
Immersa nella lussureggiante bellezza della campagna orientale Tomoji non sfugge all’asprezza della vita rurale; in seguito alla scomparsa prematura di padre e sorella minore e all’abbandono della madre, la famiglia si raccoglie intorno alla nonna Kin, le cui preghiere sono fonte di sollievo per gli abitanti del villaggio.
Il ritmo lento della quotidianità contadina e i magnifici paesaggi nipponici trovano un connubio felicissimo nei disegni di Jirô Taniguchi il cui realismo sfiora la perfezione fotografica, l’autore anzi gioca sulla sottile linea di demarcazione che separa le due arti realizzando più versioni di una stessa foto della famiglia di Tomoji.
La prima fotografia, in bianco e nero, colpisce l’attenzione per lo straordinario realismo, ottenuto grazie alla fissità delle espressioni dei volti della famiglia, tuttavia mantiene una grande omogeneità con lo stile generale dell’opera.
La seconda versione della fotografia spicca invece all’interno della tavola grazie all’uso del color seppia; l’effetto iperrealistico ottenuto insinua per la prima volta nel lettore l’impressione che la vicenda narrata non sia opera di fantasia ma trascrizione di vite autentiche, emozionandolo profondamente.

Se in Gourmet tale risorsa grafica aveva l’obiettivo di suggerire all’osservatore profumi e sapori, in Si chiamava Tomoji lo scopo del realismo di Taniguchi è evidentemente quello di mettere il lettore in contatto con la natura. L’aderenza al vero dell’autore giapponese non è tuttavia una semplice riproposizione della realtà osservata, in ogni tavola ed in ogni panorama le linee sono continue, equilibrate, armoniose, persino quando il tempo è inclemente.
La magia grafica di questo mangaka risiede tutta in questa singolare capacità: idealizzare ed esaltare l’armonia della campagna giapponese senza pregiudicarne la naturalezza, aprendo all’osservatore la visuale sui panorami come se fossero colpi di scena in una narrazione che grazie a questo lascia sopportare la sua lentezza.
Se il realismo e l’attenzione agli aspetti più quotidiani dell’esistenza sono le note caratteristiche che hanno imposto Jirô Taniguchi all’attenzione dei lettori, nel caso di Si chiamava Tomoji l’attenzione alla verosimiglianza dell’autore è tanto più importante poiché appunto la protagonista non è un personaggio fittizio ma una persona realmente esistita: la fondatrice del tempio Shôjushin.

Il risultato di questa simbiosi, rispettosa dei ritmi propri del celebre mangaka, ha consentito di far leva sul realismo e sulla lentezza narrativa per far emergere il contatto profondo di Tomoji con la natura e gli abitanti del villaggio, accentuato dal contrasto con il disastroso terremoto di Tokio del 1923 che travolge la città e risparmia la campagna.
Scampato al terremoto, Fumiaki Itô, cugino di Tomoji e suo promesso sposo, raggiunge la protagonista e la sposa con grande semplicità, ideale condiviso dagli sposi e a cui è improntata la loro vita.
Jirô Taniguchi non tradisce quindi la promessa di raccontare la storia del tempio: pur se la sua costruzione resta esclusa dalla narrazione il lettore infatti ne conosce ormai le basi e l’importante fondatrice.
Abbiamo parlato di:
Si chiamava Tomoji
Miwako Ogihara, Jirô Taniguchi
Traduzione di Vincenzo Filosa
Rizzoli Lizard, 2015
176 pagine, brossurato, bianco e nero e colore – 16,00 €
ISBN: 9788817083089

Gran bella recensione. Conoscendo Gourmet fa venire voglia di leggere pure questo volume.
Facci separe il tuo parere se riesci a leggerlo :)
Letto…molto bello! :)
Grazie dei bei complimenti Francesco, sono lieto di averti indirizzato a una lettura piacevole ;)