Seth Fisher nell’Universo DC: percezione, tempo e identità

Seth Fisher nell’Universo DC: percezione, tempo e identità
RW Lion pubblica "Universo DC di Seth Fisher", un volume interamente dedicato al disegnatore prematuramente scomparso nel 2006. A narrare le gesta di Flash, di Lanterna Verde e della Doom Patrol sono John Rozum, J. M. DeMatteis e John Arcudi.

Durante i trentatré anni della sua vita (22/06/1972 – 30/01/2006), limitandoci alla sfera fumettistica, Seth Fisher ha vissuto e disegnato in Giappone, si è aggiudicato una nomination nella categoria “best penciler/inker” del Premio Eisner, ha lavorato per la Marvel e la e ha firmato tavole e copertine per alcune serie di altre case editrici minori.

Il volume Universo DC di Seth Fisher, pubblicato da , omaggia il lavoro svolto dal disegnatore prematuramente scomparso per la casa editrice di Burbank e raccoglie due storie autoconclusive, Flash: Time Flies e Green Lantern: Willworld, e due capitoli della Doom Patrol, definibili come due fill-in della serie regolare di e Tan Eng Huat.

L’OCCHIO E LO SPIRITO  (1)

Sempre devi avere in mente Itaca –
raggiungerla sia il pensiero costante.
Soprattutto, non affrettare il viaggio;
fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio
metta piede sull’isola, tu, ricco
dei tesori accumulati per strada
senza aspettarti ricchezze da Itaca.
Itaca ti ha dato il bel viaggio,
senza di lei mai ti saresti messo
in viaggio: che cos’altro ti aspetti?

universo-dc-di-seth-fish001-ok-cover-e1535561288361_Recensioni Possiamo assumere la terza strofa di Itaca, la celebre poesia di Konstantinos Kavafis, come metafora dell’intero volume, soprattutto delle sue parti più importanti Flash: Time Flies e Green Lantern: Willworld, rispettivamente del 2002 e del 2001.

Ben lungi dall’affermare che le sceneggiature di John Rozum e di John Marc DeMatteis si limitino a offrire al disegnatore la possibilità di esprimersi al meglio delle proprie potenzialità, va tuttavia ammesso che la parte del leone, in questo brossurato, la fanno le fantasiose visualizzazioni dell’artista. Se la voglia di proseguire la lettura non scema, malgrado la prolissità del primo autore e lo sviluppo involuto del secondo racconto, gran parte del merito va ascritto alle tante frecce all’arco del penciler.

L’occhio viene colpito dalla mole dello spazio bianco tra una vignetta e l’altra, nel quale si inseriscono i balloon; dalle inquadrature dall’alto e dalle spalle dei personaggi; dal gioco d’incastri tra i riquadri; dalle citazioni de Il garage ermetico di Moebius, senza dubbio fonte di ispirazione e modello di Fisher; dai rimandi a Star Wars, con un locale che rievoca la bettola in cui Luke Skywalker e Ben Kenobi conoscono Han Solo.

È stimolante e divertente esplorare i paesaggi irreali e fantascientifici che Fisher crea sbizzarrendosi. La verticalità si impadronisce degli scenari urbani, saturati di elementi di ogni sorta e foggia. Basti pensare alla quantità di dettagli a cui prestare attenzione osservando delle macchine chiaramente debitrici dell’estetica di Jack Kirby: cavi, tubi e misteriosi congegni vengono raffigurati alla maniera del Re, seppur con tratto meno spigoloso.

Iseth-fisher-lunga_Recensioni n modo diverso, destano curiosità i volti e le posture degli eroi: sia il velocista scarlatto che il poliziotto intergalattico sono spogliati della loro iconicità. Il primo sembra spesso statico sebbene si muova alla velocità della luce, indossa un costume rattoppato e si abbrutisce entrando nel futuro; il secondo è magrolino, ha un viso sempre sconvolto e i tratti irriconoscibili.
In questo senso porta a riflettere il fatto che i volti dei membri della Doom Patrol, protagonisti delle altre due storie, siano più curati e godano di un segno meno tremolante e interrotto di quello che contorna le fattezze di Barry Allen e Hal Jordan. Si attua un rovesciamento: i freak, tanto avvezzi alla stranezza, diventano belli e sicuri della loro gestualità se calati in un contesto altro, mentre i grandi paladini della giustizia risentono dell’anormalità dei luoghi nei quali si muovono.

Passando dal contenuto al contenitore, non si può tacere dei virtuosismi della griglia: se una pagina viene suddivisa in tre vignette “normali” e altre trentatré di dimensioni ridottissime, e per giunta mute, è concesso spazio anche alle splash-page, pure in successione, quando Lanterna Verde si perde nei suoi dubbi riguardanti oggettività e soggettività dell’esistenza.

Ancora, i colori: sia i toni scelti da Chris Chuckry nelle due opere più lunghe che quelli selezionati da nei due capitoli più brevi sono vividi e brillanti. I mondi di Fisher risaltano in tutta la loro ricchezza, con la differenza che nel primo caso talvolta le tinte paiono increspate da una certa granulosità, mentre nel secondo l’effetto è pressoché azzerato.

OBIETTIVO: RALLENTARE

In Flash: Time Flies, Rozum porta Barry Allen in un possibile futuro, con il compito di farsi strada nella nuova civiltà esotica e rintracciare un aviatore inarrestabile, reo di aver causato un’accelerazione nell’avanzare del tempo, anticipando l’inevitabile collasso dell’universo.

La futilità della resa dei conti armata tra i due è la prima criticità da evidenziare. Che i comics con protagonisti i supereroi dedichino tantissime pagine agli scontri fisici è un dato costitutivo ed elementare, perciò difficilmente sindacabile. Eppure, in alcuni casi risulta lampante che si potesse risolvere la situazione in modo alternativo: con una essenziale, banale, sensata chiacchierata. In questo caso, molte tavole di inseguimenti e combattimenti tra i contendenti potevano essere utilizzate diversamente. È possibile che uno degli intenti fosse quello di esplorare ulteriormente il mondo nel quale è ambientata la vicenda, ma le alternative non mancavano, soprattutto potendo contare sul talento del disegnatore di Seattle. Altrimenti, si può ipotizzare che una risoluzione verbale non fosse nelle corde di Rozum, in virtù di quanto diremo nel paragrafo successivo.

La seconda nota dolente va ricercata, infatti, in alcuni dialoghi troppo prolissi e densi di spiegazioni. Il ritmo rallenta notevolmente e la sensazione di ridondanza si amplifica in presenza di informazioni superflue e, talvolta, ingarbugliate.

Al contrario, pur in quantità minoritaria, gli scambi di battute tra Flash e i bizzarri abitanti del futuro creano degli equivoci con venature comiche in grado di alleggerire la narrazione, contribuendo anche a ingigantire lo straniamento del lettore dinanzi a una realtà tanto colorata quanto eccentrica. Sulla scia della fluidità di questi balloon si collocano le didascalie: interessanti e scorrevoli, si armonizzano con le matite di Fisher e sono sufficienti per trasmettere le conoscenze necessarie alla comprensione di molti eventi.

Il punto di forza della sceneggiatura consiste nelle riflessioni, disseminate lungo tutta la narrazione, riguardanti il tempo, vero protagonista insieme alla forza della velocità. L’umanità è alla continua ricerca del controllo sullo scorrere dei secondi, non vuole soltanto fermare le lancette dell’orologio, brama perfino precederle. Nel tentativo, non le importa ciò che trascura, smarrendo il significato di ogni attimo, sacrificando la profondità in favore di un adrenalinico, ma incompleto sguardo d’insieme. La disamina risale al 2002, ma risuona attuale nei giorni delle stories su Instagram e dei retweet istantanei.

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CHI SIAMO? DA DOVE VENIAMO? DOVE ANDIAMO?

In Green Lantern: Willworld, DeMatteis catapulta Hal Jordan nella Terra di Strano, un mondo ibrido e altro che strizza l’occhio agli universi partoriti dalla visionaria mente di Moebius.
Vittima di un’amnesia, alla ricerca di qualcosa che gli manca, Lanterna Verde si ritrova smarrito in questo sincretistico dedalo architettonico e culturale, tanto familiare per i suoi abitanti quanto autoreferenziale e sinistro.

A causa dell’abbondanza di elementi inseriti nella storia e del ripetersi di determinate situazioni, sembra che per lunghi tratti il fumetto giri a vuoto o si aggrovigli su se stesso. Bisogna menzionare cursoriamente un macchinario utile per ricondizionare le persone, un personaggio che nell’atteggiamento ricorda Jabba the Hutt, ma si esprime con un linguaggio ricercato, e una manciata di frasi dall’intento metanarrativo. Tuttavia l’attenzione si deve soffermare sul tema principale, ossia la relatività dell’identità personale e della percezione dell’universo.

Se Hal Jordan proprio non riesce a ricordare chi sia, da dove venga e per quale motivo stia vagando in quelle lande sconosciute, ai cittadini di Strano non è concesso conservare tratti originali e distintivi, devono essere riprogrammati e obbedire al regime. In un tale scenario, l’unica àncora di salvezza è data dalla chiusura del singolo in se stesso: per sentirsi meno sopraffatto dall’omologazione, l’individuo riduce la propria visione alla percezione soggettiva, ergendo barriere gnoseologiche nei confronti di tutto ciò che è all’esterno del corpo. A questo punto, può pensare perfino che la vita sia un sogno e che il sognatore crei il cosmo.

MI SCUSI, HA VISTO IL MIO CORPO?

seth-Fisher-doom-p-e1535561235233_Recensioni A chiudere l’albo sono i due numeri della Doom Patrol sceneggiati da Arcudi nel 2003, che vanno a comporre un unico racconto accessibile anche per i lettori che non hanno familiarità col gruppo gestito per molti anni dal geniale Grant Morrison. Nella loro semplicità, subito evidente anche perché si riduce la sperimentazione artistica di Fisher, i capitoli basano la loro gradevolezza sulla mescolanza riuscita di momenti surreali, ironia e sense of wonder.

Cliff Steele, Robotman, vive un dramma: dopo essere stato morto per anni, si sente fuori tempo in un mondo a cui non appartiene. La sua solitudine viene alleviata solo dalle avventure vissute al fianco dei membri della nuova Doom Patrol, in questo caso spediti nel passato, ma all’interno dei corpi della squadra originale.

Attraverso i dialoghi semplici e fluidi viene abbozzata la caratterizzazione dei personaggi, subito associabili a dei freak decisi ad agire in nome del Bene. Emarginati, paradossalmente più a loro agio nei nuovi corpi che in quelli consueti, sfondano il confine tra ciò che è reale e ciò che non lo è. Ma quanto conta che un fatto sia accaduto davvero oppure no?
Arcudi sembra desideroso di trasmettere un messaggio: che un’esperienza sia di natura fisica, onirica o psichica, essa agisce sull’individuo provocando un cambiamento. Ogni evento comporta un mutamento, al di là del giudizio di valore è la variazione il fattore rimarchevole.

Abbiamo parlato di:
Universo DC di Seth Fisher
John Rozum, John Marc DeMatteis, John Arcudi, Seth Fisher, Chris Chuckry, Dave Stewart
Traduzione di Francesco Castelli (Arancia Studio)
RW Lion, luglio 2018
196 pagine, brossurato, colore – 17,50 €
ISBN: 9788833042893


Note:
  1. Il titolo del paragrafo cita l’omonimo saggio di Maurice Merleau-Ponty 

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