Jungle Justice, mecha e Costituzione: intervista a Lise e Talami

Jungle Justice, mecha e Costituzione: intervista a Lise e Talami
In occasione dell'uscita di "Jungle Justice" per Coconino Press, abbiamo intervistato Alessandro Lise e Alberto Talami.

A inizio settembre 2022,  ha pubblicato Jungle Justice, un nuovo fumetto di Alessandro Lise e Alberto Talami. I due autori continuano a rinnovare, opera dopo opera, il loro sodalizio ormai più che ventennale, destreggiandosi tra le autoproduzioni e i libri per gli editori più importanti del panorama fumettistico italiano come Coconino e BeccoGiallo.
Li abbiamo intervistati per parlare non solo di Jungle Justice, ma anche di Guida galattica alla Costituzione: la Costituzione a fumetti e di Microcarver/Melmacrepuscolo.

jungle-justice-lise-talamiCiao ragazzi e bentornati su Lo Spazio Bianco. L’ultima volta ci siamo trovati per parlare del vostro fumetto Il futuro è un morbo oscuro, Dottor Zurich [d’ora in poi solo Zurich], che ha vinto il Premio Micheluzzi, ed era marzo 2019. Nel frattempo il mondo è cambiato, come sappiamo. Come avete vissuto il tempo che da Zurich vi ha portato a vedere Jungle Justice pubblicato?
Alberto Talami: Inizialmente ho cercato di scatenarmi disegnando fumetti come se non ci fosse un domani. Adesso sono qui che mi chiedo se non convenga smettere di disegnare e farmi un orto…
Alessandro Lise: Direi che, come tutti, abbiamo cercato di mantenere un equilibrio mentale quantomeno stabile, anche se non so se ci siamo riusciti. Nel frattempo abbiamo pubblicato un po’ di autoproduzioni (Listalamise 2Microcarver/Melmacrepuscolo), un albetto dedicato al Castello di Miramare a Trieste (Rosa Ananas, Coconino Press) e un fumetto per ragazzi sulla Costituzione Italiana (Guida galattica alla costituzione italiana, SOMSI).

Sempre nell’altra intervista, Alberto suggeriva che un’opera dovrebbe arrivare al pubblico tramite un canale ben definito per evitare la creazione di micronicchie. Alessandro spiegava che fate le cose che vi piacciono, occupandovi poco del pubblico. Jungle Justice si avvicina di più all’esigenza di Alberto o resta fedele all’idea di Alessandro?
AT: Jungle Justice doveva inizialmente essere un’autoproduzione. Poi lavorandoci con Lise e è diventato forse il nostro fumetto più leggibile… ormai abbiamo consolidato che o ci divertiamo, o non facciamo niente… 
AL: Per quanto possa sembrare strano e contraddittorio il nostro scopo è sempre quello di essere “leggibili”, il che significa cercare strategie per rendere codificabili le idee tutte sballate che abbiamo in testa. Però crediamo anche che il lettore debba metterci del suo per attivare il testo, deve fare un piccolo sforzo per capire il non detto. Jungle Justice è un fumetto apparentemente lineare e semplice, ma che racconta solo le frange di una storia più grande, una storia che accade in gran parte fuori scena; sta al lettore integrare quello che non è mostrato in maniera esplicita.

Come nasce Jungle Justice? So che a volte Alberto parte da una reazione a un fumetto che ha letto, anche nella scelta del formato… inoltre, se non sbaglio, dovrebbe c’entrare qualcosa anche il libro La nazione delle piante di Stefano Mancuso…
AT: Vivo in un appartamento che è praticamente all’interno di una fattoria. Mi è capitato di sentire per due giorni e due notti alcune vacche che si lamentavano, perché avevano tolto loro i vitelli. Era straziante. Ho deciso che dovevo fare qualcosa: inizialmente pensavo a tavole singole (tipo Gli scarabocchi di Maicol e Mirco) che affrontassero vari aspetti legati all’agricoltura, all’allevamento, o all’alimentazione. Poi ho letto in sequenza Maximum Troll On di Benjamin Bergman, L’Uomo Mascherato di , diverse opere di Bazooly Gazooly di Mattioli. Questi fumetti mi hanno fatto prendere un’altra strada. La nazione delle piante è uscito quando Jungle Justice era completo all’80%. È un saggio molto interessante e attuale, ma il libro che è servito da miccia è Ecocidio (ascesa e caduta della cultura della carne) di Jeremy Rifkin, un volume del 1992 e che ho letto circa sette anni fa, prima di cominciare a modificare la mia dieta.

Alberto, quali tecniche hai scelto per disegnare il fumetto? Ci sono anche delle foto, le hai scattate tu, magari nei luoghi che più ti sono familiari?
AT: Mi sono autoimposto la tecnica del “buona la prima” e del semplificare il disegno (sì, ancora di più!) , sapendo che in qualche maniera avrei compensato con i colori e con il collage digitale. Le foto le ho fatte tra casa mia e Padova centro.
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Alessandro, nei testi mescoli linguaggio alto e basso, visto che ci sono termini come “ossiconi” e “tessere fedeltà” che veicolano concetti molto distanti ma collocati vicini nella frase. A mio parere la dicotomia suscita un sorriso divertito. Qual era il tuo obiettivo?
AL: Fondamentalmente mi diverte molto mischiare i registri per ottenere un effetto più o meno ridicolo. La precisione lessicale è un mezzo che mi permette di dare un senso di realtà e concretezza alle cose di cui si parla, di ancorare i disegni di Alberto a campi semantici specifici (settoriali o tecnici) e di caratterizzare in parte alcuni personaggi. Allo stesso tempo lo sfasamento di registri (il famoso “cozzare dell’aulico con il prosastico”) crea una dissonanza che mi sembra rendere il dialogo meno prevedibile, oltre che buffo.

A un certo punto del racconto è presente una svolta “mecha-pop”. Da dove viene l’idea? Vi siete ispirati a qualche opera in particolare? Io, ovviamente, penso a Go Nagai…
AT: Soprattutto nella parte iniziale ho pensato alla prima puntata dell’anime di , più per la parte emotiva che per la storia in sé. E poi devo ammettere che sono un collezionista di robot strani e buffi: ho quasi tutti i GOBOTS, gli Z Bots (o Micro Robots) i Convertors e gli Egg Monsters…
AL: Tutto Jungle Justice parte anche da un’illustrazione di dieci anni fa, in cui Alberto aveva immaginato tre Mecha a forma di animale antropomorfo (elefante, giraffa, maiale). Ma è fondamentalmente una questione generazionale, siamo nati negli anni Settanta e i nostri pomeriggi televisivi sono stati occupati dai cartoni che venivano trasmessi in tv (e non è un caso che anche il abbia pubblicato da poco un fumetto su un robottone, per esempio).

Con l’“Autostrada della giungla” ribaltate la prospettiva, un’ultima burla della natura senziente, umanizzata e vendicativa ai danni dell’uomo. Quanto delle vostre paure e delle vostre speranze per il futuro c’è in questa caratterizzazione?
AT: Il recente ritrovamento di microplastiche anche nel sangue umano aiuta a “rendere” il contesto in cui viviamo.
AL: Più che paure e speranze abbiamo cercato di raccontare le cose come stanno e come le vediamo.

Avete inserito delle digressioni, approfondendo alcuni aspetti dei capitoli veri e propri. L’avete fatto strada facendo oppure, una volta terminato il racconto “principale”, avete capito che il mondo creato meritava di essere espanso ulteriormente?
AL: Un po’ come per Zurich, dove ogni capitolo si chiude con un documento diverso, abbiamo deciso di inserire qui delle piccole storie a fumetti alla fine di ogni capitolo, in modo da sviluppare alcune situazioni semplicemente accennate nella trama principale e che ci sembravano meritare spazio. Oltre a dare più “profondità” ad alcuni personaggi, queste storie creano una sorta di pausa tra un capitolo e l’altro, necessaria nell’economia narrativa, soprattutto per una questione di ritmo.

La prosa finale, oltre a Zurich, mi ha ricordato Microcarver/Melmacrepuscolo, vostra autoproduzione suddivisa in due parti per un motivo preciso. Ci dite qualcosa al riguardo?
AL: Qualche anno fa avevo scritto per gioco dei racconti che miniaturizzavano lo stile di Raymond Carver. Abbiamo provato a costruirci alcune strisce per vedere l’effetto che faceva. Ad Alberto fornivo solo il racconto, senza alcuna indicazione di regia, e lui doveva escogitare la soluzione che riteneva più adatta. Contemporaneamente Alberto disegnava delle strisce senza testo che mi dava da completare. In questo contesto ludico/agonistico sono nate le strisce di Microcarver Melmacrepuscolo. Le abbiamo pubblicate online, ma ci dispiaceva lasciarle solo in rete; abbiamo colto l’occasione del ventennale della nostra collaborazione (abbiamo iniziato a fare fumetti assieme nel 2001) per autoprodurcele.
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Come nasce la vostra collaborazione con la Società Operaia per realizzare Guida galattica alla Costituzione: la Costituzione a fumetti?
AL: La Società Operaia di Mutuo Soccorso Operaistico di Pordenone (SOMSI) stava portando avanti un progetto didattico sulla Costituzione che comprendeva uno spettacolo teatrale per i ragazzi delle scuole superiori. Volevano pubblicare un fumetto che parlasse della Costituzione ai ragazzi delle scuole medie inferiori e delle elementari. Hanno contattato il PAFF (Palazzo Arti Fumetto Friuli) che, tramite , ha contattato noi. L’idea del fumetto era della presidentessa di allora, Rosa “Rosetta” Saccotelli Pavan, che ci ha dato solo un vincolo: niente unicorni! purtroppo Rosetta è morta prima di poter vedere il risultato finito, ma comunque crediamo che sarebbe stata contenta del libro (spoiler: non ci sono unicorni).

Da dove arriva l’idea di inserire la trama galattica per poi raccontare la Costituzione?
AL: Volevamo allontanarci il più possibile da ogni aspetto storico e didascalico. Non volevamo ripercorrere la storia della Costituzione, non volevamo fare cioè una lezione di Storia: volevamo invece parlare di diritti e doveri dei cittadini. Questo non perché non ritenessimo importante la parte storica, anzi, è necessaria per comprendere da dove viene la nostra Carta costituzionale, ma perché di libri che hanno quell’approccio storico ce ne sono già molti (ne è uscito uno molto bello per Beccogiallo l’anno scorso, per esempio) e il nostro scopo era incuriosire i ragazzi, farli leggere, divertire e creare uno strumento che potesse essere utile anche agli insegnanti.

Come avete lavorato per riuscire a stare in equilibrio tra la necessità di trasmettere con chiarezza i concetti e quella di divertire i giovani lettori?
AL: Non è stato semplice: dove abbiamo potuto abbiamo privilegiato il racconto e il divertimento alla divulgazione, pur tenendo sempre d’occhio i concetti che volevamo esprimere.

Per congedarvi, una domanda classica: progetti futuri?
AL: Abbiamo un libro già pronto di cui non posso dire ancora nulla, il terzo e ultimo numero di Listalamise (500 pagine!).

Grazie Alberto e Alessandro per la vostra disponibilità!

Intervista realizzata via mail tra il 10 e il 14 settembre 2022

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ALESSANDRO LISE e ALBERTO TALAMI
Il sodalizio artistico tra si rinnova di opera in opera a partire dal 2001. Le opere principali del duo sono Morte ai cavalli di Bladder Town! (premio Nuove Strade al ), Quasi quasi mi sbattezzo, Saluti e bici e Il futuro è un morbo oscuro, dottor Zurich!, editi da BeccoGiallo, Rosa Ananas, Guida galattica alla Costituzione e le serie autoprodotte Eschaton e Listalamise. (Fonte: Coconino Press, Jungle Justice)

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