Disegnare con filosofia: intervista a Riccardo Pagani

Disegnare con filosofia: intervista a Riccardo Pagani
Abbiamo intervistato Riccardo Pagani, il talentuoso disegnatore di "Don Puglisi", edito da ReNoir.

L’editore ReNoir Comics non è nuovo alla pubblicazione di fumetti dedicati alle vite di “uomini illustri”: si va da Tolkien: rischiarare le tenebre a Paolo Borsellino: una storia da raccontare. Nel 2021 si è aggiunto al catalogo un altro volume in cui si narra la vita di una vittima della mafia: Don Pino Puglisi, simbolo della lotta contro Cosa Nostra.
Autori di
Don Puglisi sono lo sceneggiatore e il disegnatore Riccardo Pagani. Abbiamo intervistato quest’ultimo, cercando di scoprire il suo percorso e di conoscere il suo metodo di lavoro.
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Ciao Riccardo, benvenuto su Lo Spazio Bianco! Per cominciare e rompere un po’ il ghiaccio, ci dici qualcosa di te, della tua formazione e di come sei arrivato a disegnare fumetti?
Grazie mille, è un piacere essere qui! Di me non c’è troppo da dire: come molti ragazzi ho seguito un percorso di studi normale e poi ho deciso di cimentarmi con la Scuola Comics. Il disegno è sempre stato una mia grande passione, ricordo ancora come passassi gran parte del tempo sui banchi di scuola a inventare personaggi piuttosto che prendere appunti. Così, finito il percorso di studi canonico, ho deciso di provare a intraprendere la strada del fumettista. Non mentirò, è stata dura. Finita l’Accademia, ho passato anni a sputare sangue sui fogli di carta, ho fondato insieme ad altri ragazzi che condividevano il mio sogno una piccola realtà editoriale indipendente e ho fatto una marea di colloqui presso le fiere, ma non sembrava mai bastare. La concorrenza in questo settore è spietata e bisogna farsi strada a gomitate, sfruttando il proprio talento, ma soprattutto con il duro lavoro. Alla fine i sacrifici e l’impegno mi hanno ripagato, ed eccomi qui.

Dal mondo dell’autoproduzione, insieme agli altri artisti del collettivo , alla pubblicazione di Don Puglisi. Come sei approdato in ReNoir?
Il mondo dell’autoproduzione è fantastico, quando militavo con forse non ne coglievo a fondo la bellezza, accecato dalla smania di pubblicare per una casa editrice affermata, ma ora, con un po’ di consapevolezza in più, posso dire che la libertà di potersi esprimere al massimo senza nessun limite creativo forse ha più valore. Con la ReNoir mi sono trovato benissimo: ho trovato professionisti che mi hanno saputo guidare, aiutare e insegnare moltissimo. Mi ricordo benissimo il primo contatto con Giovanni Ferrario, il direttore editoriale, in un ormai lontano 2019, se non ricordo male. All’epoca venni selezionato per il colloquio canonico per possibili assunzioni da parte delle case editrici. Venne apprezzato molto il mio vecchio stile di disegno, più realistico e ricco di dettagli, e ci salutammo con l’ipotesi di venire ricontattato per qualche nuovo progetto in partenza. Dopo il in realtà non ebbi più notizie dalla ReNoir, ma decisi di insistere. Così, forte di un radicale cambio di stile, mi riproposi al . Mi avvicinai direttamente allo stand della ReNoir, avendo riconosciuto Ferrario, che dopo una rapida sfogliata al nuovo portfolio mi disse di ricontattarlo il giorno successivo. Mi ritrovai a svolgere delle pagine di prova per il libro Don Puglisi e diversi mesi dopo, con una pandemia di mezzo, finalmente il libro è uscito.

Nel tempo trascorso tra la realizzazione di Help-me (Pangolino Press) e di Don Puglisi, il tuo stile di disegno si è evoluto. Che cosa ha messo in moto il cambiamento?
Questa è una gran bella domanda, grazie mille. Con Help-Me il disegno era ancora molto acerbo; ero fresco di diploma alla Scuola Comics, con il secondo volume ero riuscito a migliorare le basi e mi stavo già dirigendo verso uno stile sempre più dettagliato, ricco di particolari e complesso. Successivamente sono arrivate le tantissime tavole di prova per i colloqui e il portfolio. Lo stile che avevo maturato mi piaceva molto, ero ispirato da autori come , ma nonostante vedessi continui miglioramenti le tavole non convincevano. I dettagli, i mezzi toni, gli effetti particellari, gli sfondi ricchi e i personaggi realistici erano troppo. Lo stile e il disegno mi convincevano, ma per le case editrici era sempre “troppa roba”; insomma quel disegno non trovava spazio nell’editoria italiana in quel momento. A un certo punto mi ero stufato, le tavole mi sembravano valide, ma continuavo a ricevere porte in faccia, così a un certo punto mi decisi: “Se è troppa roba, adesso cavo tutto”, alla veneta. Ho iniziato a ispessire le linee, a togliere tutti gli eccessi, per ritornare a una divisione marcata tra bianco e nero, ma soprattutto a lavorare tantissimo di sintesi, senza però abbandonare lo stile realistico che amo. Alla fine mi sono ritrovato con uno stile che mi ha aperto subito degli spiragli, ma allo stesso tempo che richiede molta più attenzione e fatica. Effettivamente dopo tutto il percorso me ne sono convinto: togliere è molto più difficile che aggiungere.

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Hai preso come punto di riferimento qualche artista in particolare per trovare la sintesi e il tratto spesso che usi nel fumetto di ReNoir?
Assolutamente sì. Nel periodo in cui stavo sperimentando il cambio di segno inconsciamente mi sono ritrovato a buttare l’occhio su titoli e autori che mi sembravano aver già percorso e raggiunto la strada che io stavo imboccando. In assoluto l’autore che mi ha aiutato di più in questa difficile transizione è stato , ma anche altri come e John Paul Leon.

Ci racconti qual è normalmente il procedimento di realizzazione di una tua tavola?
La mia impostazione è piuttosto standard. Inizio leggendo attentamente tutta la sceneggiatura. A una seconda rilettura imposto per ogni pagina, su dei fogli di carta A5, solo la griglia e la suddivisione delle vignette, magari segnandomi idee o appunti per lo storyboard. In seguito nasce lo storyboard di tutto il libro. La tavola, poi, lavorata in digitale, parte dalla suddivisione delle vignette, seguono delle matite che si affidano allo storyboard, ma che solitamente sono già molto pulite, infine una china decisa sopra le matite. Tutto molto dritto e semplice.

Leggendo Don Puglisi si intuisce che l’opera può essere proposta a un pubblico giovane, delle scuole medie e superiori. Ti piacerebbe realizzare degli incontri, magari delle lezioni, con gli studenti per parlare del tuo lavoro? Che cosa potresti suggerire ai giovani più creativi?
Vero, l’opera ovviamente si presta a lettori di qualsiasi età e, proprio per il modo in cui ho impostato il disegno, era ai giovani che pensavo mentre lavoravo al libro. Adorerei potermi confrontare con i ragazzi delle scuole: mi piacerebbe parlare con loro di disegno, di fumetto, ma anche di legalità e di mafia, due temi che ormai vengono trattati poco. Ai giovani creativi suggerirei di inseguire i loro sogni, di puntare a realizzarli, ma con la consapevolezza che la strada è davvero difficile e che in pochi riescono a emergere nel settore del fumetto. Direi loro che è una vita che implica grandi sacrifici, zelo e dedizione. Che il pensiero di fallire o di mollare sarà costante, ma solo chi riesce a resistere e continua a lavorare duro può avere una possibilità. Infine, direi loro che nella vita c’è sempre qualcosa che non si può programmare e che a volte una buona dose di fortuna è l’unico ingrediente che manca a una ricetta che sulla carta è già perfetta.

Mentre leggevi la sceneggiatura e disegnavi per darle vita, c’è qualcosa di Don Puglisi che ti ha colpito? L’importanza di questa figura storica ha modificato il tuo approccio al lavoro?
Sicuramente a colpire, per quanto riguarda Don Puglisi, sono il suo spirito, la sua attitudine alla vita, la necessità imperante di aiutare e di fare del bene, la dedizione assoluta e l’impegno costante. Per quanto riguarda l’approccio al lavoro, è stato strano. Il tutto è iniziato in maniera automatica, mi occupavo semplicemente di svolgere il mio lavoro, ma più andavo avanti nelle pagine, più mi immergevo nella storia e mi immedesimavo con i personaggi. Alla fine del libro sentivo di essere riuscito a comprendere, forse in minima parte, cosa significassero davvero quella passione e quella dedizione che hanno caratterizzato e reso unico Don Puglisi. Una passione che tutti in fondo dovremmo coltivare.

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Osservando le tavole del fumetto si nota la cura da te profusa per ricreare i luoghi della Sicilia. Hai seguito delle indicazioni precise? Come ti sei documentato?
La documentazione è stata fondamentale. Spesso nella sceneggiatura c’erano riferimenti specifici a luoghi o a oggetti, quindi le indicazioni non permettevano di riplasmare i contesti per semplificarmi la vita con il disegno. Palermo doveva essere Palermo e gli anni dovevano essere gli anni di Don Puglisi. Per la documentazione un paio di volte è venuta in aiuto la casa editrice, per esempio con una statua che, per quanto mi fossi impegnato a cercare, mi risultava introvabile sul web, nemmeno tra le foto del sito della chiesa dove questa statua dovrebbe trovarsi tuttora. Per il resto mi sono mosso tra le vie di Palermo e dintorni con Google Maps: avevo la necessità di muovermi personalmente tra le vie e le piazze, vedere gli edifici e cercare di ricostruirne la storia. E’ stato un lunghissimo lavoro di ricerca, ogni elemento fuori posto poteva far storcere il naso.

Qual è la differenza tra lavorare nell’autoproduzione e disegnare per una casa editrice, con l’obiettivo di pubblicare un fumetto “su commissione”?
A parte il fatto che alla fine si vede il frutto del proprio lavoro stampato su carta, stiamo parlando di due mondi completamente diversi. L’autoproduzione è il regno della fantasia senza confini: non ci sono limiti per la storia, per il disegno, per il formato e i tempi di produzione; ogni autore realizza quello che ritiene, per il proprio gusto, bello e godibile, senza dover pensare a un pubblico o a un fine particolare. Ad avere l’ultima parola nel mondo delle autoproduzioni è sempre l’autore, unico padre del proprio lavoro. Quando parliamo di case editrici e di “commissioni”, invece, dobbiamo aver a che fare, per forza di cose, con una realtà editoriale, con un mercato e con un pubblico. Se, per esempio, il tuo editor ti dice che una cosa non va bene, o una vignetta va modificata, bisogna correggere e modificare, punto, anche se magari a gusto personale l’autore avrebbe fatto diversamente. Non voglio comunque dipingere le case editrici come realtà dittatoriali. All’interno del team che lavora al libro c’è sempre spazio per il dialogo e per il confronto, cercando di mantenere sempre un ambiente sano e propositivo alla realizzazione di un buon prodotto che soddisfi sia i futuri lettori che gli autori.

C’è qualche lettura recente che ti ha colpito particolarmente?
Purtroppo, avendo iniziato a studiare filosofia all’università, mi sono ritrovato sommerso dai libri, quindi per necessità sono stato costretto ad accantonare la lettura di fumetti. Quindi sono costretto a consigliare a cuore aperto il Diario del seduttorePuglisi_p44 di Kierkegaard che ho amato alla follia.

Per concludere, una domanda di rito: ti piacerebbe sceneggiare, oltre che disegnare, una tua storia? Hai già in mente qualcosa?
Mi piacerebbe moltissimo. Purtroppo l’università sta impegnando la maggior parte del mio tempo, ma vorrei ricominciare a disegnare proprio su una mia storia. In cantiere in realtà avrei già diversi progetti adatti a varie fasce di lettori e mercati, magari avranno vita proprio come autoproduzioni, chissà.

Ringraziamo Riccardo per le risposte e per la sua disponibilità.

Intervista realizzata dal vivo e via mail nel mese di agosto.


Riccardo Pagani

Nato ad Arzignano, un piccolo paese in provincia di Vicenza, è un giovane disegnatore classe ‘95. Dopo il diploma presso la Scuola Comics di Padova si cimenta subito nel mondo delle autoproduzioni. Dopo qualche anno speso tra progetti personali e tanti colloqui, esordisce con il libro Don Puglisi edito ReNoir Comics.

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