Gwen Stacy

Quando l’amore fa Snap (you must remember Gwen)

Tutti gli amori felici si assomigliano fra loro, ogni amore infelice è infelice e romantico a suo modo. Forse per questo, da spettatori/lettori ci emozioniamo per storie d’amore che nella realtà non vorremmo mai vivere: difficili, tormentate, spesso tragiche.

La storia tra Peter Parker – alias il nostro affezionato Uomo Ragno di quartiere – e la dolce Gwen Stacy – la ragazza della porta accanto – appartiene alla categoria.

Gwen Stacy

In quell’ormai lontano 1973, la love story sembrava sul punto di decollare sulle ali di Cupido e forse, col tempo, Gwen avrebbe potuto anche diventare l’ennesima Lois Lane o Minnie dei fumetti, ma Gerry Conway e John Romita Senior, rispettivamente sceneggiatore e disegnatore della serie, avevano in serbo ben altro per lei.

A cavallo tra i numeri 121 e 122 della serie, la storia d’amore tra l’adorabile figlia del capitano Stacy e il maldestro nipote della zia May subì una svolta inaspettata. La ragazza venne rapita dal perfido Goblin e l’eroe dovette gettarsi disperatamente al suo inseguimento, fin sulla sommità del ponte “George Washington” di Brooklin.

Gwen Stacy

Fin qui, naturalmente, nulla di nuovo rispetto a tante altre storie simili. Quante volte abbiamo visto cavalieri senza macchia affrontare il drago per salvare la principessa rapita? E quante volte abbiamo visto la Bestia di turno soccombere dall’alto del dirupo mentre il principe solleva tra le braccia la sua bella ? In effetti, la scommessa del racconto di Conway e Romita era tutta qui: ribaltare le certezze del lettore fidelizzato partendo da un plot in apparenza scontato.
E così per una volta, a precipitare giù dal ponte, non fu la bestia Goblin ma la bella Gwen.

Quando, al termine della caduta, la ragazza rimane appesa nel vuoto alla tela di Spiderman, una piccola ma significativa onomatopea (SNAP!) annunciò ai lettori che qualcosa si era spezzato per sempre nel corpo di Gwen e, di conseguenza, nella vita editoriale dell’Uomo Ragno.

Gwen Stacy

Il titolo della storia appariva solo nella vignetta finale, sufficientemente prosaico per suonare struggente nella lirica pop dei comics:

La notte in cui Gwen Stacy morì.

In realtà , come rifletteva Stefano Priarone, qualche tempo fa, in un bel saggio proprio qui su “Lo Spazio Bianco”, Gwen

è ancora vivissima nei cuori dei fan del Ragno, la stragrande maggioranza dei quali non era ancora nata all’epoca della sua morte. Abbiamo sempre saputo che Gwen era morta: e forse l’abbiamo amata anche per questo.

Il fascino emozionale della love tragedy sta nel creare una empatia assoluta tra l’eroe e il suo pubblico: Gwen resta il rimpianto d’amore di Peter Parker come di intere generazioni di lettori di comic book. Non a caso, lo scrittore Kurt Busiek e il disegnatore Alex Ross, chiudono il loro Marvels, filologico ed elegiaco metaracconto dell’epopea Marvel, rivisitando la sequenza conclusiva de La notte in cui Gwen Stacy morì.

Gwen Stacy

Lo sguardo trepidante con cui il fotoreporter Phil Sheldon, protagonista della miniserie, segue la concitata lotta sul ponte di Brooklin è il simulacro finzionale del nostro sguardo di lettori. Il suo “no!” di sgomento di fronte al tragico epilogo della vicenda è il nostro stesso sentimento di fronte al precipitare dei corpi e degli eventi. Sia nel racconto di Conway, sia nella rivisitazione di Busiek, il lutto corre sul filo della memoria seriale. Il lettore fedele si strugge perché da questo momento ricorderà sempre com’era il mondo narrativo del suo eroe prima, e come non sarà più dopo.

Sempre Priarone ribadisce giustamente quanto la morte di Gwen abbia sancito per il genere supereroistico anche la fine di una certa “età dell’innocenza”. Tant’è (aggiungo io) che di lì in poi, le morti di comprimari e eroi sono diventate nei comic book prima una clamorosa costante e poi, ahinoi – come mi è capitato già di rilevare – una stucchevole soluzione di marketing narrativo.

Gwen

Ma per La notte in cui Gwen Stacy morì è stato – e continuerà – ad essere diverso. Merito di una perfetta simbiosi tra il tratto morbido e avvolgente di Romita e la soggiacente scrittura di Conway che gesticono con piena consapevolezza i meccanismi del genere e scandiscono con intensità i ritmi del racconto disegnato.

In fin dei conti, se non vi disturba troppo il paragone, la morte di Gwen sul ponte di Brooklin non è meno romantica e struggente di quella di Giulietta nella cripta dei Capuleti. Lì dove la poesia e il teatro manifestano la loro potenza lirica nella forza di un verso o di una battuta, il fumetto popolare si esprime nella sua peculiare commistione di elementi grafici e testuali.

Per ribadirlo, basta mettere a confronto la tavola originale di John Romita e quella di Alex Ross che la rivisita/rievoca. Sono certo diverse per stile di rappresentazione, impianto visivo, toni e luminosità, ma un elemento resta costante: un piccolo segno dalla grande, deflagrante, portata.

SNAP!

L’onomatopea che sancisce la tragedia. La parola che si reinventa immagine. L’immagine che diventa suono. Un suono silenzioso, struggente e romantico, che non possiamo sentire con l’orecchio ma che, da qualche parte dentro di noi, risuona ogni volta che torniamo a questa pagina di fumetto innescando l’emozione disegnata.