La prima volta che vedi le tavole disegnate da Ben Katchor, l’effetto può anche essere respingente. Mica roba user (reader) friendly: didascalie al limite dell’invasivo, dialoghi lunghi e complessi; sfondi in cui le immagini sembrano accavallarsi le une sulle altre; figure umane che ricordano più la caricatura di George Grosz, che non le rassicuranti icone del cartooning classico.

Il fatto appare abbastanza chiaro, e per avere un’ulteriore prova basta scorrere la lista delle pubblicazioni che hanno ospitato o tuttora ospitano le sue storie a fumetti: Raw, Metropolis Magazine, The Jewish Forward. Cioè: la rivista simbolo del fumetto alternativo – perdonate il termine – anni Ottanta; un mensile di architettura e design newyorchese; lo storico quotidiano – ora diventato settimanale – yiddish della Grande Mela.
Riassumendo: alto livello, ristretta circolazione. Insomma, Katchor è per pochi, orgogliosamente. Il che non significa che debba anche necessariamente essere snob, e in fondo chi se ne frega. Leggerlo è un’esperienza profonda come poche altre nel fumetto contemporaneo, questo conta.

Visto che del libro non ho letto che brevi stralci, non posso dire molto. Una previsione che si può azzardare senza timore di essere smentiti, è che sarà fitto di storie: a Ben Katchor piace, raccontare storie. Il che è assolutamente ovvio, visto il mestiere che si è scelto. Ok. Ma sembra esserci di più: nei suoi fumetti è rappresentato molto spesso l’atto di raccontare. Dai semplici racconti orali, faccia a faccia, come quelli che spesso ascolta Julius Knipl (Julius Knipl – Real Estate Photographer, strisce raccolte in volume da Little, Brown and Company nel lontano 1996 e poi da Pantheon nel 2003), a forme più complesse come il teatro de L’ebreo di New York (in italiano tradotto da Daniele Brolli, Mondadori, 2004), in cui viene rappresentata la preparazione di una commedia, destinata a non arrivare a compimento. E ancora, troviamo personaggi che leggono libri ad alta voce, che ascoltano interessati i discorsi pubblici di improbabili imbonitori. Katchor descrive queste diverse modalità con la cura e la passione di un vero feticista del racconto. Non stupisce dunque che abbia scelto, per la composizione del suo, una struttura narrativa unica.

Fragili come i mondi passati raccontati da un autore ossessionato dalla rievocazione di tempi perduti, e infatti spesso paragonato a Marcel Proust. Un po’ a caso, ok. Ma rimane vero, che anche quella di Katchor sia più che semplice nostalgia.
Riferimenti:
www.katchor.com
www.publishersweekly.com/the-comics-of-ben-katchor
robot6.comicbookresources.com/ben-katchor-on-the-cardboard-valise









