ricordava di essere eroe, e quindi si dava all’alcolismo per lo stress di vivere una vita piena di buchi di memoria. Un eroe che poteva letteralmente cambiare la forma del mondo in cui viveva. Il tutto, condito da criminali bizzarri, analisi sociale a suo modo avanzata, e tutta una serie di misteri e comprimari davvero, davvero interessanti. E dei disegni di un Al Milgrom in gran splendore, che prendeva a piene mani da un certo Jack Kirby.
Tutto bello, bellissimo però…per colpa di varie congiunzioni astrali l’esperimento termina col numero 5.
Ma il progetto era grande, era ambizioso. Era, soprattutto personale. E quindi Gerry Conway non ci sta, e con tutta una serie di vari sotterfugi lo resuscita questo uomo nucleare.
E tutto quello che è venuto dopo, il successo meteorico, l’apparire in cartoni animati, film e videogiochi ma restare sempre e comunque fisso nella grande serie C dei personaggi minori non è stato il più grande successo nella cintura del creatore del personaggio, ma di sicuro è un testamento, di quanto Conway avesse capito tutto del genere, in soli cinque numeri (sei, se contiamo il numero perduto). Di come bisognasse mostrare sì il mondo reale, e le sue follie a confronto delle follie del mondo del fumetto. Di come i personaggi senza costume avessero sempre più peso di quelli col costume. E di come, se ascolti la gente, e le racconti storie che vogliono sentire… allora il potere delle tue parole è come quello di una bomba atomica.
Giovanni Campodonico (Audaci, Fumettocrazia)

Justice League of America vol.1 #200 – A league divided di Gerry Conway, George Pérez, Pat Broderick, Jim Aparo, Dick Giordano, Gil Kane, Carmine Infantino, Brian Bolland, Joe Kubert, Brett Breeding, Terry Austin, Frank Giacoia, Carl Gafford, Tatjana Wood, Adrienne Roy, Anthony Tollin (DC Comics, Marzo 1982 – Pubblicazione italiana: DC Anthology # 10 – Il grande libro della Justice League, Panini Comics, 2022)

Nella storia della Justice League of America, Gerry Conway occupa un posto di rilievo, avendone scritto le storie per otto anni (dal 1978 al 1986, #151-255) e avendola traghettata di fatto fino alla nuova era post Crisi sulle Terre Infinite che avrebbe cambiato il fumetto DC Comics. La gestione Conway ha avuto alti e bassi, alcuni momenti molto criticati come l’azzeramento della “vecchia” league e il trasferimento a Detroit. L’autore introdusse però anche nuovi membri (la sua creatura preferita, Firestorm) e dinamiche diverse dai suoi predecessori. Il risultato è un mix di tradizione e tentativi di innovazione che ben si riflettono nel numero 200, un tipico numero celebrativo, maggiorato nelle pagine e arricchito dalla partecipazione di alcuni dei migliori artisti dell’epoca e di grandi leggende (tra cui un George Perez che avrebbe segnato la storia della JLA da lì in poi). Con un tipico canovaccio che prevede uno scontro tra eroi causato da un nemico che viene dal passato (da un evento mai narrato prima), svelamento dell’inganno e risoluzione della storia, Conway fa interagire il “suo” gruppo con i veterani, giocando su varie dinamiche che rendono la storia piacevole e soprattutto accessibile a chiunque non conosca il gruppo e i suoi membri, qui non particolarmente approfonditi ma messi nelle condizioni, ognuno a suo modo, di brillare. Non mancano nemmeno elementi umoristici o weird, tipici del periodo e delle storie del gruppo. Un esempio del mestiere di uno scrittore in quel momento ben più navigato e capace di tirare fuori il meglio anche da numeri come quelli celebrativi che a volte non riescono a essere all’altezza delle aspettative e anche un esempio di scrittura classica di un genere che in breve tempo sarebbe andato a cambiare per sempre.
Emilio Cirri
Batman vol. 1 # 356 – The double life of Hugo Strange, di Gerry Conway, Don Newton, Dick Giordano (DC Comics, febbraio 1983 – Pubblicazione italiana: DC Classic #27 – Batman Classic vol. 14, RW Lion, 2014)
Tra le tante storie scritte per il Pipistrello e i personaggi introdotti nella sua mitologia (da Killer Croc al secondo Robin, Jason Todd), Gerry Conway ne scrisse diverse nelle quali a emergere era un profilo più psicologico e intimo tra Batman e i suoi avversari. In La doppia vita di Hugo Strange, il folle psichiatra mira a impadronirsi definitivamente del manto di Batman, spingendo alla follia Bruce Wayne grazie alla conoscenza del suo segreto. In un numero autoconclusivo Conway mette in scena, grazie anche alle ottime tavole di Don Newton e Dick Giordano, una piccola epopea in cui Batman si trova braccato non tra le strade malfamate di Gotham, ma nella sua stessa casa, da “nemici” insospettabili come il fedelissimo Alfred e il primo Robin, Dick Grayson. In un gioco di apparenti suggestioni e allucinazioni fin troppo reali, Batman si trova costantemente a dubitare di ciò che vede e di ciò che gli succede, fino all’epico scontro finale in cui due cavalieri oscuri si fronteggiano. A renderli distinguibili su pagina sono solo le loro affermazioni: uno assetato di sangue, l’altro conscio della sua fragilità ma lucido abbastanza da fare la cosa giusta.
La doppia vita di Hugo Strange si inserisce in un’annata, il 1983, durante la quale Conway sperimenta e gioca col personaggio innovando entrambe le testate del Cavaliere Oscuro (dal 1981 Conway scrisse sia per Detective Comics che per Batman, creando frequenti crossover) e ripescando vecchie glorie della Golden Age, il tutto a cavallo tra realismo e picchi quasi fantasy che riescono comunque a trovare il loro posto grazie a questa narrazione intima e sfaccettata.
Daniele Garofalo

Batman vol. 1 # 357-358 e Detective Comics vol. 1 #524 – Squid, Don’t mess with Killer Croc e Deathgrip di Gerry Conway, Don Newton, Dick Giordano, Rodin Rodriguez, Alfredo Alcala (DC Comics, marzo-aprile 1983 – Pubblicazione italiana: DC Classic #27 – Batman Classic vol. 14, RW Lion, 2014)

In questo trittico scritto da Gerry Conway su entrambe le serie batmaniane, avvengono due eventi fondamentali nella storia dell’eroe di Gotham: la prima apparizione di Jason Todd e di Killer Croc. Il Todd che vediamo nel primo albo (Batman #357) è ancora in una fase embrionale ed è pressoché una copia carbone del primo ragazzo meraviglia: anche lui è infatti un trapezista di una famiglia di artisti, i Todd, e a distinguerlo da Dick Grayson è soltanto una capigliatura bionda.
Sempre nel medesimo numero appare Croc, inizialmente presentato come uno strozzino misterioso che chiede il pizzo al circo dove lavorano i Todd e di cui il lettore vede solo gli occhi. È nella storia successiva (Detective Comics #524) che Croc fa la sua comparsa vera e propria e si mostra in un ritratto che per certi versi è molto diverso da quello attuale: mostruoso, condannato da una malattia che l’ha deturpato fisicamente a una vita da fenomeno da baraccone, ma anche incredibilmente scaltro e furbo, ben lontano dal Croc moderno più volte rappresentato come un energumeno mostruoso e bestiale ma senza cervello. Anche in queste storie, l’aspetto più intimo tratteggiato da Conway fa da file rouge: Dick si sente vicino al mondo del circo e decide di fidarsi della famiglia Todd, allontanandosi al contempo da Batman che nutre una sfiducia generale nel prossimo; a questo si aggiunge la vita da reietto di Croc, additato sempre come mostro e incapace di vedere altro futuro se non quello che gli è già stato assegnato dal resto del mondo. Nonostante il rimaneggiamento futuro tanto di Killer Croc quanto di Jason Todd, questo arco narrativo tratteggia un momento storico tanto del Cavaliere Oscuro che della carriera del compianto Conway.
Daniele Garofalo
Cinder and Ashe # 1-4 di Gerry Conway, José Luis García-López (DC Comics, marzo-giugno 1988 – Pubblicazione italiana: Cinder and Ashe, Planeta DeAgostini, 2018)
Nel 1988 Gerry Conway ha solo 36 anni, ma ha già lasciato il suo segno nel fumetto superomistico americano. Ha ucciso Gwen Stacy, inventato il Punisher, firmato lo storico crossover Superman VS The Amazing Spider-Man e guidato per un decennio la Justice League. Ma, con Cinder and Ashe, decide di lasciare mantelli svolazzanti e identità segrete per frugare tra le macerie psicologiche del Vietnam. Mentre serie coeve come The ‘Nam raccontavano la trincea, Conway sceglie di mettere il dito nelle piaghe morali, irrisolte, del post-guerra.
Sotto i riflettori ci sono Jacob Ashe, veterano creolo tormentato, e Cinder DuBois, investigatrice privata nata a Saigon da un soldato statunitense. Conway adotta la prosa asciutta dell’hard-boiled e monta la storia su un doppio binario temporale, alternando i fantasmi di Saigon al presente di New Orleans. La trama poliziesca si avvale del supporto grafico maturo di José Luis García-López, qui in doppia veste di autore delle matite e delle chine.
Ne viene fuori un fumetto di genere, duro e crudo, che paga però un certo debito alla scrittura televisiva anni Ottanta dei polizieschi procedurali, cui lo stesso Conway ha contribuito, firmando episodi di Matlock e Law & Order. Ma il graffio resta: il tentativo riuscito di mettere a nudo le ferite ancora aperte della storia recente americana.
Marco D’Angelo









