Nello special The Punisher: One Last Kill, mediometraggio diretto da Reinaldo Marcus Green e uscito in streaming su Disney+, Jon Bernthal torna a vestire i panni del vigilante Frank Castle. Il personaggio era stato reintrodotto di recente nel Marvel Cinematic Universe attraverso la serie Daredevil: Rinascita ma questa è la prima volta in cui ricopre un ruolo da protagonista dopo la serie Netflix del 2017 a lui dedicata. In termini qualitativi, le produzioni Marvel destinate al circuito streaming sono da sempre state altalenanti, a voler essere generosi, ma questa volta Green e Bernthal, che insieme firmano anche la sceneggiatura, hanno trovato la formula giusta. Benché non perfetto, infatti, One Last Kill si è rivelato essere non solo un valido intrattenimento ma anche uno dei prodotti live action più convincenti che i Marvel Studios abbiano rilasciato da diversi anni a questa parte.
Il primo, grosso merito dello special risiede proprio nel protagonista.
Nello storytelling esiste un principio generale che è sempre bene tenere a mente, quando ci si approccia alla scrittura di un personaggio: “la forza è debolezza, la debolezza è forza”. In altre parole, perché un personaggio risulti accattivante è necessario che abbia delle limitazioni di qualche tipo, delle mancanze fisiche o caratteriali, in generale delle debolezze. È questo che rende un personaggio credibile agli occhi del pubblico, il quale finirà di conseguenza per appassionarvisi. Viceversa, se appare troppo “perfetto”, senza difetti personali evidenti o troppo potente sul piano fisico è destinato a venir percepito come monodimensionale e risulterà, al contrario, respingente per chi fruisce di un’opera.
Non è un caso che “supereroi con superproblemi” fosse il mantra seguito dal compianto Stan Lee per dare vita ai suoi personaggi, molti dei quali difatti sono diventati tra i più iconici e amati del fumetto tutto. Ed è sempre riconducibile a questo principio il motivo per cui la Captain Marvel di Brie Larson non è mai riuscita a far presa sugli appassionati; un’eroina virtualmente onnipotente che non mostra mai alcuna vulnerabilità è noiosa, emotivamente distante e incapace di guadagnarsi le simpatie degli spettatori.
One Last Kill applica questo precetto alla lettera. All’inizio della storia Frank è un uomo devastato, psicologicamente ancor prima che fisicamente. Il rimpianto per la perdita della sua famiglia, un lutto che non è mai riuscito a elaborare, lo divora costantemente dall’interno. È perseguitato da visioni dei suoi vecchi commilitoni che gli ricordano continuamente la sua inadeguatezza. Ha perso ogni motivazione, scivolando nell’apatia. È a tutti gli effetti un uomo sull’orlo del baratro, tanto da arrivare a contemplare il suicidio.
Tutta la prima parte è dedicata a questo. Il regista si prende il suo tempo per scavare nella psiche di Frank, per rendere il pubblico partecipe dei suoi conflitti interiori e del suo dolore, e facendo ciò riesce a plasmare un personaggio che appare credibile e con cui non si fa fatica a empatizzare. Peraltro, evidenziare le difficoltà con cui il protagonista deve fare i conti rende accattivante non solo il personaggio stesso ma anche il suo percorso di evoluzione. Più è profondo il baratro nel quale egli è sprofondato, tanto più esaltante sarà vederlo affrontare la risalita. Cosa che difatti accade. Quando, verso metà mediometraggio, Frank è costretto suo malgrado a lottare per la propria vita e infine, come conseguenza dell’esperienza vissuta, riesce a ritrovare la risolutezza di un tempo e uno scopo per cui vivere, il senso di soddisfazione provato dallo spettatore è tangibile, proprio perché ha potuto osservare in prima persona la straziante disperazione che il vigilante ha dovuto superare per arrivare fin lì.
Un riconoscimento va poi dato anche a Jon Bernthal, il quale ha modo di dare fondo alle proprie abilità attoriali, regalando un’interpretazione complessivamente molto valida.
E venendo, per l’appunto, alla seconda parte di One Last Kill, qui è dove sono concentrate tutte le scene d’azione e il ritmo si fa incalzante. Anzi, a questo punto il tono dello speciale muta in modo piuttosto repentino, da una narrazione introspettiva e compassata a un’esplosione di sequenze al cardiopalma, in un impianto generale che ricorda molto The Raid di Gareth Evans. Tuttavia l’azione in sé appare ambivalente. Da un lato riesce a offrire un solido intrattenimento momentaneo, grazie a una regia centrata che rende ogni coreografia perfettamente intelligibile e allo squisito sfoggio di brutalità che mette in scena. In effetti c’è da dire che il tasso di violenza presente in questo special è probabilmente il più alto mai registrato in una produzione dei Marvel Studios e non è limitato a questa seconda parte ma si estende, in maniera leggermente meno esplicita, anche alle fasi iniziali.
D’altro canto, se a primo impatto tali sequenze possono risultare assolutamente godibili, è sufficiente anche solo una seconda visione per rendersi conto che sono anche abbastanza monotone. Questo perché il regista non fa nulla per dare alle scene d’azione una loro unicità. Non sono mai strutturate attorno a elementi inediti o condizioni particolari ma tutto si riduce sempre alle solite acrobazie, scontri a fuoco e combattimenti corpo a corpo già visti in praticamente ogni film action mai fatto. Non integrano quasi mai l’ambiente circostante nelle coreografie. Raramente hanno una direzione precisa verso un traguardo evidente, tranne giusto nelle battute finali. Tutto ciò rende l’azione a dir poco generica e di conseguenza nessuno di questi momenti adrenalinici riesce a rimanere impresso, una volta giunti ai titoli di coda.
Per rendere più chiaro il concetto, basta prendere come esempio John Wick 4. La scena del combattimento per le strade di Parigi non si limita a una banale scazzottata ma è arricchita dalla presenza delle auto che sfrecciano a tutta velocità e che il protagonista deve schivare o usare a proprio vantaggio. Una caratteristica peculiare dell’ambiente nel quale si svolge l’azione sfruttata per dare unicità alla scena, aumentandone di conseguenza la memorabilità.
Oppure il combattimento sulla scalinata verso la fine. È chiaro fin da subito quale sia il traguardo da raggiungere, la cima della scalinata dove si terrà la resa dei conti finale, e tutta l’azione che segue si muove verso di esso. Questo conferisce alla scena un tangibile senso di progressione, rendendola quindi estremamente coinvolgente da seguire.
Infine vale la pena spendere due parole sul personaggio di Ma Gnucci (Judith Light), che ricopre il ruolo di antagonista che tira le fila da dietro le quinte. È vero che, nel complesso, fatica a lasciare il segno, a causa di uno screen time molto ridotto e una backstory che viene approfondita molto superficialmente. A parte questo, però, il suo inserimento all’interno della storia è comunque efficace, perché le motivazioni che la spingono sono strettamente personali, finanche condivisibili. Anzi, questo suo viscerale desiderio di vendetta nei confronti di Frank apre la porta a riflessioni più profonde, legate al ciclo della violenza e all’insensatezza della vendetta stessa: un gioco a perdere dal quale nessuno esce davvero vincitore. Lo stesso Frank finisce con l’apparire sotto una luce ben poco lusinghiera, laddove egli sarà pure l’eroe della storia ma il suo agire è ben lungi dal poter essere definito “giusto”.
Peccato solo che il conflitto tra i due personaggi non trovi alcuna risoluzione all’interno di One Last Kill, perché lo speciale si conclude in modo abbastanza sbrigativo alla soglia dei quarantacinque minuti, senza dare una vera e propria conclusione alla storia. Ora, è risaputo che il MCU è strutturato come un’enorme serie televisiva, dove non è affatto raro che sottotrame vengano lasciate in sospeso per poi essere riprese in un secondo momento, per cui è verosimile che la vicenda legata a Ma Gnucci possa proseguire in qualche progetto futuro. Nel caso in esame, però, lo stacco sembra fin troppo brusco. Più che un finale in sospeso, si ha la sensazione di trovarsi di fronte a un film a cui sia stato deliberatamente tagliato il terzo atto. Viene dunque da chiedersi se avrebbe davvero gravato eccessivamente sulle finanze di Marvel Television investire in dieci minuti aggiuntivi, giusto per dare all’opera un maggior senso di compiutezza.
L’ultima incursione televisiva del Punitore è dunque una piccola perla che merita di essere recuperata. Le sue imperfezioni, pur presenti e non trascurabili, vengono controbilanciate dal tono maturo e dall’attenzione riposta nella caratterizzazione del protagonista, risultando in un prodotto che rimane godibile dall’inizio alla fine.
Nell’immediato futuro, è previsto che il personaggio faccia la sua comparsa anche in Spider-Man: Brand New Day, in uscita a luglio. Trattandosi però di un film indirizzato a un pubblico di massa, che quasi sicuramente avrà un rating PG-13, è praticamente scontato che presenterà una versione del vigilante sensibilmente edulcorata, rispetto a quanto visto in One Last Kill. A questo punto, si può solo sperare che questo speciale non rimanga un esperimento isolato ma che il suo approccio maturo e violento possa venire riproposto in altri progetti futuri dedicati a Frank Castle.
Abbiamo parlato di:
The Punisher: One Last Kill
Regia di Reinaldo Marcus Green
Storia di Reinaldo Marcus Green e Jon Bernthal
Con Jon Bernthal, Deborah Ann Woll e Judith Light
Marvel Television, 2026
Live action, 51 minuti











