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Intervista a Gianluca Buttolo per “Out”: il tennis fatto a strisce

22 Gennaio 2026
Una chiacchierata con Gianluca Buttolo, che ha dedicato il suo fumetto più recente a una sua grande passione: il tennis. 
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Out cover

Gianluca Buttolo è un autore “passionale”, nel senso che spesso i suoi libri a fumetti hanno come oggetto una sua passione personale. Era già successo con Stan&Ollie (ReNoir Comics, 2023) e accadde di nuovo con il suo lavoro più recente che ha come oggetto il tennis. Out – uscito sempre per ReNoir Comics in anteprima a Lucca Comics 2025 e disponibile in libreria da fine novembre 2025 – è una raccolta di “strisce” che omaggiano mezzo secolo (e anche di più) di tennisti e personaggi che hanno ruotato attorno ai campi in terra rossa, erba e cemento di tutto il circuito tennistico mondiale.
Un omaggio sentito, divertente e ironico che segue le vicende di questi famosi tennisti “bambini”.

In questa chiacchierata con Buttolo abbiamo parlato di tennis, di fumetti, di tennis, del linguaggio delle strisce, di tennis, anche di architettura e, infine, di tennis…
Ma 
Out è un libro per tutti, non solo per gli appassionati, e Buttolo ci ha detto il perché.

Ciao Gianluca, benvenuto su Lo Spazio Bianco.
Come si può scoprire leggendo la prefazione di OUT, scritta da Paolo Maggioni, anche questa tua ultima opera nasce da una passione, quella per il tennis. Era già stato così in Stan&Ollie in cui rendevi omaggio ai due attori comici, ma a differenza di quel fumetto nato, quantomeno graficamente, in un lasso di tempo relativamente ristretto, qui hai lavorato per “accumulo” di vignette negli anni: che cosa ti ha fatto decidere che era arrivato il momento di pubblicarle?
Che ne avevo troppe! Effettivamente è proprio così, è stato un accumulo di vignette fatto negli anni. Iniziato quando ha smesso di giocare Federer (idolo di Buttolon.d.r.) e mi sono detto che bisognava trovare un sistema per riportarlo in campo in un modo o nell’altro, per farlo giocare ancora. E mi ricordo che ho deciso di provare a fare qualche vignetta, per vedere cosa ne veniva fuori. Da lì hanno iniziato ad accumularsi anche perché, a causa di qualche piccolo infortunio fisico, ho dovuto abbandonare un po’ il tennis giocato. Quindi è stato anche un modo anche per rimanere dentro il tennis, per continuare a seguirlo, perché quando smetti o comunque quando diminuisci la frequenza con cui lo pratichi, c’è un periodo in cui anche in tv lo segui di meno. Hai presente quella fitta che ti viene al cuore, e pensi “ma sì, dai, domani riprenoto il campo…”. Così a un certo punto mi sono trovato un numero di vignette sufficiente per riuscire a organizzare quello che era un percorso narrativo. Perché è vero che Out parla di tennis, però è più che altro un modo anche per parlare di come affrontare, attraverso il tennis, tutte quelle piccole magagne con cui quotidianamente tutti abbiamo a che fare, filtrate attraverso quello che è naturalmente il campo da gioco del tennis, per cui è anche più facile trovare un qualcosa che leghi il tutto. È un parlare di tennis per parlare anche di tutti quelli che sono i nostri piccoli drammi quotidiani in cui ci mettiamo alle volte da soli e da cui da soli dobbiamo trovare, come su un campo da tennis, il modo per uscirne.

Anticipi una domanda che volevamo farti, perché in effetti il tennis è un topos narrativo diffuso in molti linguaggi: da quello letterario – pensiamo a David Foster Wallace, ma anche allo stesso Clerici – al cinema – citiamo il recente Challengers di Luca Guadagnino e Il maestro con Pierfrancesco Favino – fino al fumetto visto che Out si affianca a opere come GOAT di Emanuele Rosso, Match di Grégory Panaccione e Max Winson di Jérémie Moreau. Proprio perché attraverso il gioco del tennis e i suoi protagonisti si può parlare metaforicamente delle nostre vite, delle idiosincrasie, delle ossessioni ma anche dei sogni e desideri delle nostre esistenze.
Li hai citati tutti! Io metto al primo posto sempre Clerici, forse per una questione di età, ma anche di godimento, perché per anni, insieme a Tommasi, è stata la nostra adolescenza. Già si vedevano partite all’epoca straordinarie e loro sono riusciti a raccontarle in modo poetico anche nei momenti in cui il tennis era diventato un po’ più uno sport di potenza che di eleganza. C’erano giocatori come Thomas Muster, Jim Courier che rispetto agli Edberg, ai Borg, ai McEnroe, avevano un tennis molto meno spettacolare e più fisico. Clerici e Tommasi riuscivano, attraverso le loro telecronache, a farli diventare veramente dei giocatori da seguire, perché riuscivano a trovare nei loro colpi le virtù, le mancanze, tutte le idiosincrasie che si portavano in campo e che probabilmente erano quelle della loro vita fuori dal campo. Quindi avevo una passione assoluta per Clerici, perché riusciva attraverso il tennis a parlare di tutto. Poi effettivamente, come lo rimbrottava Tommasi, riusciva anche a parlare troppo di tutto, tant’è che lo chiamava il dottor Divago, perché dal commento su un lungo linea arrivava a parlare della filosofia di Heidegger, per dire. Il tennis, come sport, è uno di quelli che si presta di più a essere usato come metafora, anche perché è un rapporto uno a uno nel gioco, che è quello con cui noi ci confrontiamo quotidianamente quando troviamo piccole e grandi sfide nella nostra esistenza.

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In Out è esplicita e dichiarata la tua ispirazione alle strisce dei Peanuts e anche di Calvin & Hobbes, giusto per nominare due pilastri del fumetto. Ma il riferimento non è solo grafico, con un uso di una linea chiara e di uno stile cartoonesco per te tutto sommati inediti fino ad adesso, ma si configura proprio nella scelta di un linguaggio narrativo che quelle strisce hanno saputo portare alla massima espressione. Come e perché ti è venuta l’idea di associare il tennis a questa determinata scelta fumettistica?
Allora, al di là del riferimento grafico, perché effettivamente chiunque disegni bambini o cagnolini va a finire lì, anche sforzandosi di fare qualcosa di completamente diverso, poi uno trova quella che è la sua cifra e si accorge che ci si accosta. Voglio dire, sia i Peanuts che Calvin e Hobbes, ma ci metto anche Mafalda e tanti altri, sono il massimo livello, perché usano la metafora dei bambini per parlare di altro. Allo stesso modo di come io uso il tennis in questo libro per parlare non solo di tennis. Di conseguenza penso che il formato striscia di vignette sia il mezzo migliore per parlarne in modo leggero, non didascalico, evitando qualsiasi morale. Perché c’è sempre il rischio di cadere nello scontato e nel retorico. Il linguaggio della vignetta ti permette di fare non tanto una battuta, ma stimolare un ricordo, una riflessione, o anche di agganciare un ricordo a una situazione che tu leggi in quella vignetta. Faccio un esempio banalissimo che poi è anche molto datato (e dunque dichiara assolutamente la mia età!). Nel libro c’è una vignetta in cui Paolo Bertolucci parla con Tonino Zugarelli, mentre guardano giocare Adriano Panatta, e uno dei due dice: “Cioè è incredibile!” con l’altro che pensa si riferisca alla qualità dei colpi e risponde: “Sì, la qualità dei colpi è straordinaria!”. “No, mi riferisco al fatto di come il ciuffo gli ritorni in perfetto ordine alla fine di ogni scambio!”, ribatte l’altro. Penso che chiunque abbia visto giocare Panatta all’epoca abbia fatto quella riflessione, al di là di guardare la bellezza dei suoi colpi e del suo stile. Anche nelle telecronache ci scherzavano su. Quindi il fatto di fare non proprio una battuta divertente ma non proprio chiara per tutti, che però ha un riferimento a un ricordo che può essere comune a tante persone, è per me un modo di veicolare un pensiero attraverso la vignetta nel migliore dei modi. Perché ti permette di essere breve, incisivo e di stimolare direttamente il lettore facendolo partecipare con i suoi ricordi. È quello che capita con i Peanuts, con Calvin e Hobbes, con Mafalda, ma anche attraverso le strisce di Lupo Alberto o delle Sturmtruppen.

Tra l’altro i Peanuts mettono insieme, per esempio, la doppia metafora: dei bambini e del baseball, come tu usi quella dei bambini e del tennis. Vista anche questa ispirazione di cui sopra, perché con ReNoir non avete deciso per una pubblicazione a striscia? La disposizione delle vignette nella pagina, con l’alternanza di quelle con riquadro a quelle scontornate, è molto efficace, ma mi viene da pensare che tu le abbia disegnate prima come strisce per poi “ricomporle”.
In tutti i libri che ho fatto ho sempre inserito una nota, non essendo un fumettista con una gavetta alle spalle, che qualsiasi riferimento a cose viste o lette, non è casuale ma è voluto. Perché, come diceva Gaber, se copi da uno è plagio, se copi da tanti è ricerca. In questo libro non l’ho fatto perché pensavo fosse evidente il riferimento. Ma ho voluto dichiarare questa sorta di debito con i “miei” Peanuts, usando quel tipo di disposizione delle vignette che è lo stesso che la Bur usava nei sui libretti tascabili (altro esplicito riferimento alla mia età anagrafica!) che pubblicavano una selezione delle vignette che annualmente Schultz produceva: metterle su una pagina singola in disposizione apparentemente caotica e lasciando alcune vignette più grandi e altre più piccole, alcune con la cornice, altre scontornate. È una sorta di omaggio ulteriore, dichiarato e questa scelta grafica dipende proprio da questo motivo qui.

Quando le hai disegnate lo hai fatto già con quella disposizione su pagina?
No, le ho disegnate per comodità singolarmente e poi ho scelto di impaginarle secondo quello che si vede nel libro. Sono state disegnate assolutamente come normali strisce.

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Protagonisti di Out sono alcuni tra i tennisti più famosi e iconici degli ultimi cinquant’anni, da Panatta a Sinner, passando per McEnroe, Borg, Agassi e Federer: nelle schede in cui li presenti a inizio libro se ne contano 42, a cui si aggiungono due figure imprescindibili del giornalismo tennistico come Rino Tommasi e Gianni Clerici – che non potevano certo mancare -, il giudice di sedia Mohamed Lahyabu – che tutti gli appassionati di tennis conoscono – e Mr G. che mi azzarderei a definire una sorta di tuo alter ego. Tutti vengono ritratti come bambini, ma sono proprio i tennisti che tutti conosciamo, almeno fino all’ora di cena quando le mamme li richiamano a casa… Da dove ti è venuto questo spunto narrativo?
Il gioco – non quello adulto, che ha più a che fare con l’ironia -, quello dei bambini, quello giocato seriamente, è la cosa più seria che ci sia. Grazie al gioco in tante occasioni possono apprendere, ma soprattutto annullare quella che è la distanza fra loro e quelli che sono gli oggetti del gioco. Io rimpiango sempre, seppur non in termini malinconici, quella capacità che avevo da bambino: finivi di vedere un film o di leggere un giornalino e dovevi aspettare due settimane l’uscita del numero successivo oppure attendere l’uscita di un nuovo film. L’alternativa era allora crearselo e, attraverso il gioco, immaginavi di essere Terence Hill o Bud Spencer. E, in quel momento, eri Terence Hill o Bud Spencer. La stessa cosa capita anche nel gioco sportivo, quando un bambino si avvicina allo sport e trova un suo idolo, e quando gioca ne copia un po’ l’estetica. In quel momento lo fa non come lo potrebbe fare un adulto che rischia di diventare patetico perché non ha capito il senso di quell’imitazione; lo fa perché in quel momento annulla la distanza fra sé e il suo mito e di conseguenza è più vicino alle cose che gli piacciono. Il piacere e la gioia provate dal bambino in quel momento sono straordinariamente alte, un effetto che poi si perde crescendo. Visto che nei fumetti può accadere di tutto, avrei potuto anche immaginarmi, per dire, una sorta di campo dove giocavano tanti bambini che erano effettivamente i vari tennisti vestiti da bambini. Invece il fatto di renderli quasi i nostri vicini di casa, i figli che escono di casa e, quando escono, li saluti “Ciao Matteo! Ciao Franchetto!…”, ma quando si ritrovano sul campo da tennis, chi ama Federer diventa Federer, chi ama McEnroe diventa McEnroe. Mi sembrava anche quello un buon modo per usare quest’ulteriore metafora e ricordare che il gioco ha una sua validità e importanza nella crescita di ognuno di noi.

Metti sulla copertina di Out un solo tennista, tra l’altro con la sua mise più emblematica, quella polo rossa che per generazioni di appassionati di tennis è stata simbolo sportivo e politico al contempo. Mi chiedo chi possa essere il tuo tennista preferito…lo so che Federer non lo spodesta nessuno, però, però…
Hai ragione, è tutto vero! Poi logicamente cambiano i tempi e non si possono paragonare i giocatori, però se devo proprio essere onesto, essendomi avvicinato al tennis nel periodo in cui Panatta l’ha sdoganato da sport d’élite a sport più popolare, ecco, avendo avuto come racchetta proprio la VIP, che era la racchetta con cui lui giocava, era quasi scontato metterlo in copertina per me. E poi Panatta era proprio il giocatore che ti faceva partecipare in senso positivo e negativo alle sue partite in maniera totale. Ricordo certe sofferenze a guardarlo quando potevo essere sotto di due set e poi vinceva, o sopra di due set e poi rischiava di perdere. Aveva una bellezza di gioco, un’eleganza di movimento che lo fa restare ai miei occhi il giocatore simbolo. Certo, per la copertina avrei potuto usare giocatori più attuali e anche più riconoscibili da un pubblico più vasto. Perché anche quella maglietta rossa è del 1976, per cui quasi 50 anni fa, e anche da un punto di vista del marketing, non è una scelta proprio oculata (la squadra italiana di cui faceva parte anche Panatta che vinse la prima Coppa Davis nel 1976, lo fece giocando a Santiago del Cile, indossando una polo rossa in una nazione sotto la dittatura di Pinochet, n.d.r.). Io immagino che debbano volermi molto bene in ReNoir per permettermi anche di fare certe scelte. Però, ecco, mi sembrava il giusto omaggio perché è con quel giocatore che è nata la mia passione per il tennis. Per me il tennis era Panatta e ammetto di avere avuto dei seri turbamenti quando decise di ritirarsi e appendere la racchetta al chiodo. Tu pensa che continua a essere il mio giocatore preferito anche adesso che fa il telecronista, con quella sua ironia e quel suo modo di commentare le partite.

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OUT è dunque un fumetto nel quale gli appassionati di tennis si ritrovano a meraviglia, ma penso che possa colpire anche un pubblico di lettori più ampio, meno impallinato di noi fanatici di questo sport. Mentre lo stavi realizzando, avevi in mente un target preciso e modulavi le vignette di conseguenza?
La verità è che ero terrorizzato perché mi sono detto che questo è un libro che compreranno solo i tennisti. E non tutti i tennisti, perché tanti di loro – me compreso-, se li poni di fronte alla possibilità di leggere un libro o di andare a giocare, vanno a giocare. Per cui ero giustamente preoccupato anche nei confronti dell’editore e anche nei confronti della maggior parte dei potenziali lettori, perché è vero che ora il tennis è molto seguito, ma non certo al livello di altri sport. Ero veramente convinto che l’avrebbe acquistato solo qualche tennista impallinato. Invece, a Lucca Comics 2025 è successa una cosa che mi ha piacevolmente sorpreso e che mi ha un po’ tranquillizzato, non del tutto, ma un po’. Perché quando allo stand aprivano il libro e lo sfogliavano, e poi decidevano di comprarlo, io gli chiedevo qual era il giocatore preferito per fare la dedica e almeno la metà di quelli che hanno comprato il libro dicevano di non seguire il tennis. E quel tipo di acquirenti è cominciato a diventare un numero significativo e confrontabile con quelli che invece lo compravano perché dentro c’è anche Ivan Lendl… e tra l’altro pure questo fatto mi ha impressionato…

Hai inserito una gag molto bella e divertente all’interno del libro con protagonista Lendl, tra l’altro…
Io con Lendl ci ho fatto pace e dovevo darne un ritratto più umano rispetto a quello che era quando giocava, una sorta di automa antipatico a tutti. Ma tornando alla domanda precedente, proprio a Lucca mi sono reso conto che molti leggendo qualche vignetta del libro, hanno recuperato quell’atmosfera di cui parlavamo prima, indipendentemente dal tennis. E quindi anche per un semplice motivo di nostalgia o ricordo, mi sono detto che questo può essere un libro che vari lettori possono acquistare.
Non nego che mentre lo stavo facendo, ero convinto che il libro l’avremmo acquistato io e qualche amico di Panatta. Il fatto che l’abbiano acquistato anche persone a cui del tennis importa poco o niente, mi fa pensare che probabilmente c’è qualcosa dentro che li ha attirati, anche il semplice ricordo delle strisce stile Peanuts o il fatto che in quelle strisce dei bambini danno veramente libero sfogo a tutte quelle che sono le varie occasioni di confrontarsi, sia tra loro sia con le idiosincrasie del nostro mondo. Devo però ammettere di non aver mai pensato di modificare quella che era l’idea originale, in funzione dell’aspetto commerciale del libro. Sebbene non sia uno di quegli autori che fa finta di fregarsene se un suo libro vende bene oppure no, credo che quando realizzi un’opera veicoli una tua passione, una tua idea, un tuo punto di vista, e certo che fa la differenza se il libro vende o meno, altrimenti non perdi neanche tempo a farlo.

È anche vero che se pianifichi un libro a tavolino, nove volte su dieci il risultato è un libro “freddo”, privo di quell’anima che ha un libro in cui l’autore ci mette la propria passione. Molto probabilmente quella cosa passa al lettore, nel senso che si capisce che non è un prodotto, come dire, di marketing.
È assolutamente così. Non dovrei dirlo da giocatore di tennis, ma l’elogio dell’errore, cioè di ciò che ci rende umani, e per errore non intendo la trascuratezza, è importante. Tante volte sbagli semplicemente perché in quel momento la pensavi in un certo modo e quindi quel fumetto l’hai scritto e disegnato secondo quel pensiero e poi ti accorgi, magari a distanza di un anno, che avresti potuto scriverlo diversamente. Ma in quel momento l’hai fatto perché ritenevi giusto farlo così. Quello il lettore, alla fin fine, lo apprezza ed è anche disposto a perdonarti quelle che possono essere delle cose che lui ritiene potevano essere migliori. Perché apprezza la sincerità dell’autore. È come andare a un concerto: il disco è bello, ma al concerto godi, proprio perché c’è tutta quella sorta anche di imperfezione, perché lì c’è tutta l’umanità della persona che sta suonando dal vivo.

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Prima di diventare un autore di fumetti, hai lavorato per circa dieci anni in uno studio di architettura, disciplina che hai studiato all’università. I legami tra architettura e fumetto sono molti, a cominciare dai tanti fumettisti che sono architetti o che fanno dell’architettura un elemento narrativo delle loro opere, come Paolo Bacilieri. Ti faccio una domanda che rivolgo a tutti i fumettisti-architetti: quali sono a tuo modo di vedere i punti di contatto tra questi due discipline, che sono anche dei linguaggi?
Sono tantissimi, sia dal punto di vista tecnico che dal punto di vista della struttura mentale che sta dietro questi due tipi di linguaggio. Dal punto di vista tecnico diventa un elenco forse anche noioso però, per dire, c’è l’idea, c’è la progettazione, c’è poi il livello di definizione che si affina passando dal progetto preliminare fino ad arrivare a quello esecutivo. Per cui, dal punto di vista tecnico, essendo entrambi due linguaggi hanno delle regole che uno deve assolutamente conoscere nel momento in cui vuole usarli. Sono due linguaggi straordinariamente aperti che ti permettono di fare forse una delle cose più belle, quella di riuscire a rendere concrete e reali delle idee. Nell’ architettura c’è un valore aggiunto perché le idee che concretizzi diventano manufatti reali, ma anche nel fumetto usi parole e immagini per rendere reali agli occhi di un lettore mondi e luoghi che non esistono. Purtroppo a mio avviso non c’è un’educazione all’architettura nella maggior parte delle persone. Abbiamo un patrimonio architettonico straordinario in Italia e qualche anno fa volevano addirittura togliere storia dell’arte come materia di studio dalla scuola. Il linguaggio dell’architettura è un linguaggio un po’ più difficile da decifrare, ma è un linguaggio assolutamente straordinario. Una volta il grande Bruno Bozzetto ha raccontato che un bambino gli abbia detto che il disegno, il fumetto è un’idea con una linea intorno: una definizione straordinaria.
L’architettura è la stessa cosa, se ci pensi. È un’idea con dei muri intorno. Quindi i punti di contatto sono tantissimi. Ne approfitto per dire che magari un po’ più di attenzione, interesse e curiosità nei confronti di un linguaggio che ci ha reso famosi sarebbe importante. Le nostre architetture, i nostri architetti, anche a livello di design, sono stati, fino a qualche anno fa, un punto di riferimento. Se si va a vedere quelli che erano gli oggetti usati in una serie televisiva degli anni Sessanta come Spazio 1999, l’ottanta per cento sono di designer italiani, da Pio Manzù a Gae Aulenti. Quindi riscopriamo questo linguaggio e la voglia di capire come questo linguaggio ci parli, visto che quando usciamo nelle strade ciò che vediamo è proprio il frutto di quel linguaggio, che siano le nostre città, i nostri edifici, ma anche il paesaggio. L’architettura è tutto. Manca proprio l’educazione, forse, a determinate forme di linguaggio.
Anche questo potrebbe essere un’analogia col fumetto, perché se penso ad altre realtà europee, manca un’educazione anche in quel senso lì, secondo me. In Italia c’è sempre la convinzione che il fumetto sia un linguaggio forse oggi non più di serie B, però non un linguaggio “alto”. Laddove, per esempio, in Francia i bambini imparano a leggere un fumetto esattamente come imparano a leggere un libro. Naturalmente imparare un linguaggio richiede studio e impegno, certo. Però è quello che poi ti salva da un abbruttimento generale culturale, che è ai massimi livelli storici, perché questa educazione manca nell’architettura, manca nella musica, manca nella letteratura, come nel fumetto. E nel momento in cui manca la capacità in chi fruisce di tutte queste cose di poter giudicare in maniera autonoma, e non per quello che gli viene detto e raccontato da altri, la situazione si fa preoccupante.

L’ultima domanda è quella di rito. Posto che so che sei un autore che lavora su più fronti contemporaneamente, qual è la tua opera più vicina alla conclusione che sarà il tuo prossimo libro? O, se non puoi fare spoiler in merito, puoi almeno accennarci a che cosa stai lavorando?
Ho la fortuna di fare una cosa che mi piace e che riesco, per fortuna, a non considerare un lavoro pur essendo un lavoro e dovendolo trattare come un lavoro, quindi con tutta l’etica professionale che deve avere a riguardo. Ho tante cose a cui sto lavorando, ma il prossimo volume che vorrei far uscire è uno su Giorgio Gaber. Perché io vado a passioni e avevo dieci anni quando mi hanno portato a vedere Gaber a teatro la prima volta (tra l’altro in tuta da tennis perché ero uscito dal corso). E lì mi si è aperto un mondo, non perché abbia capito a dieci anni Gaber e fossi un bambino particolarmente intelligente, ma perché mi ha affascinato il personaggio. Perché, naturalmente, c’erano i temi da lui trattati in quel periodo, con il suo distacco da quella che era stata la partecipazione all’ideale del ’68, figurati cosa potevo capirci a dieci anni. Però aveva una fisicità con cui riusciva comunque a comunicare emozioni e da lì è nata proprio una passione che mi ha portato a seguirlo per il resto della sua carriera e della sua vita. E ho avuto anche la fortuna per un paio di anni di essergli un po’ più vicino e anche di frequentarlo durante gli studi universitari a Venezia, dove più volte è venuto a cena di amici comuni.
Tornando a quanto dicevo prima su Federer e Panatta, anche Gaber è uno di quei personaggi che mi manca perché, al di là della sua produzione, era piacevole ogni suo appuntamento, ogni suo spettacolo e il confronto con quelle che erano le idee che proponeva. Sto già lavorando al fumetto, mi sto già rileggendo da qualche mese la sterminata bibliografia che lo riguarda e vorrei riuscire a concretizzarlo come prossimo lavoro.
Poi ho in lavorazione una storia illustrata per bambini, o anche per bambini, che riguarda il pianista Glenn Gould. Una storia in cui Gould bambino si confronta con quello che per lui era la musica, quindi un parlare di musica attraverso quello che era un personaggio che comunque l’ha vissuta in maniera totale, come lui, e che si presta a essere raccontata anche per le caratteristiche che aveva come uomo, non solo come personaggio.

Grazie mille per il tempo che ci hai dedicato, Gianluca.

 Intervista realizzata telefonicamente il 25 novembre 2025.

Gianluca Buttolo

Gianluca Buttolo

Gianluca Buttolo (Udine, 1968), dopo gli studi universitari in architettura allo IUAV di Venezia – non completati – e una collaborazione decennale con uno studio di architettura, nel 2003 intraprende la carriera di illustratore e fumettista. Nel 2015 fa il suo esordio nel mondo del fumetto scrivendo e disegnando La scelta per la casa editrice ReNoir Comics, graphic novel che ripercorre le vicende legate alla figura dell’avvocato Giorgio Ambrosoli, commissario liquidatore della Banca Privata Italiana, assassinato l’11 luglio 1979 su mandato di Michele Sindona. Sempre per ReNoir nel 2019 esce Michelangelo, il conflitto della Sistina, opera dedicata al grande artista rinascimentale italiano e, nel 2023, arriva Stan&Ollie, graphic novel dedicata a Stanlio e Ollio, passione dell’autore fin da piccolo. La sua opera più recente è Out, una raccolta di strisce dedicate al tennis, altra grande passione dell’autore.

David Padovani

David Padovani

Fiorentino, classe 1972, svolge la professione di architetto. Grazie a un nonno amante della fantascienza e dei fumetti, scopre la letteratura fantastica e il mondo degli albi Corno della seconda metà degli anni '70.
Tex e Topolino sono sempre stati presenti nella sua casa da che si ricordi, e nella seconda metà degli anni '80 arrivano Dylan Dog e Martin Mystere e la riscoperta del mondo dei supereroi USA.
Negli anni dell’università frequenta assiduamente le fumetterie, punti d’incontro di appassionati, che lo portano a creare assieme ad altri l’X-Men Fan Club e la sua fanzine ciclostilata, in un tempo in cui di web poco si parlava ancora.
Con l’avvento del digitale, continua a collezionare i suoi amati fumetti diminuendo la mole di volumi cartacei acquistati, con somma gioia della compagna, della figlia e della libreria di casa!

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