GoGo Monster: crescere grazie ai nostri nemici immaginari

GoGo Monster: crescere grazie ai nostri nemici immaginari
Taiyo Matsumoto ci ricorda, nel suo stile poetico e rarefatto, quanto è difficile per un bambino dover abbandonare i rifugi creati dalla propria immaginazione.

Ci sono due tipi di bambini: quelli perfettamente integrati, che fanno subito gruppo e a volte diventano cattivi con chiunque sia diverso e appunto quelli diversi, gli introversi, chiusi in un personale guscio d’incomunicabilità, a metà strada fra rifiuto del mondo e zona comfort. 

Chi un po’ conosce l’opera di Taiyo Matsumoto indovinerà facilmente verso quale di questi due tipi propende la sua simpatia. Il protagonista di GoGo Monster si chiama Yuki Tachibana, uno scolaro decisamente fuori dalle piccole grandi dinamiche sociali della scuola elementare che trascorre gran parte del suo tempo ad ascoltare e talvolta a “comunicare” con una gang di mostri. Mostri che noi lettori non vediamo mai, se non nei disegni dal tratto arrabbiato con cui Yuki imbratta quotidianamente il suo banco, in classe. Non perde occasione però per ribadire a tutti che quei mostri esistono davvero e hanno persino un nome: Superstar è il loro capo, poi c’è Chance che ruba le gomme per cancellare e tanti altri. Sono mostri buoni, sono amici, anche se quegli stupidi dei suoi compagni non sono capaci di vederli.

Eppure sta succedendo qualcosa. L’armonia del “mondo dall’altra parte”, come lo chiama Yuki, viene quotidianamente sconvolta da una lenta ma inesorabile invasione. Quella di altri mostri, mostri senza nome, detti semplicemente “Loro”, che non solo vogliono eliminare Superstar e i suoi, ma sembrano intenzionati a impossessarsi di tutta la scuola, facendo marcire cose e persone. Facendole diventare nere.

Non tutti però si tengono alla larga da quello strano bambino coi capelli lunghi che non fa che straparlare. C’è chi invece gli si avvicina, lo ascolta, prova a capire il suo mondo pur senza crederci fermamente come lui: sono il giardiniere della scuola, un vecchietto bonario, saggio e molto sensibile con cui Yuki trascorre gran parte del suo tempo tra una lezione e l’altra, il nuovo e riflessivo compagno di scuola Makoto e il misterioso IQ, uno scolaro – come il nome suggerisce – incredibilmente dotato ma che manifesta anche lui il suo rifiuto verso il mondo dei “normali”, tenendo perennemente la testa infilata in una scatola di cartone.
Yuki, Makoto e IQ, vivono e osservano il mondo da una prospettiva che, pur essendo ancora bambinesca, ha già fatto un salto notevole verso l’età adulta. Ed è per questo che tra loro sembrano riuscire in qualche modo a capirsi o comunque sentono una sorta di curiosità che li attira inesorabilmente l’uno verso l’altro. Forse il personaggio più interessante tra i comprimari è proprio Makoto, sempre conteso tra la dimensione “normale” e quella “dell’altra parte”. A differenza di IQ che osserva e psicanalizza Yuki, Makoto gli si affeziona, vuole comprenderlo per poterlo aiutare, ma allo stesso tempo non riesce come il suo amico a ignorare gli altri, sente il richiamo della socialità, deve costantemente fare una scelta tra il tipo strano e il suo gruppo che gli ripete di lasciarlo perdere. Questo crea un’interessante tensione tra i due, uno studiarsi a volte da vicino, altre da lontano. Sono bambini eppure hanno già la maturità necessaria per capire di essere uno il completamento dell’altro.

taiyo_matsumoto-gogo_monster02[1]A scandire la storia è il classico espediente del passaggio delle stagioni, in un arco narrativo che dura poco più di un anno, un anno decisivo nella crescita di Yuki, durante il quale la presunta invasione di “Loro” rende sempre più sfumato il confine tra la realtà e l’“altra parte”, echi di quell’altrove s’insinuano sempre di più nelle pieghe del quotidiano, collassando in una memorabile sequenza visionaria, dichiarata citazione dell’Alice di Carroll. Proprio come la caduta nella Tana del Bianconiglio, la salita al misterioso quarto piano della scuola elementare, il “Loro” covo, ha per Yuki tutto il sapore della perdita dell’ingenuità infantile, di transito verso l’incipiente adolescenza.
Questo lavoro di Matsumoto, pur essendo una recente uscita di è precedente di alcuni anni al pluripremiato Sunny, e sembra costituirne una sorta di prodromo. La casa famiglia raccontata in quella serie sembra infatti raccogliere numerosi tanti piccoli e meno piccoli Yuki Tachibana, una pletora di ragazzi esclusi, diversi, emarginati e per certi versi costretti a crearsi da soli un proprio mondo. Mondo che in quel caso diventa in parte condiviso tra i rottami della Sunny, l’auto abbandonata in giardino.

Come in Sunny, anche in GoGo Monster il tratto è quello peculiare e riconoscibilissimo di Matsumoto, con disegni solo apparentemente essenziali, capaci di passare da forme appena suggerite a una sorprendente ricchezza di dettagli. Disegni che sembrano anche volersi ribellare agli stilemi più comuni nei manga: Matsumoto rifiuta l’uso del deformed preferendo una resa realistica, anche nelle sequenze più visionarie, così come rifiuta i classici occhioni dei personaggi, preferendo occhi inequivocabilmente a mandorla. Tra essenzialità e dettaglio, tra ribellione e disciplina: è come se disegnando Matsumoto cercasse di mettere d’accordo l’adulto e il bambino che vivono dentro di sé. La sua arte è in un certo senso proprio come il suo protagonista, in una sorta di limbo tra ritorno all’infanzia e maturità. 

Sicuramente adulta è però la scelta delle inquadrature, termine cinematografico usato non a caso: Matsumoto infatti cerca spesso dei punti di vista inusuali per un fumettista, dai piani ravvicinati e grandangolari, a campi lunghi con una prospettiva quasi vertiginosa.
La narrazione, come per altre opere dell’autore, è condotta per sottrazione. Le cose che effettivamente vediamo accadere non sono moltissime, l’azione è rarefatta, così come i dialoghi. I personaggi parlano poco ma dicono molto, lo fanno attraverso sguardi, silenzi, piccoli movimenti. I momenti più importanti (compreso il bellissimo finale) sono raccontati con pagine prive di testo. Paradossalmente invece il mondo intorno ai protagonisti parla di più, l’autore fa un abbondante utilizzo dei dialoghi d’ambiente, stralci di conversazione non legati alla storia, ma molto utili a restituire l’atmosfera in cui i personaggi vivono i propri silenzi. 


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GoGo Monster è in sintesi il racconto di un’infanzia che finisce. E se noi adulti proviamo a ripensarci, ci rendiamo conto che è difficile individuare il momento esatto, o anche solo l’anno, la stagione, il mese in cui è accaduto quel complesso passaggio. Matsumoto ci suggerisce quello che forse è uno dei pochi, se non l’unico, sintomo inconfondibile che qualcosa è inesorabilmente cambiato: smettiamo di essere bambini quando non siamo più in grado di comunicare con i nostri mostri personali, quando varchiamo la nostra prima soglia proibita, quando smettiamo di vedere delle piccole facce nelle goccioline d’acqua appiccicate ai vetri, nei giorni di pioggia.

Abbiamo parlato di:
GoGo Monster
Taiyo Matsumoto
Traduzione di Valentina Vignola
J Pop Manga, 2019
456 pagine, brossurato, bianco e nero – 15,00 €
ISBN: 9788832758511

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