Maurizio Lacavalla: gli esordi e le attese

Maurizio Lacavalla: gli esordi e le attese
Maurizio Lacavalla ha esordito di recente come autore di graphic novel con "Due attese”, pubblicato nella collana Next delle Edizioni BD dedicata ai giovani talenti del fumetto italiano. L’abbiamo intervistato per parlare di fumetti e di musica, di esordi e di significati nascosti.

Maurizio-Lacavalla_Interviste Maurizio Lacavalla spazia tra il disegno, l’illustrazione, la pittura e l’incisione mantenendo uno stile riconoscibile e suggestivo. Nato nell’ottobre 1992 a Barletta, si forma all’Accademia delle Belle Arti di Bologna. Nel gennaio 2016, insieme ad altri tre autori, fonda Sciame, collettivo dedito ai fumetti e all’illustrazione con sede a Bologna che ha dato alle stampe, tra le altre pubblicazioni, la rivista Armata Spaghetto. Ha lavorato con Emidio Clementi dei Massimo Volume per la realizzazione del volume dal titolo Hotel Massilia. Ha all’attivo diverse collaborazioni con festival e realtà di autoproduzione.
Nel giugno 2019 ha pubblicato la sua prima graphic novel,
Due attese, per . Vive e lavora a Bologna.
L’abbiamo raggiunto via mail per parlare del suo rapporto con i fumetti e con la musica, del suo lavoro d’esordio e dei significati nascosti nella sua graphic novel.

Benvenuto su Lo Spazio Bianco, Maurizio.
Il tuo primo lavoro in formato graphic novel è stato pubblicato all’interno della collana Next, dedicata da Edizioni BD ai giovani talenti del fumetto italiano. Come è avvenuto il tuo inserimento in questa iniziativa editoriale?

La prima stesura di Due attese è nata come tesi di laurea all’Accademia di Belle Arti di Bologna. Nel momento in cui sono riuscito a far pubblicare il mio libro, la parte di editing era quella che aspettavo con più curiosità: scoprire come chi, completamente estraneo ai sentimenti di attaccamento per una storia, possa prenderla e farla diventare di tutti e non più solo tua. Ho conosciuto Valerio Stivè al Treviso Comic Book Festival di qualche anno fa, quello dell’uscita del primo Armata Spaghetto. Siamo rimasti in contatto e ho condiviso spesso con lui le lavorazioni di vari progetti fra cui la prima stesura di Due attese. Conosceva bene il libro e lo aveva visto nascere ed evolversi e aveva idee circa il suo possibile destino. Gli eventi hanno poi preso una piega inaspettata e ci siamo ritrovati per sbaglio su un Frecciarossa, in prima classe, e un attimo dopo eravamo a Milano dove mi ha presentato Marco Schiavone, Giovanni Marinovich e tutta la redazione BD per cui stava coordinando una serie di autori. Dopo abbiamo lavorato al libro, rimaneggiando la mia bozza, smussandola e ampliandola con la fermezza che solo i ritocchi su un quadro già asciutto possono avere, quando non c’è più il rischio di scivolare sul colore della prima mano.

Presentando il volume hai raccontato di aver avuto in mente per lungo tempo l’idea per Due attese. Come si è evoluta la storia? Sei soddisfatto del risultato finale?
Due attese nasce quattro anni fa con un viaggio e una serie di appunti. Come ogni gestazione è stata complessa e piena di ripensamenti ma alla fine ha la forma che doveva avere.  Sono anche felice di non dover più avere a che fare con Eugene, non lo sopportavo più.

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Una fotografia fatta dall’autore durante il viaggio in Slovenia, con alcuni appunti presi all’epoca, che poi hanno portato Lacavalla a disegnare le sequenze della testa in un paesaggio montuoso e a scrivere una delle ultime battute di Karl (” il nostro sguardo è troppo stretto per l’alto e il basso insieme”).

Facciamo un passo indietro alla tua precedente esperienza fumettistica. Cosa ha rappresentato per te il collettivo Sciame?
Sciame è stato un periodo di tempo in cui abbiamo prodotto libri, lavorato sui nostri immaginari e in cui ci siamo contaminati e messi in quarantena, conosciuto molte persone e fatto le ore piccole.

La tua serie ospitata sulla rivista Armata Spaghetto (Sciame Press) è stata caratterizzata da un lavoro sulla narrativa di genere e dall’accostamento tra un immaginario di derivazione statunitense e le storie della provincia italiana, elementi che ritroviamo anche in Due attese. Che significato hanno per te queste suggestioni?
Sono estremamente affascinato dalla “mitologia” americana. Quella di Twin Peaks, The Twilight Zone, Ombre Rosse, Big wednesday e McCarthy.
È con questa suggestione che scandaglio gli scenari della mia provincia alla ricerca di una affinità, complice il paesaggio fatto di palme, mare e cemento e una certa voglia di evasione.
Nicolas, ragazzino a cui ho fatto ripetizioni, vedendo la litoranea di Barletta ha esclamato: “Ma è Los Angeles!” E io ho risposto:
Sì, ragazzo mio. È la California”.
Locals only.

In Due attese gli avvenimenti si svolgono in un contesto realistico con intermezzi da una dimensione che potremmo definire metafisica/onirica. Quale valore simbolico assegni a quest’ultima?
L’attesa è per Maria una messa a lato rispetto alla sua vita reale. La donna vive con la presenza ingombrante, ai confini della sua esistenza, di un marito scomparso prima, di una morte ignota poi; ma vive. Così fanno i suoi figli, Margherita in particolare, e il giovane Salvatore.
In questa zona di crepuscolo e possibilità, si snodano le sequenze oniriche del fumetto. Narrativamente non sono il fulcro ma per me sono i momenti più importanti. Mi sono sempre chiesto quanto potesse sopravvivere un uomo sepolto vivo. Ho preso quelli che verosimilmente potrebbero essere tre giorni, ho schiacciato un pedale, e li ho prolungati per tutto il libro affiancandoli al racconto di tre generazioni in un processo simile al sogno, all’epifania, al rumore bianco.

Quali sono i tuoi riferimenti da un punto di vista letterario?
Per questo libro Vonnegut e Burroughs, che comunque rimangono sempre dei miei punti di riferimento. Il primo per quanto riguarda una fantascienza ancorata a fatti ed eventi storici e una fiction ben mascherata da biografia, o viceversa; il secondo per la libertà delle associazioni, le carni molli dei personaggi, le fotografie che lo ritraggono con armi da fuoco, le sue stesse fattezze. La ricorsività nella mia produzione del disegno di automobili risente dell’influenza di Gregory Corso. È rileggendo periodicamente Eliot e la sua celebre “morte per acqua” che sono riuscito a sviluppare il tema della “morte attraverso la terra”. Il corpo sepolto vivo, la pressione sui polmoni, il diventare come colonne al centro della terra dialoga con Eliot, sulla misericordia e la crudeltà della natura, anche quella umana.
In Due attese c’è un personaggio senza braccia, Karl, figlio di una frase dei Frammenti di un discorso amoroso di Barthes dal capitolo Attesa:
Io sono un mutilato che continua ad avere male alla gamba amputata.
Devo necessariamente citare anche Manganelli e le invenzioni di una sola pagina di Centuria.

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Alcuni sketch dell’autore.

Due attese contiene diverse citazioni al mondo della musica. Ti andrebbe di raccontarci come sono nati questi rimandi?
Due attese è nato mentre ero in Slovenia, partito quasi per caso con il minimo essenziale nello zaino. Prima di arrivare a Capodistria ero a Trieste da un amico di vecchia data che non vedevo da tempo con il quale ho ascoltato musica per tutta la sera. Con Eden dei Talk Talk nell’aria ricordo di aver pensato che avrei voluto disegnare come quel brano, con una tensione fortissima che culmina in una risacca di vuoto e non in boato. Durante il viaggio, poi, ero senza dispositivi di riproduzione musicale e ho cantato spesso nei lunghi tratti fatti a piedi. In testa c’era solo In the aeroplane over the sea dei Neutral Milk Hotel, un album che affronta la Seconda Guerra Mondiale con un immaginario allucinato e metafisico. Se io avevo solo una testa, loro avevano un “two headed boy”.
Andando più a fondo ci sono un paio di riferimenti più espliciti nel disegno vero e proprio: la copertina, oltre che ricordare le statue cubiche egizie, ha qualcosa in comune con Diary dei Sunny Day Real Estate e all’interno del volume ci sono un paio di vignette ispirate a due cover del gruppo powerviolence Infest che a loro volta sono foto, credo di repertorio, rimaneggiate come spesso accade in certi artwork di gruppi hardcore. Mi attirava l’idea che le immagini di torture fossero prese da foto, quasi documentaristiche e finte allo stesso tempo ma con un peso di forte crudeltà, come in The Act of killing.

Il legame con la musica era presente già in Hotel Massilia, volume scritto da Emidio Clementi (autore dei testi e bassista dei Massimo Volume, n.d.r.). Che ruolo ha la musica per te e per il tuo lavoro?
“C’è sempre musica nell’aria”.
Ma anche oltre.
Le strutture, le texture e le sovrapposizioni di certi brani diventano strade da seguire anche nella narrazione. Mentre lavoravo a Due attese ho ascoltato moltissimo Basinski (i Disintegraton Loops) e, affascinato dall’idea di sovra incisione e decadimento del suono, ho iniziato a sovrapporre gli elementi di certe vignette su altre. Tutta la sequenza del “trip” della testa nella terra frammentata in diversi punti del libro nasce così. L’idea del ritorno di un suono che man mano si modifica e contamina altre sezioni.

Il tuo stile si presta sia all’illustrazione che al fumetto. Con quale di queste due forme credi di riuscire a esprimerti in maniera più affine alla tua sensibilità?
Penso che ogni storia abbia la sua forma. Alcune nascono per essere illustrate, altre per diventare fumetto, altre per essere raccontate a voce e alcune per non essere mai narrate.
Dell’illustrazione mi intriga la possibilità di esplorare di volta in volta le potenzialità che nascono dall’accostamento di una immagine a una frase, un piccolo testo o anche solo un titolo: si creano degli scenari interessanti.

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Hai già in mente la prossima opera alla quale dedicarti o preferisci far passare del tempo prima?
Ho iniziato a lavorare a delle idee. Prima di tornare a un fumetto lungo, mi piacerebbe dedicarmi per un po’ a una serie di lavori collaterali in cui sperimentare.

A tal proposito, una domanda tecnica, ovvero: come si svolge questa fase di sperimentazione, per te, e quanto è importante provare e cercare di cambiare, sbagliare e riprovare, nel tuo percorso artistico?
Suono la chitarra da una decina d’anni e negli ultimi tre o quattro sono fermo allo stesso punto. Non miglioro e non peggioro, sembra che il livello raggiunto sia quello massimo per un autodidatta senza una vera passione per lo strumento.
Con il disegno, invece, non è così.
C’è la curiosità e la voglia di mettersi in gioco, due elementi che a ogni nuovo lavoro mi portano a inserire anche solo piccole variabili per spingere i miei limiti – o anche solo marcarli meglio.
Poi, più semplicemente, c’è la noia.
Solitamente fra un lavoro e l’altro mi dedico a fumetti brevissimi, illustrazioni o quadri, come sto facendo in questo periodo. Cerco di affrontare questi momenti di transizione facendo cose apparentemente distanti da quello che potrebbe essere un mio percorso per poi prendere anche solo un segno, un abbinamento di colori, una forma ricorrente o una tecnica e integrarlo.
T.S Eliot riassume tutto questo in un solo semplice verso in East Coker:
For us, there is only the trying. The rest is not our business.”

Grazie per la bella chiacchierata, Maurizio.

Intervista realizzata via mail nel mese di giugno 2019.

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