Uccidendo il secondo cane: cupe vite di cani e padroni

Uccidendo il secondo cane: cupe vite di cani e padroni
Nella Varsavia del 1960, in una Polonia attraversata da molte ombre e pochissime luci, la storia dello scrittore realmente esistito Marek Hlasko, voce di una coscienza assopita, nemico e complice, in viaggio verso una parabola discendente che riassume in sé la vita di un mondo.

Ha ancora senso, a un passo dal 2020, raccontare storie ambientate nella Polonia del 1956? La risposta è sì, se in queste storie si riflette una condizione umana e sociale, una disperazione lucida e un significato superiore quanto mai attuali. E poi, diciamoci la verità, le storie con protagonisti “belli e dannati” non smettono mai di avere fascino. Anche se a volte, e sicuramente contro le intenzioni degli autori, capita che tali storie finiscano per rappresentare una specie di soddisfazione per quei lettori che a prescindere dai messaggi trovano rassicurante o consolante vedere questi personaggi fuori dal coro raggiungere la fossa che sembrano essersi scavati con le loro mani. Quasi come se dietro a tutto percepissero un invito al conformismo, o una giustificazione al loro non agire.

Marek Hlasko, scrittore e voce di una generazione che non ha nulla da dire, rientra perfettamente nella schiera dei dannati, dall’inizio della sua parabola fino alla sua prevedibile fine. Del resto, non è quello che capita a tutti quegli artisti cresciuti tra disperazione e sconforto, e che da questi elementi sembrano farsi dapprima contagiare e infine distruggere? È un po’ una questione di “prima l’uovo o la gallina”: è l’ambiente che crea l’artista o certi artisti, certe vite allo sbando, possono prosperare appunto perché trovano un ambiente che permette loro di emergere tra i detriti?

Fabio Izzo e Valerio Gaglione cercano di spiegarcelo in Uccidendo il secondo cane. Lo fanno in qualità di testimoni imparziali, e spingono molto più in là i loro obiettivi; il primo tramite una sceneggiatura concisa e diretta che vuole essere specchio di un paese frammentato e oppresso, e il secondo con disegni che tratteggiano una Varsavia fatta di buio e polvere, squadrata e gelida, in rovina come le anime dei suoi abitanti, per i quali l’unico rifugio è stordirsi bevendo, e affogare in storie d’amore senza futuro.

Ciò che ne risulta è un’istantanea fatta di tanti momenti disperati, nei quali solo lo sconforto sembra prevalere, lucida follia politica e culturale, creatrice di vite senza scampo e senza futuro, aggrappate all’attimo, che forniscono allo scrittore Hlasko materiale a non finire per i suoi racconti. Perlomeno fino a che la sua voce non diventa così veritiera da apparire scomoda al regime.

Non è esattamente una biografia quella che Izzo decide di scrivere, sebbene non manchino le tappe principali dell’esistenza del giovane scrittore. È più un ritratto quasi scocciato, crudelmente ironico come il suo narratore, che sembra costretto suo malgrado a raccontare cose che preferirebbe tacere, e che quando narra lo fa in modo da condividere il meno possibile, mai alla ricerca dell’amicizia, della comprensione o dell’appoggio del lettore. Forse, il ritratto che proprio il vero Hlasko farebbe di sé stesso e del suo mondo, ed è proprio in questo che Uccidendo il secondo cane trova la sua vena migliore, quella che sfugge al semplice accumulo di dati per fermarsi alle atmosfere, ai singoli gesti discordanti e al problema delle loro infinite conseguenze. La stessa cosa, del resto, si può dire dei disegni, che tranne in rari casi non si illudono di poter riportare fedelmente un mondo, o un palazzo, o una strada, ma ne vogliono narrare l’impatto sulle menti, o la solitudine, o il disagio, o la disgregazione.

Uccidendo il secondo cane si rivela dunque un lavoro semplice e chiaro, concentrato sulle emozioni e le atmosfere, e che corre dritto al suo finale, anche se a tratti fin troppo velocemente. Si disgrega, infatti, forse troppo, nella continua ricerca dell’aneddoto che in molti momenti copre la storia, la biografia, le ruba lo spazio necessario per renderla completa, sospende la linea temporale orizzontale per fermarsi in quadretti significativi ma abbozzati e chiusi in sé stessi. Tutti figli di uno stesso padre, ma sconosciuti tra loro.

In questo senso, anche l’inserimento della coppia  formata da Piotr e Agnieszka, pur se coerente con il narrato, risulta alla fine estranea al cuore del racconto. Soprattutto perché a un certo punto esce di scena così come ci è entrata, senza rapporti con la storia dello scrittore Hlasko e senza conseguenze sulla sua vita. Un racconto tangente, che forse sarebbe stato meglio sostituire (anche barando un po’, credo che Hlasko non se la sarebbe presa) con qualcosa di più adeso alla vita che si voleva raccontare. O con un amore dello scrittore stesso, ampliandone il senso e le conseguenze.

Dissonante anche il lavoro fatto ai disegni dall’indiscutibilmente valido Gaglione, il quale però, pur trovandosi perfettamente a suo agio con l’atto di illustrare, pur dimostrandosi artista vero e potente, dolente e fascinoso quando si tratta di evocare una dimensione emotiva da luoghi, persone, luci e ombre, fatica un po’ quando prova a entrare nei meccanismi narrativi del fumetto vero e proprio. Di stampo cinematografico o pittorico, quasi da espressionismo tedesco, tendenti per naturale inclinazione a una staticità da scatto fotografico, da quadro o da fotogramma – situazioni nelle quali offrono il massimo in quanto a comunicazione emozionale – le sue tavole appaiono talvolta costrette quando devono raccontare situazioni in movimento, azioni rapide, cambiamenti repentini.

Tanto che forse, sia come testi che come disegni, questo lavoro avrebbe dato il meglio se fosse stato raccontato come diario illustrato, piuttosto che come fumetto. Non ci avrebbe perso nulla, e anzi forse ci avrebbe guadagnato. Del resto, non è scritto fa nessuna parte che se si scrive e si illustra una storia per immagini questa debba sottostare per forza alle regole della sceneggiatura da comics o graphic novel. Soprattutto quando al lettore sembra di assistere all’incontro tra uno sceneggiatore nato scrittore e un disegnatore nato pittore.

Rimane molto valida, comunque, e forse un altro dei maggiori punti di forza dell’intero lavoro, l’immagine disegnata e scritta della Polonia disillusa e disgregata di fine anni ‘60, soffocata da un regime onnipresente che si ritiene in dovere di cambiare nome anche ai cani se non sono di suo gusto, o arrestare un cittadino per una semplice parola detta a caso. È in questo che le architetture di parole e immagini si fondono per offrire il massimo risultato, ed è in questo ritratto di un mondo tragico nascosto dietro ogni angolo, anche nel nostro luminoso 2019, che Uccidendo il secondo cane trova infine la sua ultima ragion d’essere, della quale la vita tragica di Marek Hlasko finisce per apparire, vero o meno che sia questo assunto, come una necessaria incarnazione.

Abbiamo parlato di:
Uccidendo il secondo cane
Fabio Izzo, Valerio Gaglione

160 pagine, brossurato, b/n – € 18,00
ISBN: 9788885621305

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