Lise e Talami: sguardo al passato del Dottor Zurich

Lise e Talami: sguardo al passato del Dottor Zurich
Abbiamo intervistato Alessandro Lise e Alberto Talami, parlando del loro ultimo lavoro, "Il futuro è un morbo oscuro Dottor Zurich", di medicina e dei loro interessi fumettistici.

lise-e-talami_1-2-e1551981763728_Interviste e sono due fumettisti attivi dal 2001. Nel 2011 hanno vinto il premio “Nuove strade” al Napoli Comicon per il volume autoprodotto Morte ai cavalli di Bladder Town!. Decine sono le loro storie pubblicate per fanzine e riviste e in parte riportate sul loro blog e su Facebook, inclusa la serie a cadenza quasi annuale Eschaton (disponibile su Retina Comics). Per hanno pubblicato Quasi quasi mi sbattezzo (2009), Saluti e bici (2014) e Il futuro è un morbo oscuro Dottor Zurich (2018). Continuano a lavorare alle loro autoproduzioni: è in cantiere il secondo volume di Listalamise.

Abbiamo intervistato Alessandro e Alberto in occasione della presentazione de Il futuro è un morbo oscuro Dottor Zurich, presso la fumetteria Fumetti & Soda di Padova.

Partiamo dall’intervista da voi rilasciata a Lo Spazio Bianco nel 2018: Alessandro affermava: “Facciamo fumetti per un pubblico molto ristretto“. Che cosa cerca, secondo voi, questo tipo di pubblico rispetto alla massa?
Alberto Talami: Probabilmente “cerca” non è la parola giusta, perché forse dall’opera arriva qualcosa che un lettore non si aspetta. Credo che solo chi ci conosce da tempo sappia a grandi linee cosa potrebbe trovare. Quando non realizziamo cose serie, quali Quasi quasi mi sbattezzo e Saluti e bici, i temi che ci interessano sono più o meno quelli che si trovano in Il futuro è un morbo oscuro Dottor Zurich. Ultimamente, mi sto interrogando su questo punto: secondo me un’opera dovrebbe riuscire ad avere un canale, un pubblico, altrimenti si creano delle “micronicchie” in cui pochissimi conoscono la tua esistenza.
Alessandro Lise: Forse, però, ci occupiamo poco del pubblico e facciamo le cose ci piacciono. Siccome non riusciamo a vivere solamente facendo i fumetti, almeno ci divertiamo e facciamo quello che ci pare. Quindi quello che cerca, o meglio che trova, il nostro pubblico è quello che piace a noi, ossia fare delle storie che non si trovano altrove, storie che siano buffe, divertenti, complicate, che abbiano qualcosa che a noi sembra nuovo, che abbiano un elemento che a noi interessa. Infatti, questo libro ci interessava perché ci piacevano le idee delle malattie come personaggi e dell’ospedale come mondo. Speriamo che il pubblico apprezzi.

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La vostra collaborazione è ultradecennale e siete un duo molto affiatato. Il futuro è un morbo oscuro Dottor Zurich è nato dalla mente di uno dei due che poi l’ha proposto all’altro, oppure è scaturito da una condivisione razionale di idee? Come avete deciso di procedere?
A.T.: Quando abbiamo cominciato a lavorare insieme abbiamo fatto subito un piano: volevamo fare un primo tentativo con un libro illustrato con protagonista Edgar J. Tuna, che è stato il primo personaggio che abbiamo inventato. Doveva essere un esperimento con temi che ricordassero Lovecraft, l’horror e il mistero. Per il secondo volume abbiamo pensato a un western, per il terzo a una storia di fantascienza. Poiché pensiamo le storie insieme, a volte c’è una sorta di antagonismo: ognuno spara la sua storia e la migliore o la più difficile passa. Altre volte cerchiamo di unire le due idee, soddisfacendo entrambi.
A.L.: Lavorando a stretto contatto e costruendo insieme i soggetti, è molto difficile individuare a chi appartiene un’idea. Di alcune sono sicuro, perché non mi sarebbero mai venute in mente, quindi so che sono di Alberto, ma solitamente è difficile separare le cose, perché è uno scambio continuo, e alle volte è proprio impossibile.

Durante la lunga gestazione de Il futuro è un morbo oscuro Dottor Zurich come si è evoluto il progetto? Quanto ritrovate dell’idea iniziale nel risultato finale?
A.T.: Strada facendo il libro è diventato un’altra cosa. Per esempio, alcuni personaggi sono stati aggiunti e hanno cambiato in modo imprevisto la storia che è stata modificata proprio sulla base di queste aggiunte, anche tenendo conto dei commenti di alcuni lettori. È stata una cosa un po’ anomala.
A.L.: Io direi, invece, che tutto sommato non è così diverso. Siamo partiti dall’idea di un racconto di 30 capitoli, ciascuno di 8 pagine, diviso in due parti, una nel presente e una nel futuro. Tutto il resto non era chiarissimo. La trama è nata e si è gonfiata mentre lavoravamo, però non possiamo dire che l’idea non si sia mantenuta, proprio perché all’inizio non c’era veramente un’idea concreta e totale. È una storia che si è costruita per accumulo anno per anno, anche perché ci siamo interrotti e poi abbiamo ripreso.

Il Dottor Zurich, uno dei personaggi principali del racconto, cerca la propria strada al di fuori della medicina tradizionale, tema molto attuale, visto che il dibattito tra scienza e altre vie di guarigione è molto acceso. Il fumetto può farsi carico di un impegno politico e sociale? In che modo?
A.L.: Il Dottor Zurich va contro i canoni ufficiali ma non è chiaro se sia un ciarlatano o un luminare, è come una star della steppa. In verità nessun medico fa una bella figura all’interno della storia: l’unico medico veramente competente è Edgar J. Tuna che, però, vuole sterminare il mondo. Non siamo partiti con un’idea sociale, non era il nostro obiettivo. Volevamo parlare di medicina con il nostro stile, ma senza un riferimento concreto al mondo. Verso la fine del libro c’è il manifesto disumanista del Dottor Tuna ed è praticamente copiato dal manifesto della razza degli Anni Trenta, perché è come portare alle estreme conseguenze l’odio per una razza: da un manifesto contro la razza a un manifesto contro l’umanità il passo è breve. Questo è l’elemento più politico, ma è nascosto; mi piace, ma non è imprescindibile.
A.T.: A me interessava il punto di vista di Zurich perché da anni mi curo con metodi alternativi ai quali Alessandro è contrario, perciò nel personaggio c’è questa ambiguità dovuta ai due diversi modi di pensare la faccenda.

A un certo punto della storia, un personaggio molto interessante ha un’epifania: si accorge che la sua vita è insignificante, afferma di odiare tutto e decide di fuggire dalla routine, lasciandosi andare agli istinti animaleschi. Nella nostra realtà sempre più social non è possibile uscire dagli schemi prestabiliti senza rinunciare alla civiltà?
A.L.: Secondo me non è impossibile uscire dagli schemi.
A.T.: Conrad non sarebbe d’accordo: ha scritto Vittoria, un romanzo in cui un personaggio va in un’isola deserta per cercare di sfuggire completamente dal contatto umano, ma non ce la fa. Secondo Conrad non si riesce a uscire dalla civiltà e io ho il sospetto che oggi sia ancora più difficile, se non impossibile.

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Tra i vari temi che affrontate nell’opera spicca la mutazione, osservata con ironia e inquietudine. Gli esseri mutati invadono la steppa suscitando la reazione bellicosa degli abitanti che sono raffigurati come animali antropomorfi: per quali ragioni avete scelto di non raffigurare gli uomini, ma altre creature?
A.T.: È una questione grafica: non conosco l’anatomia e non saprei disegnare dei personaggi anatomicamente perfetti. Inoltre, penso che ci siano già tanti autori che disegnano esseri umani, perciò mi sembra più interessante mostrare altro. Inizialmente, per simpatia e affinità, ero partito raffigurando personaggi antropomorfi nello stile di Richard Scarry poi, vedendo Altan e le sue deformazioni del segno, ho pensato di seguire una direzione simile.

La maggior parte delle tavole è impostata in modo schematico, secondo una griglia 2×3 che prevede sconfinamenti e riempimenti dello spazio bianco tra una vignetta e l’altra. Tuttavia, la storia è stravagante e spesso sembra rompere gli schemi di proposito. Da quali esigenze nasce questa dicotomia e quale obiettivo si propone di raggiungere?
A.L.: Anzitutto è una questione di semplicità: avere una gabbia fissa consente di organizzare agevolmente lo spazio e gestirlo facilmente. Secondariamente c’è la volontà di andare incontro al lettore almeno in un ambito, dando uno schema ricorrente e riconoscibile a cui possa aggrapparsi, per poi riempirlo di contenuti deliranti e difficili. Infine, volevamo dare al fumetto un tono sovietico e burocratico.
A.T.: Io volevo anche imitare la gabbia e il pattern di Tintin nel paese dei soviet.

Il futuro è un morbo oscuro Dottor Zurich è il vostro terzo libro edito da BeccoGiallo e si affianca alle vostre autoproduzioni. Quando realizzate un fumetto autoprodotto cambiate l’approccio alla massa narrativa? In che modo?
A.L.: L’approccio cambia totalmente, perché l’autoproduzione non ha limiti e facciamo esattamente quello che vogliamo, come vogliamo, con i nostri tempi, rischiando fino in fondo, perché a volte facciamo cose che potrebbero essere illeggibili. Invece, i libri editi da BeccoGiallo dovevano essere quantomeno leggibili.

Il vostro è uno stile che definirei “sperimentale”: è il frutto di una ricerca o dell’istinto? Quanto vi siete influenzati a vicenda e quanto siete stati influenzati da altri artisti?
A.T.: Sì, è uno stile sperimentale. C’è sicuramente la ricerca, ma aggiungo anche un desiderio di sfida. In dodici anni di gestazione dell’opera abbiamo letto tantissimo, da Jason a Tezuka passando per il Jim Woodring di Frank e Michael DeForge, e abbiamo cercato di infilare molti elementi. È interessante il fatto che, disegnando alcune parti, pensassi ad alcuni autori specifici.
A.L.: I riferimenti ad altre opere sono tantissimi, perché ci confrontiamo e inseriamo omaggi a qualsiasi cosa ci piaccia.

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Come legge e che cosa cerca in un fumetto chi i fumetti li scrive, li disegna e, nel caso di Alessandro, insegna a sceneggiarli?
A.L.: Dipende dal fumetto che mi capita sotto mano. L’occhio è attento a tante cose, per cui a seconda di quello che trovo si attiva l’occhio del fumettista o quello dell’insegnante.
A.T.: Dopo il periodo di allontanamento dal fumetto, ho cambiato la prospettiva e ho ripreso a leggere, anche se faccio più fatica a trovare interesse nei fumetti, salvo eccezioni. Ho assorbito talmente tante cose che in un certo momento ho iniziato a fare fatica, però quello che riesco a seguire con continuità ha valore: per esempio, con calma sto leggendo tutto Tezuka.

Alessandro, nella tua esperienza di insegnante incontri quotidianamente aspiranti fumettisti, in particolare sceneggiatori. A tuo giudizio, a spingere i giovani a iscriversi alla Scuola Internazionale di Comics è la necessità di raccontare, di esprimersi, oppure la ricerca di uno sbocco lavorativo?
A.L.: Credo che la maggior parte dei ragazzi pensi allo sbocco lavorativo, ma l’idea alla base è: mi piace il fumetto, voglio scrivere i fumetti e voglio vivere facendo fumetti. Magari è in sottofondo, ma l’idea c’è. La maggioranza non ha qualcosa da dire, però ha la passione e pensa di trasformarla in un lavoro, sebbene questa volontà di lavorare in alcuni casi sia velleitaria e un po’ vaga.
A.T.: Nel nostro caso, invece, era chiarissimo che non avremmo guadagnato tanto e credo che il merito della nostra produzione sia in questa consapevolezza. Tuttavia, abbiamo iniziato e continuato, facendo grandi sacrifici.

Ringraziamo Alessandro Lise e Alberto Talami per la loro disponibilità.

Intervista realizzata dal vivo il 23 febbraio 2019.
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