Il ritratto di un fumettista: intervista a Manuele Fior

Il ritratto di un fumettista: intervista a Manuele Fior
Per la nuova edizione del Loop Festival abbiamo intervistato Manuele Fior, autore dei ritratti delle musiciste protagoniste dell'evento in corso a Bari a giugno 2022.

loop festival_locandinaNato nel 2014 a Bari su idea del giornalista Michele Casella, il Loop Festival è un evento che esplora le multiformi connessioni tra musica e immagine.
La nuova edizione dell’evento — in corso dal 9 al 30 giugno 2022 — punta sulle figure femminili che più hanno trasformato e rinnovato la musica contemporanea: Laurie Anderson, insieme a Kim Gordon, Björk, Amy Winehouse e St. Vincent. I loro cinque ritratti sono stati affidati a uno dei più grandi autori italiani nel campo del fumetto e dell’illustrazione, il pluripremiato Manuele Fior, che ha realizzato delle straordinarie tavole, così come nelle precedenti edizioni avevano fatto , Davide Toffolo e Miguel Ángel Martín.
In occasione della sesta edizione del , abbiamo parlato con l’artista del lavoro dietro la realizzazione degli artwork della manifestazione, dei suoi punti di riferimento in campo artistico e di una inaspettata passione per l’universo supereroistico.

Ciao, Manuele, bentornato su Lo Spazio Bianco e grazie per questa intervista.
Ci sentiamo in occasione della realizzazione, da parte tua, degli artwork della VI edizione del Loop Festival che si tiene a Bari nel mese di giugno. E Vorrei appunto partire dalla tua collaborazione con il Festival per sapere com’è nata e da dove arriva l’ispirazione per questo particolare lavoro, ossia cinque ritratti dedicati ad altrettante icone della musica contemporanea femminile.
Ho conosciuto Michele [Casella, direttore artistico del , ndr] qualche anno fa in occasione di un’intervista per Il Sole 24 Ore ed è stato proprio lui a contattarmi e scegliermi per dare un contributo all’immagine del Festival, insieme ad altri artisti – Bacilieri, Toffolo e Martín – che mi hanno preceduto nel corso delle edizioni precedenti. Mi sono così ricordato che Paolo [Bacilieri, ndr] aveva realizzato dei bellissimi ritratti, come di consueto, e ho pensato di seguirne l’esempio, anche se per me non è frequente creare questo tipo di illustrazioni: ne ho realizzate ai tempi delle mie collaborazioni con Rolling Stone e l’Internazionale, ma poche altre volte nella mia carriera.
Il ritratto è qualcosa di quasi anacronistico ai tempi d’oggi, se pensiamo all’immensa disponibilità di immagini fotografiche che abbiamo di un personaggio. Quindi, quando mi chiedono di realizzarne uno con una tecnica tradizionale, la trovo sempre una richiesta particolare, anche perché per me significa mostrare di una persona qualcosa che non sia immediatamente evidente in una fotografia.
La mia scelta di orientarmi su dei ritratti ha infatti sorpreso anche Michele. Gli ho poi spiegato che volevo rappresentare queste cinque donne iconiche per la musica contemporanea in versione quasi “struccata”. Così Björk non indossa alcuna delle sue maschere, St. Vincent ha un volto quasi alieno, con una simmetria fortemente accentuata e gli occhi molto grandi, Kim Gordon evidenzia tutte le sue rughe, da femminista militante che su quelle rughe ha costruito la sua carriera di donna e musicista, fino ad arrivare a Laure Anderson, che è l’ospite di punta del Festival.
Poi tante cose vengono fuori dal disegno in sé, tante idee non sono precisamente delineate prima di iniziare a lavorare. Magari, come in questo caso, si può disegnare un volto tante volte, sino a quando non si trova una chiave che dice altro rispetto alle prove precedenti.

fior_loop festival_andersonIn un certo senso è come dare un’anima a quel disegno, al di là del ritratto in sé.
Sì, un po’ come pensare che, se quel volto è scaturito dalle mie mani, allora avrà qualcosa della persona rappresentata e qualcosa di me, nel profondo. E questo accade quasi sempre, perché noi disegnatori – volente o nolente – siamo intrisi della nostra tecnica e ciò che ci appartiene passa per forza in quello che disegniamo, in questo caso in un viso.

Ma quindi, la scelta delle artiste che hai rappresentato per gli artwork è dipesa completamente da te o ti sono state fornite delle indicazioni?
Diciamo che è dipesa dal Festival. Io ho avanzato delle proposte, ma c’erano nomi comuni – come quello di Kim Gordon – tra quelli suggeriti da me e quelli voluti dall’organizzazione. Ho comunque seguito le indicazioni della direzione artistica.

In cosa pensi il tuo modo di approcciare all’opera cambi quando ti trovi a lavorare su una sola immagine – ad esempio illustrazioni, cover, ritratti – rispetto a quando lavori su più immagini in sequenza – come strisce o fumetti?
La differenza fra i due approcci è enorme. Nel fumetto bisogna mantenere una certa coerenza narrativa per molte pagine, avere una sistematicità nel lavoro che rimanga stabile per tutto il libro, perché è impossibile pensare alle singole vignette come a sé stanti, quando sono invece una parte di un tutto. L’illustrazione permette invece di prendersi una pausa da questo sistema e magari anche sperimentare qualcosa di difficile da mettere in pratica nel fumetto. Per me, l’illustrazione è sempre stato un terreno di prova per cose che ho poi portato nel fumetto.
Anche nel caso degli artwork per Loop, sono partito da un disegno molto più libero di quanto non sarebbe stato nel fumetto. Praticamente il lavoro a matita è ridotto al minimo, sono partito direttamente dai colori e ho poi valutato man mano dove sarei arrivato. Tutto l’opposto di quanto ho fatto quando lavoravo a Cinquemila chilometri al secondo.
L’illustrazione mi permette sempre più spesso di concedermi delle pause di sperimentazione dal mio lavoro principale che è quello del fumettista. Pausa di sperimentazione, ma anche di divertimento. Non che il fumetto non sia divertente, ma disegnare pagina dopo pagina, restando coerenti con un certo approccio alla tavola, può diventare faticoso.

In ogni caso, nelle tue opere i volti hanno un ruolo centrale, sia per le loro caratteristiche intrinseche che per la loro espressività, raccontando una storia dentro la storia. Tra i volti delle tue storie, quello di Dora è sicuramente quello che resta più impresso. Com’è nato questo particolare viso?
Ricordo con precisione come sia nata Dora. Dopo aver fatto diverse prove su quelli che dovevano essere i protagonisti principali, Raniero e Nadia – anche se Nadia è diventata poi un personaggio di contorno, una scelta che è arrivata a valle di tanto lavoro su di lei – e dopo essermi preso un periodo di pausa dedicandomi ad altro, un giorno ho buttato giù un profilo, con un naso importante, tondo, che mi ricordava le donne di Leiji Matsumoto, che hanno tutte questi profili filiformi ma dal naso grande. Una fisionomia particolare che, a differenza dell’iconografia occidentale per la quale un naso grande è sinonimo di caricatura, nel fumetto giapponese è simbolo di grande raffinatezza ed eleganza.
Il disegno ha proprio questo di magico: un autore non parte con delle idee preconcette, ma è la linea che apre a tutta una serie di interpretazioni e rimanda a immaginari e universi acquisiti inconsapevolmente, tra cui, in questo caso, gli anime e i manga. A quel punto ho capito che quel profilo che avevo abbozzato era qualcosa di significativo e ho cercato di tirar fuori, da quella linea, una persona, Dora, appunto. È stato un momento molto bello e anche divertente, perché tutto è venuto fuori dal disegno piuttosto che dai pensieri che stavo cercando di elaborare in quel momento.
Continuando poi a disegnare e dando al personaggio una certa postura, una particolare prossemica, si inizia a capire di chi si sta trattando. Questo per me è un processo carico di grande stupore, che cerco sempre di mantenere vivo.

 

Fior_Celestia

Mi ha sempre affascinato, parlando con voi artisti, sentir ripetere di questo processo maieutico in cui sono l’opera o il personaggio che vi guidano nelle tappe della loro nascita e crescita. Sembra quasi che abbiano una vita propria e che uno scrittore o un disegnatore non possano far altro che lasciarsi guidare da quello che la pagina bianca suggerisce.
È vero, ma questo non impedisce comunque di seguire dei processi razionali. Quello che un artista realizza parte sempre e comunque da qualcosa che ha nel cervello: se c’è una parte di te che struttura, organizza, prepara, c’è un’altra parte di te che insegue delle cose che si manifestano.
L’illusione della creazione sta tutta lì: faticare tanto su qualcosa e poi rendersi conto che ci sono punti di quel progetto che si collegano fra loro autonomamente, perché una forma ne chiama un’altra, un segno ne chiama un altro, un colore ne chiama un altro da accostargli… E quando le cose vanno bene è come se risuonassero in un buon accordo musicale.

Oltre a Matsumoto che hai già nominato, pensando a quei profili mi viene in mente anche e trovo inevitabile immaginare che quelle fisionomie siano state riprese, in qualche modo, dalla scultorea e dalla pittura greca ed etrusca. Dopotutto, la ritrattistica in pittura ha una tradizione radicata che arriva, cavalcando i secoli, ai Fiamminghi fino perfino a Warhol… Ci sono autori, o più generalmente, scuole pittoriche, che pensi influiscano sul tuo approccio a questo genere?
Quello che dici è molto giusto: ci sono archetipi del disegno che vengono ripresi dagli artisti nel corso dei secoli. E così, in Pablo Picasso o in Amedeo Modigliani è possibile ritrovare delle forme già presenti nell’arte greca o etrusca. Nel mondo dell’arte è frequente ritrovare elementi contemporanei e allo stesso tempo antichissimi. E anche spostandoci in Giappone si evidenziano nel manga suggestioni già presenti nell’ukiyo-e e magari riprese da radici che noi non comprendiamo bene, che affondano nei primi contatti fra Oriente e Occidente.

Stai quindi cercando di dirmi che le influenze che puoi aver ricevuto da determinati artisti o scuole pittoriche sono state anche involontarie?
Possono essere involontarie, ma quando mi accorgo che questo succede cerco subito di studiare tutto quello che posso a riguardo, di ricopiare, riprodurre quei disegni e quei dipinti.

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Invece, cosa mi dici di ? Te lo chiedo perché – pensando a Celestia – sembra aver influenzato anche il tuo percorso, dato che è l’opera in cui il rimando al suo immaginario è più esplicito. Cosa ti lega a lui?
Sicuramente mi lega a lui il fatto di averlo conosciuto in tenera età, su Comic Art: è stata una “scoppola” dalla quale non mi sono mai più ripreso! Ma credo abbia avuto un’enorme influenza per tutta la mia generazione.
Devo però dire che, dal punto di vista del disegno, sono molto diverso da (oltre che inferiore a) lui. è un purissimo disegnatore a pennino, è lì che trova la cifra stilistica che lo contraddistingue. Invece io sento di essere della scuola di Mattotti, Breccia… Insomma, la scuola argentina, che è fatta di masse più che di linee.
A parte questo, sì, ho subito profondamente l’influenza di Moebius, non solo dal punto di vista dell’immaginario, ma anche nel modo di fare i fumetti. Per esempio, citavi Celestia, che è un fumetto improvvisato dalla prima all’ultima pagina; e infatti di Giraud mi ha sempre affascinato il suo lavoro di improvvisazione, come ne Il Garage Ermetico o ne Il mondo di Edena.
Se ci pensi, però, questo è un percorso sempre meno battuto dai disegnatori: oggi è tutto realizzato come per un film, con una sceneggiatura di base, uno storyboard… Invece, secondo me, il fumetto rivendica questa facilità di improvvisazione. Quando lessi il Garage mi resi immediatamente conto che si trattava di un fumetto fuori dal comune e che attivava (e attiva) delle parti differenti di te come lettore.

Stando a quanto mi dici, anche in merito all’improvvisazione, mi sembra allora di capire che l’evoluzione costante – ed evidente – che riguarda nel tuo lavoro tanto le soluzioni espressive quanto quelle narrative è frutto della tua intenzione autoriale di non ripeterti, di una curiosità innata verso la sperimentazione, piuttosto che di una volontaria ricerca tecnica.
Non saprei, sai? Lo sperimentare è legato al fare, nel senso che non ritengo mai di aver raggiunto alcunché di particolare e non so mai se lo raggiungerò. Mi sembra sempre di tendere a qualcosa ed è forse questo che fa cambiare qualcosa negli strumenti o nella tecnica. Poi, più banalmente, non intendo il mio lavoro come una ripetizione; penso ci sia sempre qualcosa da affinare, da imparare. Mi stuferei se non fosse così.
Penso che ogni lavoro – magari non è così per tutti e non è quello che accade – debba sempre essere un passo più in là del precedente. Non so se la cosa sia percepita dall’esterno, ma per me ogni nuovo lavoro è anche solo un piccolo passo più avanti di quello che lo ha preceduto. Altrimenti non avrebbe senso continuare a riempire le pagine con dei disegni, facendone un mestiere. Non è poi quello che hanno fatto i miei maestri di riferimento, da Moebius a Mattotti a Crepax…?

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Tutti autori che provengono da studi e dalla pratica d’architettura, tra l’altro. Una scuola di cui anche tu fai parte. E allora ti chiederei se pensi che la tua formazione da architetto si rifletta in qualche modo sul tuo lavoro artistico, come lo è stato per i tuoi maestri.
Senza dubbio! Mi ha soprattutto aiutato a essere meno autoreferenziale. Quando ho iniziato a disegnare ho notato che il mondo del fumetto era abbastanza auto riferito, che i fumettisti guardavano sempre ad altri fumettisti. L’architettura mi ha invece obbligato a guardare oltre. Il mio lavoro come architetto mi portava a fare molte altre cose che non fossero solo disegnare, come uscire dallo studio, parlare e confrontarmi con altre persone, fotografare… Questo mi ha spianato l’orizzonte, mi ha offerto altri modi di guardare al disegno stesso e ad averci un rapporto diretto, azzerando la distanza con il disegno, e liberandomi di tutte quelle idiosincrasie che sono tipiche di tanti autori di fumetto, costantemente spinti al confronto con altri colleghi.
A distanza di anni, ora che faccio il fumettista a tempo pieno, l’architettura è rimasta come un enorme bagaglio di idee affascinanti che cerco di sfruttare per il loro potenziale narrativo.

Fior-5mila-KmUna cosa che mi affascina dei tuoi personaggi, pur nella differenza delle opere e dei racconti, è che dicono meno di quanto esprimano con le espressioni, i gesti, i silenzi. Che è poi una cosa che amo molto anche nel cinema: Sergio Leone ci ha insegnato l’importanza dei silenzi e dell’assenza di dialoghi, nella narrazione cinematografica. Quanto è importante per te il “non detto” nel racconto a fumetti?
Molti credono che in un fumetto non ci sia niente se è assente la parola scritta. Invece sappiamo bene che il fumetto è retto dai disegni che di per sé dicono moltissime cose, che non dovrebbero essere ripetute o esplicitate dai personaggi per non correre il rischio di essere ridondanti.
Per me i disegni dicono molto più delle parole, perché sono pregni dei significati che gli si vuol dare o che si lasciano intuire. I non detti sono riempiti e sostenuti proprio dal disegno e dal ritmo che nel fumetto sono alla pari con gli altri elementi della composizione narrativa.
Quando ho iniziato a lavorare a Cinquemila chilometri al secondo mi sono imposto come punto fermo di non scrivere mai i pensieri dei personaggi e di usare, invece, una scrittura molto teatrale, che impone o che le cose vengano dette o che siano intuite in altro modo. Mi sono quindi sforzato di far capire tutto quel che c’era da capire solo ed esclusivamente tramite il disegno, eliminando ogni possibile voice off.
Certo, nel mio prossimo fumetto ci sarà una importante voice off, ma ci sono periodi della vita di un artista in cui è importante darsi dei limiti per meglio comprendere lo spazio in cui ci si muove.

Dopotutto, Richard McGuire ha dimostrato con Qui che un luogo può essere al centro di una narrazione e raccontare una storia lunga miliardi di anni senza – o quasi – l’uso di una singola parola.
Esattamente, Qui è un esempio perfettamente calzante di quello che intendevo.

Hai accennato alla tua prossima opera, quindi anticiperei la domanda di rito che ti avrei rivolto in conclusione: cosa puoi dirci in proposito?
Guarda, ho deciso di non raccontare nulla di quello su cui sto lavorando in questo periodo. Ho già reso noto solo il titolo, che sarà Hypericon, ma per il resto non voglio dire nulla. Ho anche cancellato i miei account dai social perché voglio ricominciare a fare le cose in modo un po’ diverso dalla consuetudine. Nel senso che, oggi, si può sbirciare negli studi di tutti gli artisti – che è anche una cosa bella e divertente, intendiamoci! Ma penso che sia altrettanto bello che un artista, un fumettista nel mio caso, renda pubblica la sua opera con altri mezzi, che sono quelli del libro in sé, per esempio, rendendo viva l’attesa quanto la sorpresa, al momento dell’uscita. Mi piacerebbe provare a recuperare una certa dimensione di preziosità delle cose.

Fior-5mila-Km-stampaÈ una forma di sperimentazione anche questa, dopotutto, e concordo pienamente con il tuo pensiero!
A proposito di sperimentazione – e con questa domanda concludiamo, ti lascio libero e ti ringrazio nuovamente per la tua disponibilità – hai rivendicato sempre con (divertito) orgoglio la tua passione per il fumetto popolare Marvel. I supereroi sembrerebbero lontani dall’immaginario e dal tipo di storie che racconti oggi, ma se domani – come accaduto al già citato Moebius con Surfer – ti dessero carta bianca e totale libertà creativa per realizzare un one shot, a che personaggio ti dedicheresti?
Ti rispondo senza nemmeno pensarci: Spider-Man, che per me si chiama ancora Uomo Ragno! In seconda posizione qualcosa legato agli X-Men, anche se gli X-Men sono tanti ed è più difficile scegliere.
L’Uomo Ragno è stato un personaggio fantastico per me, proprio come concetto, anche pensando a quando è nato e alla fortissima carica di contro tendenza che sicuramente doveva avere rispetto al resto del panorama supereroistico. Non so se certe cose funzionino ancora adesso, ma il fatto che fosse gracile, imbranato… Era il nostro alter ego, quello di chi si sentiva inadatto a scuola, impacciato con le ragazze. Ed era un’idea di evasione fantastica, una sorta di metropolitano.
Io sono stato a New York abbastanza tardi nella mia vita, perché ci sono stato solo qualche anno fa, e mi sono reso conto che è una città che non capisci bene finché non la visiti. Ma quando ho visto Downtown, i grattacieli e tutto il resto ho capito che in un posto del genere l’Uomo Ragno era una della più belle idee che si potessero concepire. Perché NY è una città che vorresti esperire dall’alto, guardare dall’alto, gettandoti da una torre con una fune e saltare su un’altra come fa lui…
Sì, l’Uomo Ragno è un personaggio che da piccolo mi ha sedotto. Anche se ora non seguo più i fumetti Marvel, mi capita di rileggere vecchie storie che mi erano piaciute particolarmente, soprattutto di Ditko e Romita, al cui immaginario mi sento particolarmente legato.
E ti dirò anche un’altra cosa: di tutto il MCU ho la sensazione che i film sull’Uomo Ragno o comunque le sue rappresentazioni siano le meglio riuscite rispetto a quelle di altri personaggi. Per quanto io continui a preferire i fumetti ai film.
Comunque, sì, se ce ne fosse l’occasione mi piacerebbe decisamente realizzare una storia su di lui!

Intervista realizzata telefonicamente il 26 maggio 2022.

 

Manuele Fior

Manuele Fior_bioNato a Cesena nel 1975, Manuele Fior ha vissuto a Venezia, a Berlino e a Oslo; ora risiede a Parigi. Artista di respiro internazionale, è uno dei disegnatori più apprezzati in Italia e all’estero. Collabora con le sue illustrazioni a riviste come The New Yorker, Le Monde, Vanity Fair, a quotidiani come La Repubblica e Il Sole 24 Ore, a case editrici come , Einaudi, EL.
Nel 2017 le ha raccolte e commentate ne L’ora dei miraggi (Oblomov Edizioni). Con il graphic novel Cinquemila chilometri al secondo ha vinto il premio Fauve d’Or come Miglior Album al Festival Internazionale di Angoulême 2011. L’intervista (2013) segna il suo esordio nel bianco e nero. Ha inoltre pubblicato Le variazioni d’Orsay (2015) e I giorni della merla (2016), raccolta di racconti brevi. Nel 2021 Oblomov pubblica l’integrale di Celestia, che include i due volumi valsi a Fior l’ex aequo come Autore dell’anno al 2020.

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