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Il racconto muto dell’Odissea di Fabio Visintin

Un adattamento a fumetti del poema omerico senza parole e con scelte in controtendenza e fedeli all’opera originale.
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L’Odissea – assieme all’Iliade uno dei due grandi poemi omerici – è stato e continua a essere un trending topic del 2026, a maggior ragione dopo l’uscita a luglio dell’adattamento cinematografico a opera di Christopher Nolan che sta riscuotendo consensi di pubblico e critica.
Il fumetto ha più volte avuto a che fare con le gesta di Ulisse/Odisseo, adattando il poema omerico per vari tipi di lettori – dagli adulti ai bambini – o traendone ispirazione per opere che, distaccandosi dall’originale per ambientazione e vicende, ne incorporavano comunque lo spirito e gli spunti narrativi.

Questo approfondimento continua un percorso iniziato prima come avvicinamento all’uscita della pellicola di Nolan e che da ora in avanti si trasformerà in accompagnamento alla fruizione del film (al cinema e poi sulle varie piattaforme) attraverso l’analisi di varie storie a fumetti o illustrate che hanno adattato il poema o ne hanno tratto spunto per nuove narrazioni.
Dopo l’analisi
dedicata a una serie della Bédé francese che adattava il poema e quella su una puntata in cui appare Odisseo della serie animata Eyes of Wakanda, disponibile sulla piattaforma Disney+, stavolta ci concentriamo su un adattamento molto particolare del poema omerico, quello realizzato da Fabio Visintin in un fumetto quasi completamento muto in Odissea narrata allo sguardo, la cui edizione più recente è quella pubblicata da Gallucci Balloon.

Se ci riflettiamo un momento, l’Odissea – al pari dell’Iliade – sono poemi che inizialmente sono vissuti attraverso una tradizione orale, narrati dagli aedi con un accompagnamento musicale che ne scandiva e assecondava la forma poetica.
Secondo entrambe le ipotesi storiche più accreditate, Omero (o chi per lui) è stato colui che, oralmente, ha fissato in forma quasi definitiva i due poemi epici, se come autore originale o come semplice “redattore” che ha razionalizzato una serie di racconti e versioni precedenti resta ancora tutto da vedere.
Alla luce di quanto appena scritto, diventa interessante e originale la scelta di Fabio Visintin per il suo adattamento a fumetti dell’Odissea: rinunciare quasi completamente alla componente testuale del linguaggio del fumetto e affidarsi completamente alla narrazione grafica, per trasporre un’opera che per secoli si è invece fondata propria sulla parola, orale o scritta che fosse.

L’originalità dell’autore veneziano, come avremo modo di vedere, non si ferma a questa scelta che potremmo definire di carattere semantico, ma si estende a tutta una serie di elementi che meritano di essere analizzati, iniziando proprio dall’elemento narrativo che viene scelto per dettare il ritmo della storia e scandirne i passaggi della trama.

E tornare contro ogni vaticino, contro gli dei e contro la paura…

Nel poema originario, quando finalmente Odisseo riesce a fare ritorno a Itaca e a riconquistare il suo palazzo e il suo regno sconfiggendo i pretendenti che lo avevano invaso, Penelope – che non vede il marito da vent’anni – usa uno stratagemma per assicurarsi che sia davvero lui. Propone a Odisseo di far spostare il letto matrimoniale dalla loro camera alla sala dei banchetti; al che l’eroe resta stupito, ben sapendo che il talamo nuziale suo e di Penelope è stato ricavato all’interno di un albero, attorno a cui è poi stato costruito il palazzo.
Proprio la costruzione del talamo nuziale da parte di Ulisse viene usata da Visintin come elemento narrativo ricorrente della sua opera: la apre, ne segna la cadenza ritornando più volte, e ovviamente la chiude.

Questo è molto interessante perché, se da un lato amplifica un elemento narrativo relativamente marginale che nell’opera originale arriva solo alla fine, dall’altro diventa metafora reiterata da Visintin di quello che per alcuni studiosi è Odisseo. Non l’eroe eternamente insoddisfatto e curioso, pronto a lasciare la propria terra in cerca di avventure, né il marinaio abile conoscitore dei mari e della navigazione; bensì un re contadino, intimamente legato alla propria terra che conosce profondamente nelle sue componenti che sa lavorare.
È interessante come questa interpretazione di Odisseo compaia anche in quella che è una sorta di trasposizione musicale della vicenda omerica che troviamo nella canzone Odysseus (2004) di Francesco Guccini. Il cantautore usa le seguenti parole per descrivere l’eroe nell’incipit del brano:

Bisogna che lo affermi fortemente
Che, certo, non appartenevo al mare
Anche se Dei d’Olimpo e umana gente
Mi sospinse un giorno a navigare
E se guardavo l’isola petrosa
Ulivi e armenti sopra ogni collina
C’era il mio cuore al sommo d’ogni cosa
C’era l’anima mia che è contadina
Un’isola d’aratro e di frumento
Senza le vele, senza pescatori
Il sudore e la terra erano argento
Il vino e l’olio erano i miei ori

La frattura fra inizio ed il finire…

L’Odissea omerica si apre con un’assenza importante, quella del protagonista. Odisseo è prigioniero da ormai sette anni presso la ninfa Calipso, sull’isola di Ogigia, e lo si incontra solo nel quinto libro, o canto, del poema. L’epifania è preceduta da quattro capitoli che prendono il nome di Telemachia e che alcuni critici considerano “un originario racconto indipendente”, come scrive Nicola Gardini ne Il più bel romanzo del mondo (Garzanti, 2025).

Da un lato Visintin espunge le peripezie di Telemaco, dall’altro rimane fedele alla massa narrativa originaria rispettandone l’intreccio. Parecchi adattamenti e riduzioni trasformano l’andirivieni diegetico in una fabula, preferendo quindi mostrare le imprese di Ulisse a partire dalla presa di Troia per chiudere il cerchio con l’arrivo a Scheria, l’isola dei Feaci, il viaggio finale verso Itaca, la strage dei Pretendenti e il ricongiungimento con Penelope. L’artista veneto invece si sofferma su ciò che precede uno dei flashback più famosi della letteratura occidentale. Mette davanti agli occhi del pubblico il concilio degli dei, durante il quale Atena perora la causa del suo pupillo, desideroso di tornare a casa, la partenza da Ogigia e il naufragio sul paradiso terrestre governato dal re Alcinoo e dalla regina Arete. Solo giunto a questo punto, giustamente, Visintin inizia a disegnare il flashback, ossia ciò che Odisseo racconta ai Feaci. Lo stesso “schema” l’autore applica al ritorno di Odisseo a Itaca: indugia sull’incontro tra l’eroe e il porcaro Eumeo e il figlio Telemaco, procrastinando climax e spannung, cioè le prove che il protagonista deve superare prima di riappropriarsi del talamo.

Se, come scritto, Visintin decide di eliminare dall’adattamento la parte iniziale dell’opera omerica, la Telemachia, per la chiusura del suo libro fa una scelta in controtendenza rispetto alla maggior parte delle trasposizioni dell’Odissea in altri media.
L’autore presenta il finale aperto originario raccontato nei libri XXIII e XXIV del poema con Odisseo che, poco tempo dopo essere finalmente tornato a Itaca, decide di ripartire, per assecondare quanto profetizzato dall’anima Tiresia incontrata nel regno dei morti. Dopo aver riconquistato la sua casa e ucciso i Proci a Itaca, Odisseo dovrà partire di nuovo, camminando con un remo sulla spalla finché non incontrerà un popolo che non conosce il mare e scambierà il remo per un arnese per sgranare il grano. In quel luogo l’eroe dovrà fare un sacrificio a Poseidone.
Visintin si attiene alla lettera al racconto originario, regalando un finale che non è lieto e che non chiude con un cerchio perfetto Iliade e Odissea, ma che è coerente con l’opera primigenia e con il personaggio stesso di Odisseo che, seppure a malincuore, mai si sottrae al proprio dovere, o meglio, al proprio destino.

Se vogliamo addentrarci fino all’ultima parola dell’Odissea, possiamo notare che nel volume in esame manca l’epilogo che secondo alcuni studiosi è sospetto e potrebbe essere stato inserito forzatamente in un secondo tempo, magari ad Atene, ossia la polis in cui i poemi furono messi per iscritto nel VI secolo a. C., sotto il tiranno Pisistrato. Nella conclusione dell’Odissea, infatti, i parenti dei Pretendenti cercano vendetta contro Ulisse, in una spirale di violenza potenzialmente senza fine. Onde spezzare questo ciclo nefasto interviene Atena: la figlia di Zeus interroga il padre, chiedendogli se desideri per i mortali la pace o la guerra; il re dell’Olimpo sceglie di favorire i patti tra i sopravvissuti e di gettare l’oblio sui defunti; così Atena grida e Zeus scaglia il fulmine, placando la contesa.

L’ombra di Telegono

Nella sua Odissea narrata allo sguardo Visintin non lascia dunque spazio alle vicende di Telemaco, scegliendo di concentrarsi su suo padre, l’uomo “dai molti volti” nella traduzione che Nicola Gardini offre del termine greco polytropon. Restiamo allora sul protagonista. Il fumettista veneziano lo coglie nell’atto di tradire la moglie Penelope con le sue carceriere: nella prigione dorata di Ogigia, Odisseo fa sesso con Calipso, in precedenza nel buen ritiro di Circe si era accoppiato con la maga. Queste due relazioni ci offrono la possibilità di scrivere di Telegono, il figlio di Ulisse non menzionato nell’Odissea, ma ben presente nella tradizione mitica.

Secondo alcuni mitografi il fratellastro di Telemaco sarebbe frutto del rapporto con Calipso, secondo altri di quello con Circe. Proprio l’Odissea ci giunge in aiuto, con i suoi versi: “Sì, Calipso mi rinchiudeva, la divina, nella fonda spelonca, volendomi per sposo; e Circe ugualmente mi tratteneva nella sua casa, l’ingannatrice di Eea, volendomi per sposo; ma mai poté persuadermi il cuore in petto” (Odissea, IX 29-33, traduzione di Gardini).

Dunque, il cuore non ha ceduto ma… di nuovo Gardini ci offre una chiave di lettura: “Circe è presentata un po’ come è stata presentata Calipso. Canta e tesse. […] Queste due donne di origine divina svolgono la stessa funzione: dapprima cercano di impedire il viaggio di Ulisse; poi, lo permettono e addirittura lo agevolano. Inoltre, entrambe, unendosi a lui, servono a ricordarci che la virilità di Ulisse è integra. È probabile che l’amore fisico che unisce Ulisse alle due dee rappresenti un antichissimo rito di iniziazione: nel letto di Calipso e in quello di Circe Ulisse riprende pieno possesso della sua energia vitale”.

Prendiamo per buone le versioni di Apollodoro Mitografo e di Licofrone, secondo i quali Telegono è figlio di Odisseo e di Circe. “Nato lontano”, come anticipa il suo nome parlante, il ragazzo giunse a Itaca dopo che erano trascorsi alcuni anni dal ritorno in patria di Ulisse, che pensava di “esser sfuggito a tutti i pericoli” (Károly Kerényi, Gli dei e gli eroi della Grecia, Il Saggiatore, 2009).
Kerényi e Dario e Lia Del Corno (Nella terra del mito, Oscar Mondadori, 2012) scrivono che il giovane sbarcò a Itaca alla ricerca del padre, dopo aver fatto naufragio presso le coste dell’isola ed essere rimasto il solo sopravvissuto del suo equipaggio. Per trovare sostentamento depredava i campi e le greggi, così i contadini chiesero aiuto al re: Odisseo intervenne in loro difesa e affrontò il figlio senza riconoscerlo. Telegono colpì il genitore, ignaro di chi si trovasse di fronte, con una lancia costruita da Circe che terminava con il pungiglione di una razza. La morte dell’eroe venne allora dal mare, come aveva predetto l’indovino Tiresia: Telegono, che aveva solcato le acque, pose fine all’avventura del padre con un’arma resa letale dalla parte di un pesce. Troppo tardi riconobbe Ulisse, mentre fu subito intesa con Telemaco: nella Crestomazia di Proclo si narra che i due, insieme a Penelope, portarono il cadavere del Laerziade a Eea, da Circe. Lì Telegono avrebbe vissuto il resto della vita con la vedova di Odisseo e Telemaco con la maga.

A differenza di quanto ha scelto di fare Christopher Nolan nella sua Odissea cinematografica, Visintin non “cancella” dal suo adattamento il desiderio e il trasporto sessuale che Odisseo prova verso altre donne, nei venti anni lontano da Penelope. Quel desiderio, la cui conseguenza è appunto la nascita di Telegono, è una componente fondamentale dell’uomo Odisseo, che ne connota la psicologia e il carattere. Ben fanno dunque gli adattamenti come quello di Visintin che lasciano in vista l’elemento sessuale dell’opera omerica, laddove invece Nolan presta il fianco a quella che è, se non l’unica, certo la più diffusa critica al suo adattamento (e, in verità, ad altri suoi film precedenti), cioè l’essere freddo e razionale, privo di sentimento e di trasporto, quantomeno nella resa del protagonista.

Circe e Calypso perse nel brusio di voci che non so legare assieme…

Dopo aver parlato di lei nel paragrafo precedente, è doveroso dedicare qualche riga a Circe, soprattutto in virtù dell’interpretazione estetica offerta da Visintin. La maga presente in Odissea narrata allo sguardo ricorda la Medea interpretata da Maria Callas nel film di Pier Paolo Pasolini. Anche l’abitazione della Circe fumettistica rimanda a terre remote, più facilmente assimilabili alla lontana Colchide che al vicino Circeo. L’ambientazione e l’abbigliamento orientaleggianti scelti dall’autore del fumetto, però, non sono del tutto peregrini, perché parte della tradizione mitologica colloca Eea, luogo in cui vive Circe, in Oriente.
D’altro canto Apollonio Rodio, il poeta delle Argonautiche, posiziona la dimora della bella ospite di Odisseo in Occidente, dove si innalza il monte Circeo, oggi su una penisola della costa tirrenica ma un tempo su un’isola.

L’accostamento con Medea è ancora più significativo se si tiene conto della genealogia mitica tanto cara agli studiosi del passato. Le due maghe, infatti, sono parenti. Circe è figlia del dio Sole e di Persa ed è sorella di Eeta, padre di Medea. Pertanto anche la donna sedotta e abbandonata da Giasone è una delle Eliadi, in quanto nipote di Elio. Secondo alcuni genealogisti entrambe le incantatrici sarebbero figlie di Ecate, divinità spesso associata ad Artemide – e quindi alla Luna – e all’Oltretomba. A causa dei suoi stretti rapporti con la Luna, Medea pratica una magia così “oscura” e si macchia di delitti tali che persino la zia la caccia dalla propria casa, dopo averla ospitata per breve tempo a Eea, nel Circeo.

Proprio come la Medea pasoliniana, la Circe di Visintin si muove tra ritualità, silenzio e sogno, con il sangue come filo conduttore: quello del sacrificio iniziale nella pellicola del 1969 e quello che consente a Ulisse di interagire con i morti in questo adattamento fumettistico. Durante la catabasi l’eroe incontra l’indovino Tiresia e il gioco di rimandi visivi (o suggestioni per chi scrive) diventa ancora più audace, perché i toni scuri e l’atmosfera tanto sospesa e crepuscolare quanto inquietante rievocano alcune sequenze dell’Apocalisse di Alfredo Castelli e Corrado Roi.

Nel futuro trame di passato si uniscono a brandelli di presente

Legandoci a quanto appena scritto sul lavoro grafico fatto da Visintin sull’abbigliamento e l’abitazione di Circe, l’analisi merita di essere ampliata all’intero approccio iconografico tenuto dal fumettista per l’intero suo lavoro.
Fin da un primo sguardo superficiale è chiaro un afflato ispirativo che guarda a Sergio Toppi. Questo è evidente più nel segno scelto da Visintin che nell’impostazione delle tavole (che resta molto rigorosa, a differenza delle composizioni toppiane nelle quali la gabbia delle vignette spesso sparisce fondendosi direttamente nella composizione di un’immagine unitaria).
Il segno del fumettista veneziano rifugge l’horror vacui, riempiendo ogni elemento delle vignette di fitti tratteggi e dettagli, in un lavoro minuzioso e certosino che non può non rimandare a quello del maestro milanese.

La restituzione di ambienti, abbigliamento, armature, armi e navi è teso verso una sintesi tra rigorosità storica e contaminazione “autoriale”. L’aderenza storica non può essere obbligatoriamente un limite visivo, quando alcune delle libertà che Visintin si concede servono ad amplificare a livello narrativo passaggi e, soprattutto, personaggi fondamentali del poema omerico.
E qui la sponda è immediatamente evidente con il lavoro fatto da Nolan nel suo film, dove per esempio l’armatura di Agamennone, completamente anacronistica e priva di realismo storico, diventa elemento narrativo per raccontare il personaggio, senza fare uso di parole.
Visintin fa lo stesso nel suo adattamento, ricorrendo anche a una serie di meccanismi visivi molto interessanti come i passaggi tra le sequenze narrative, tutti basati sull’accostamento di immagini analoghe, e le scene del poema disegnate direttamente sulle navi. Per esempio, quando Ulisse viene introdotto da Alcinoo sull’Isola dei Feaci prima di tornare finalmente a Itaca, alcuni segmenti dell’Odissea sono riportati dal fumettista sugli intarsi di un’imbarcazione. Questi non sono semplici abbellimenti: servono all’artista per sviluppare la storia, attraverso i flashback. Lo stratagemma metanarrativo è degno dell’epica, in cui gli oggetti ben lavorati come armi, vasi preziosi e tessuti ricamati sono adornati con immagini che raccontano a loro volta, inserendo nuovi episodi nella trama in corso. Questa tecnica prende il nome di ekphrasis e il retore Ermogene nel II secolo d. C. la definisce “un discorso descrittivo che pone l’oggetto sotto gli occhi con efficacia”, che si tratti di descrivere e rappresentare “persone, cose, momenti e luoghi e tempi” e molto altro (cfr. Ekphrasis in treccani.it).

Con questo escamotage Visintin mostra l’incontro con le sirene, nel fumetto tre e in forma di donne-pesci, mentre nell’Odissea queste creature sono solo due e, stando all’iconografia antica rintracciabile nei vasi greci, avrebbero avuto l’aspetto di donne-uccelli, quindi molto più simile a quello delle arpie che della Sirenetta Ariel.
La scelta dell’autore veneto è consapevole ed è chiarita all’inizio del volume, dov’è scritto che la raffigurazione presente nel libro “nasce intorno all’VIII secolo in ambiente anglosassone ed è a oggi la più diffusa”.
Diversamente, balza all’occhio, perché priva di riferimenti espliciti, la trasposizione di Eolo, colto come una figura ibrida, a metà tra maschio e femmina. Forse Visintin vuole evidenziare l’alterità del re dei venti, donandogli uno status divino che non è totalmente alieno alle ricostruzioni mitologiche, ma che non appartiene propriamente al poema omerico. In esso Eolo, che vive nell’Isola Eolia, è figlio di Ippota e “caro agli dei immortali”, è padre di sei figli e sei figlie e dona a Odisseo un otre in cui ha racchiuso “le vie dei venti impetuosi: perché dei venti il figlio di Crono l’aveva fatto custode, poteva placarli o suscitarli quando voleva” (Odissea, X, vv. 20-22, trad. di Maria Grazia Ciani).

In conclusione, l’Odissea narrata allo sguardo di Fabio Visintin resta senza dubbio una delle più originali e riuscite trasposizioni del poema omerico con protagonista Odisseo. Molti adattamenti, a fumetti ma anche in altri linguaggi comunicativi, si limitano a una riproposizione pedissequa se non dello schema, dei contenuti dell’opera originaria, non arricchendola né di nuovi contenuti né di punti di vista diversi.
Visintin già con la scelta di limitare l’uso delle parole, demandando tutto alle immagini, accetta e vince una sfida la cui posta in gioco non è solo quella di aggiungere livelli di lettura o interpretazione al poema originario, ma di elaborarlo in modo originale, evidenziandone elementi anche marginali e facendoli diventare meccanismi narrativi inediti.

Abbiamo parlato di:
Odissea narrata allo sguardo
Fabio Visintin
Gallucci Balloon, 2024
92 pagine, cartonato, colori – 19,00 €
ISBN: 979-1222105727

David Padovani

David Padovani

Fiorentino, classe 1972, svolge la professione di architetto. Grazie a un nonno amante della fantascienza e dei fumetti, scopre la letteratura fantastica e il mondo degli albi Corno della seconda metà degli anni '70.
Tex e Topolino sono sempre stati presenti nella sua casa da che si ricordi, e nella seconda metà degli anni '80 arrivano Dylan Dog e Martin Mystere e la riscoperta del mondo dei supereroi USA.
Negli anni dell’università frequenta assiduamente le fumetterie, punti d’incontro di appassionati, che lo portano a creare assieme ad altri l’X-Men Fan Club e la sua fanzine ciclostilata, in un tempo in cui di web poco si parlava ancora.
Con l’avvento del digitale, continua a collezionare i suoi amati fumetti diminuendo la mole di volumi cartacei acquistati, con somma gioia della compagna, della figlia e della libreria di casa!

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