Supergirl
L’esordio disastroso, e per certi versi alquanto inaspettato, di Supergirl al box office americano e internazionale, con un incasso totale di appena 68 milioni di dollari, ha in qualche modo sancito la fine della “luna di miele” tra i neonati DC Studios e il pubblico, mettendo James Gunn e Peter Safran in una posizione non proprio invidiabile ad appena un anno dal folgorante esordio di Superman, che sembrava avere rilanciato il brand DC Comics sul grande schermo.
Un anno fa, circa, la prima immagine dell’eroina DC Comics campeggiava in un teaser poster con la scritta “Look out”, facendo il verso alla campagna promozionale dell’uomo d’acciaio e scatenando l’entusiasmo di fan e pubblico. Da allora, sembra passata una eternità.

Ma cosa è andato storto? C’è da dire che, a fronte di numerose analisi, probabilmente le cause di una debacle così imponente sono state molteplici. Negli ultimi giorni prima dell’uscita, la reazione “tossica” di una minoranza molto rumorosa su internet (la quale evidentemente non ha una vita al di fuori della rete e vuole farlo notare a tutti i costi), che ha distorto alcune dichiarazioni dell’attrice Milly Alcock estrapolando alcune parti di una frase, potrebbe avere avuto un qualche peso, ma non è certo il motivo principale se si pensa al dato riguardante la fascia demografica del pubblico nel weekend d’esordio negli Stati Uniti: il 59% era composto da maschi di cui il 65% aveva più di 25 anni, con una minima percentuale femminile composta dal 15%. Al netto di ciò, dobbiamo comunque sottolineare che queste continue campagne di delegittimazione di un film o di una protagonista a prescindere stiano diventando alquanto allarmanti.
Evidentemente, la campagna promozionale strutturata da Warner e DC Studios in maniera molto simile a quella di Superman (probabilmente per andare sul sicuro e ripetere il medesimo exploit della scorsa estate) non è riuscita a intercettare determinate fasce di pubblico, in primis quello femminile e quello relativamente più giovane dei bambini con famiglie al seguito. Questi ultimi hanno optato per un “usato sicuro” come Toy Story 5 piuttosto che una pellicola su una eroina che, a differenza di Superman, non dimostrava dai trailer la stessa epicità e (forse) l’ingenua solarità del cugino.
Sia chiaro, nessuno mette in discussione la scelta dei DC Studios di optare per un progetto che, nei toni e nelle atmosfere, fosse differente rispetto al film scritto e diretto da Gunn che lo scorso anno in molti hanno positivamente definito decisamente “fumettistico”. Questa è la forza di una major che fin dall’inizio ha fatto capire di volere portare freschezza e novità a questo genere di prodotti attraverso una creatività narrativa differente da film a film. Evidentemente però il nuovo approccio con Supergirl non è riuscito a intercettare un pubblico che forse cercava qualcosa di diverso nelle sale, e questo nonostante la pellicola fosse l’adattamento diretto di una storia dell’eroina DC.
La critica specializzata USA, che con il film ci è andata pesante rispetto alle reazioni del pubblico, ha sottolineato che il contesto interno della pellicola potrebbe essere stata una delle motivazioni dell’esordio non esaltante. Supergirl, a differenza di Superman o (rimanendo in ambito femminile) della Wonder Woman con Gal Gadot di qualche anno fa, non avrebbe costruito un ambiente culturale e situazionale in grado di attrarre il pubblico.
Una delle ragioni principali per cui Wonder Woman è stato così efficace (e, a dire il vero, anche Black Panther: Wakanda Forever) è la ricchezza del contesto. Assistiamo alla gloria di Themyscira, l’isola natale di Diana abitata dalle Amazzoni, e gli insegnamenti che le sono stati impartiti da sua madre, la regina Ippolita (Connie Nielsen), e dalla sua sorella guerriera, Antiope (Robin Wright). Comprendiamo il mondo che ha plasmato Diana e la sua vocazione di Wonder Woman. In Supergirl ci vengono mostrate scene sottotitolate in cui sua madre (Emily Beecham) e suo padre (David Krumholtz) le dicono di “comportarsi bene”, mentre assistiamo per l’ennesima volta alla distruzione di Krypton. E il cane avvelenato che cerca di salvare per tutto il film? Tutta la sua storia si riduce al fatto che un giorno lo trova per caso durante un corteo funebre – ha scritto in maniera molto dura Marlow Stern di Variety
L’unico dato imprescindibile al momento è che non ha giovato la scelta della data di uscita. È possibile che Warner e DC Studios avessero calcolato la possibilità che, in una estate densa di proposte cinematografiche (cosa che ormai accade ogni anno), i grandi incassi di cui ha beneficiato il quinto capitolo di Toy Story avrebbero in qualche modo potuto riversarsi anche su Supergirl, non ragionando però su quello che è poi effettivamente successo, ovvero un monopolio del box office da parte del film Pixar nel secondo weekend di programmazione, quello in cui debuttava proprio la ragazza d’acciaio.
Questa situazione ha tagliato le gambe di netto alla possibilità per il film di esordire con un incasso superiore ai 50 milioni e quindi di riuscire in qualche modo a ritagliarsi una propria fetta di pubblico, contando eventualmente sul passaparola. Una situazione che, mentre scriviamo, è possibile si ripeta anche con Minions nella seconda settimana di programmazione.
Da questo elemento nasce una ulteriore analisi, più profonda, su alcune problematiche dei DC Studios che riguardano in particolare il casting e la scelta dei personaggi da portare sullo schermo.
Parlando di casting non ci riferiamo ovviamente alla scelta di Milly Alcock, che riteniamo perfetta per il ruolo, ma probabilmente al fatto che attorno a lei non sia stato creato un cast di volti noti che potessero attirare il pubblico, ad eccezione di Jason Momoa, la cui presenza salvo smentite non pare però avere avuto un effetto trainante.
Il casting ha molto probabilmente fallito per quanto riguarda la scelta di Matthias Schoenaerts per interpretare il villain principale Krem. Nonostante una filmografia di tutto rispetto, l’attore belga non è una faccia nota al grande pubblico e non ha lo stesso peso di un attore come Nicholas Hoult, che ben prima di Lex Luthor aveva dietro di sé una carriera notevolmente più variegata che ne ha fatto apprezzare il talento.
Non è comunque tutta colpa di Schoenaerts se la caratterizzazione del villain è forse la nota più dolente di una pellicola che regala una bella interpretazione della sua protagonista e un intenso flashback su Argo City (tra le sequenze più commoventi e riuscite), e questo elemento uccide la consueta contrapposizione tra il buono e il cattivo, mancando di approfondire la consueta sfida tra l’eroe e il suo avversario.
Detto questo, i DC Studios patiscono una decisa differenza rispetto ai Marvel Studios, che dal primo film di Iron Man hanno delineato una raffinata scelta di talenti per portare sul grande schermo i propri eroi. La differenza è nella presenza di un unico casting director, che la major guidata da Kevin Feige ha ormai da qualche anno nella persona di Sarah Finn e nella sua agenzia, mentre i DC Studios hanno finora optato, per soli due film, nell’aiuto di ben quattro direttori del casting, uno per Superman (John Papsidera) e addirittura tre per Supergirl (Lucy Bevan, Bret Howe e Mary Vernieu).
Qui c’è da considerare un elemento, esaustivo di quanto sia basilare il peso di James Gunn. Papsidera, infatti, collabora da lungo tempo con il regista (suo il casting di Suicide Squad, per fare un esempio) ed è la persona al centro delle recenti scelte per Superman, Man of Tomorrow e Peacemaker, ed è anche coinvolto nella serie tv su Amanda Waller, da tempo in lavorazione. Papsidera è legato a filo doppio con lo sceneggiatore e regista, e quindi c’è da chiedersi perché il presidente dei DC Studios non abbia spinto affinché fosse proprio lui a occuparsi delle scelte riguardanti il cast di Supergirl, visto che già la Alcock era stata introdotta in Superman dopo essere stata notata da Gunn, nonostante abbia fatto una audizione per il ruolo.
È come se il co-presidente dei DC Studios avesse deciso di non volere essere una figura ingombrante, probabilmente per non mancare di rispetto a livello decisionale a Craig Gillespie, ma è pur vero che la presenza di tre casting director (due per il Regno Unito e uno per gli USA) non deve avere aiutato nella costruzione di un gruppo attoriale di livello, capace di fare da magnete al box office.
Altra problematica è la scelta dei personaggi da portare sul grande schermo. Lasciando perdere la questione Batman e di Brave and The Bold, da noi già esaminata più di una volta in questa sede, c’è da chiedersi per quale motivo Gunn non abbia potuto aspettare per un film di Supergirl, magari limitandosi a fare apparire la ragazza d’acciaio solamente nei film dell’uomo d’acciaio (in Supergirl vi è la conferma palese di come lei funzioni alla grande quando interagisce con il cugino) o in altri progetti (come fatto nel finale della seconda stagione di Peacemaker), e fidelizzando così le persone, piuttosto che mandare allo sbaraglio un personaggio che, nonostante tutto, è per il pubblico generalista una completa sconosciuta.
La critica americana, che come abbiamo ricordato poco sopra, non ci è andata leggera, è su questo elemento ha marcato il punto, sempre in maniera abbastanza polemica.
Si potrebbe sostenere che “Supergirl” fosse destinata al fallimento, visto il modo in cui il personaggio è stato introdotto nell’universo DC nel “Superman” di Gunn: barcollando ubriaca nella Fortezza della Solitudine alla ricerca del suo cane Krypto, in un cameo brevissimo.
A prescindere da questa opinione, siamo infatti lontani dal 2015, anno in cui lo sconosciuto Ant-Man debuttò nel MCU conquistando critica e pubblico. Era un’epoca diversa, in cui i Marvel Studios imperversavano, il loro universo era già pienamente solido e si poteva rischiare di puntare su un outsider. Oggi non è più così, e pure i Marvel Studios lo stanno provando sulla loro pelle.
Questo è un elemento che andrebbe ponderato fortemente, soprattutto se a ottobre esce un film con protagonista un super-criminale di Batman che nessuno, a parte i fan dei fumetti, conosce. In quel caso, però, salvo una catastrofe di proporzioni apocalittiche, il budget esiguo di Clayface non dovrebbe causare problemi al botteghino USA. Ma il problema resta per il futuro.
Gunn è di fronte a un bivio: quello di dovere essere più selettivo nelle scelte dei personaggi, magari comportandosi da dirigente e non da chi vuole a tutti i costi essere visto come un fan che a sua volta vuole accontentare il fandom o come qualcuno che vuole distinguersi dai Marvel Studios. Il pubblico generalista, nonostante abbia fatto la fortuna dei comicbook movies, non è formato solo da lettori di fumetti e ha bisogno di personaggi con un background più solido alle spalle, soprattutto a livello di apparizioni televisive e cinematografiche, o comunque di personaggi più riconoscibili. E questo è basilare in un momento in cui i film di questo genere faticano di più rispetto al passato.
Inoltre, il presidente dei DC Studios dovrebbe rivedere la sua regola ferrea di non realizzare riprese aggiuntive sui progetti ultimati. Gunn ha sempre guardato a questo elemento, che ai Marvel Studios ha assunto un valore primario, come un ostacolo alla realizzazione di una pellicola, che a suo dire porterebbe gli studios a risolvere in extremis un determinato problema.
Questo è verissimo, come è vero che questi interventi non risolvono completamente il problema, ma da mesi sulla pellicola con la Alcock giravano le stesse indiscrezioni provenienti dai test screening: ottima protagonista, villain debole. Non si capisce, quindi, perchè fare dei test screening nella speranza di ricevere un feedback dal pubblico, e non risolvere un errore/svista se questo si presenta in maniera evidente già molto tempo prima. Con Superman tutto era andato liscio come l’olio, ma non tutto può andare bene per sempre.
Stando a quanto riportato nei giorni scorsi, questa regola sarebbe stata “violata”, per così dire, con nove giorni di riprese aggiuntive per la scena finale, ma troppo tardi.
Un altro problema potrebbe essere a monte, in un’altra opzione ideata da Gunn per differenziarsi: lo script completo.
La filosofia dell’avere una sceneggiatura completa per evitare i cosiddetti reshoots non è esente da rischi, visto che uno script potrebbe alla fine risultare troppo saturo di elementi o troppo debole in altri, portando a valutazioni iniziali errate. E, soprattutto, non si può sperare che uno o più problemi siano coperti dal proprio entusiasmo personale per un progetto.
Altrimenti ci sarà più di una Supergirl al box office, e le aspettative del DC Universe saranno già un bel ricordo.








