Cronache tedesche: Ikon di Simon Schwartz

Cronache tedesche: Ikon di Simon Schwartz
Con Ikon, drammatico ritratto della fine della dinastia degli Zar Romanoff e della vera storia del ritrovamento della falsa zarina Anastasia, Simon Schwartz riflette sulle grandi tragedie della storia, sulle ferite che lasciano e sulla necessità dell’umanità di creare icone in cui credere e a cui aggrapparsi.

Chi è Simon Schwartz?

Simon_Schwartz_1_Recensioni Tra più attivi e prolifici autori tedeschi del nuovo millennio, Simon Schwartz nasce nel 1982 a Erfurt ma ad appena un anno e mezzo segue i genitori nella fuga a Berlino Ovest. Dopo il diploma lavora per due anni presso la redazione di Mosaik, la più longeva serie a fumetti in lingua tedesca. L’influenza dei vari autori che si alternano sulla testata, e in primo luogo del creatore della serie, Hannes Hagen, è molto importante per il giovane. Nel 2004 si iscrive all’Università di scienze applicate di Amburgo, dove studia illustrazione sotto la fumettista, illustratrice e artista Anke Feuchtenberger.

In questi anni assorbe diverse influenze dal mondo del fumetto statunitense, come ad esempio Chris Ware, Seth e i fumettisti degli anni ’50, ma viene anche ispirato dal fumetto francofono, in particolare da Joann Sfarr, Marjane Satrapi e David B. Il suo lavoro di tesi, Drüben!, basato sulla propria vicenda familiare e sulla fuga nella Germania dell’Ovest, viene pubblicato nel 2009 da avant-verlag e riceve il premio ICOM per il miglior fumetto indipendente e la nomination al prestigioso premio di letteratura per ragazzi Deutscher Jugendliteraturpreis. Da allora continua la sua proficua collaborazione con avant-verlag e inizia a realizzare affascinanti biografie, spesso arricchite da elementi fantastici o mitologici.

Nel 2012 pubblica Packeis, la storia dell’afroamericano Matthew Henson e della sua spedizioni al Polo Nord (Premio Max-und-Moritz nello stesso anno). Nel 2014 è la volta di Vita Obscura, una raccolta di biografie di personaggi storici, mentre nel 2018 pubblica Ikon. Oltre al suo lavoro come professore di illustrazion alla BTK di Amburgo e al dipartimento di design della sua università e come illustratore e fumettista freelance per giornali e riviste (Der Tagesspiegel, Die Zeit, Frankfurter Allgemeine Sonntagszeitung, Cicero, GEOlino e molti altri); ha al suo attivo mostre per musei (ad esempio la mostra permanente sulla traduttrice e linguista Erika Fuchs presso la Erika Fuchs Haus) e molte mostre personali, l’ultima delle quali svoltasi al Parlamento Tedesco e incentrata sulla storia di 45 parlamentari tedeschi, preludio alla pubblicazione di un volume nel 2019 sempre per avant-verlag.

Lo scorrere violento della Storia, il bisogno delle icone

Ikon_Recensioni Di tragedie ed efferatezze, nel Secolo Breve, ce ne sono state molte. Due conflitti mondiali, insurrezioni popolari, regimi totalitari, guerre civili e battaglie da esportazione stimolate dalla guerra fredda. Tra queste, lo sterminio della famiglia dello Zar durante la rivoluzione bolscevica ha esercitato un fascino particolare su registi, scrittori e artisti. La misteriosa figura di Rasputin, i misteri della corte dei Romanoff, i segreti e le teorie cospirazioniste dietro la morte dell’intera dinastia, il destino dei presunti sopravvissuti. Un piccolo scrigno di storie terribili ed estremamente evocative che ha fatto più volte incursione non solo nel mondo della fantasia collettiva, ma anche nella realtà della cronaca, in particolare per quanto riguarda l’alone di leggenda intorno alla principessa Anastasia.

Di questa ultima categoria fa parte la triste storia della lavoratrice polacca Franziska Schanzkowska (conosciuta anche come Anne Anderson) che fino alla sua morte si fece (e venne fatta) passare per la Zarina ed erede dei Romanov, unica sopravvissuta al massacro. A questa storia si ispira Simon Schwartz, filtrando gli eventi attraverso gli occhi di Gleb Botkin, figlio del medico di corte e tra i pochi sopravvissuti al massacro dei Soviet, unico strenuo sostenitore della rediviva Romanoff contro ogni più logica evidenza. L’autore narra una straziante tragedia degli equivoci, ripercorrendo i punti salienti della vicenda di cronaca e proponendo in parallelo flashback nel passato di Botkin e nella sua storia dopo la fine dell’Impero Russo, con la fuga negli Stati Uniti e la fondazione del culto neopagano della “chiesa di Afrodite”.

Schwartz usa uno stile fatto di bianchi e neri nettissimi, di figure delineate da tratti geometrici precisi e rigorosi che ricordano molto lo stile di David B., lontani da qualsiasi rappresentazione realistica ma non per questo meno drammatici e intensi. Questa intensità è costruita da una parte con l’attenzione ai dettagli dei corpi e delle espressioni dei protagonisti, in particolare per gli occhi dei protagonisti, ora spenti e vacui, ora spalancati per l’orrore del passato e la pazzia del presente, dall’altra con la costruzione di uno storytelling teso e coinvolgente. La scelta di inquadrature strette o di vignette affollate, la certosina gestione delle transizioni di scena, l’alternarsi di situazioni grottesche ad altre più cruente, spesso ambientate su piani temporali diversi, sono tutti elementi che concorrono a creare un perpetuo senso di disorientamento e “lucida follia” nel lettore, la stessa che travolge i protagonisti della storia senza lasciar loro scampo.

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Ma il vero elemento che eleva questo racconto, già potente per contenuti e forma, al di sopra di altre opere simili, è la scelta di Simon Schwartz di intervallare la storia principale con una elegante digressione sulle rappresentazioni religiose della religione ortodossa, in particolare delle icone e della loro importanza nel credo della cristianità d’oriente come immagini atemporali e simboliche. Per far ciò, Schwartz cambia completamente il suo stile di disegno, aderendo perfettamente alle rappresentazioni ortodosse-bizantine e creando un’atmosfera mistico-esoterica che esalta il gusto thriller-horror del racconto. Ma questa scelta è soprattutto necessaria per condensare e distillare il contenuto della storia stessa, che diventa una riflessione acuta sul ‘900, un secolo che ha prodotto e fagocitato ogni ideologia umana con ritmi da produzione industriale, che ha spazzato via con la violenza e l’orrore ogni certezza, ma non la necessità che ha l’uomo di questa certezza.
La corsa di Botkin alla ricerca di uno scoglio a cui aggrapparsi, di una icona atemporale e perenne in cui credere, è quella dell’uomo moderno, sempre più solo e spaventato dal vuoto di valori di fronte a sé stesso. E anche l’illusione di Franziska, o Anne, o Anastasia (e con lei di tutti quelli che credono in lei), è il tentativo ultimo di trasfigurare sé stessi e la propria storia in una illusione che seppellisca una tragedia, personale o collettiva che sia, la tragedia del progresso violento e indifferente che in tanti momenti ha caratterizzato il secolo scorso.

Con la congiunzione tra Anastasia e anàstasi, la resurrezione di Cristo e la sua discesa agli inferi, si conclude il racconto. Una fine nel fuoco per i protagonisti, ma che può coincidere con l’inizio di una nuova vita, di un’altra vita. Mentre la storia continua nel suo ciclo infinito.

Abbiamo parlato di:
Ikon
Simon Schwartz
avant-verlag – marzo 2018
216 pagine, brossurato, bianco e nero – 25 €
ISBN: 978-3945034798

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