Se Eva Kant è una figura interessante, lo è in ragione del rapporto con il suo uomo, Diabolik. Sin dall’inizio, infatti, benché fossimo ancora nei primi anni Sessanta (Eva ha debuttato nel terzo numero della collana, datato marzo 1963, dunque ha da poco compiuto cinquantacinque anni di vita editoriale ed è proprio per questo che ci stiamo occupando di lei), ha impostato in maniera paritetica la relazione sentimentale che sarebbe poi divenuta la più celebre nella storia del fumetto italiano. La cosa, è bene sottolinearlo, non era scontata. Neppure un po’.
All’epoca, nei fumetti nostrani, le donne erano inesorabilmente destinate a un ruolo ancillare, secondario: di comprimarie, nella migliore delle ipotesi, e più spesso di fidanzatine capaci solo di attendere trepidanti, fra le mura domestiche, il ritorno dell’eroe o di farsi rapire da qualche gaglioffo per essere successivamente tratte in salvo dall’eroe medesimo. Il che rappresentava un riflesso di quella che, in media, era la condizione della donna nel nostro paese. C’erano delle eccezioni, ma la gran parte delle donne italiane era subalterna agli uomini: professionalmente, economicamente, culturalmente, socialmente. Non è un caso che Eva Kant sia stata ideata da due donne, Angela e Luciana Giussani, che facevano parte delle eccezioni suddette.

Per molte lettrici, invece, Eva ha rappresentato un modello da ammirare e verso cui tendere. Già, perché a differenza di tutti gli altri fumetti seriali fino almeno all’avvento di Dylan Dog, Diabolik – proprio grazie a Eva e alla sua speciale liaison – ha sempre goduto di un discreto numero di estimatrici. E non perché rappresentasse una lettura proibita (ce n’erano – e ancor di più ce ne sarebbero state negli anni a venire – di ben più proibite), ma per un motivo quasi opposto: perché prefigurava, o almeno faceva sperare, future gratificazioni per le donne italiane. E lo faceva appunto attraverso Eva Kant.
Alla quale appartiene un’altra condotta dalla forte valenza anticipatrice: il fatto di non essere madre; e di non esserlo per scelta. Eva, come tante donne contemporanee, ha deciso di non avere figli. E se non li ha voluti, è perché ha preferito dedicarsi completamente all’attività che meglio le riesce e che più la realizza: il crimine. Che è l’esatto equivalente del lavoro.
Eva è a tutti gli effetti una donna in carriera, addirittura capace di tenere brillantemente assieme, grazie al suo carisma e alle sue molte abilità, vita professionale e vita affettiva.

Poi in Diabolik c’è il romanticismo. Tanto romanticismo. Eva ama sinceramente Diabolik ed è non meno sinceramente ricambiata. Ed è sempre in forma, sempre al meglio delle sue possibilità estetiche (di per sé ragguardevoli), sempre perfettamente presentabile. Per la gioia del suo uomo, il quale la ricambia con mille attenzioni e continue professioni d’amore. Se screzi ci sono, tra Diabolik ed Eva, durano lo spazio di qualche pagina per risolversi immancabilmente in un bacio appassionato.
La maggiore inverosimiglianza di questo fumetto è qui: non nelle maschere che inesplicabilmente rendono identici a un’altra persona, non nei mirabolanti accessori della Jaguar. E qui è anche il motivo primo del suo lungo successo.
Questo articolo è la versione estesa di un pezzo originariamente uscito sul quotidiano “Libero” il 30 settembre 2018.








