
Questo non è il mio corpo non è una lettura leggera: è in grado di colpire più volte il lettore al cuore, senza mai lasciargli un attimo di respiro e immergendolo nella malinconia che pervade l’opera, segnata anche dall’assenza di personaggi realmente positivi.
La vita di Noko sembra essere al limite della perfezione: ha un buon lavoro e un ragazzo ben al di sopra delle sue possibilità ma, scostando il sottile velo che separa l’esterno dall’interiorità della protagonista, scopriamo un mondo fatto di insicurezze e disgusto verso se stessi.
Noko non riesce a comprendere quale sia il suo ruolo ed è vittima di disturbi compulsivi, che influenzano il suo rapporto con il cibo e la sua relazione con un fidanzato solo in apparenza perfetto. Non ci sono motivazioni per i suoi comportamenti, soltanto un enorme vuoto da riempire, un desiderio e un bisogno costanti che vengono voracemente soddisfatti nel peggiore dei modi.
Noko è ineluttabilmente grassa. L’ossessione della protagonista per il suo aspetto fisico permea ogni pagina del manga, definendo ogni singolo aspetto della sua vita. “Un giorno ho cominciato a metter su peso e da allora non ho fatto altro che ingrassare. È come se indossassi uno spesso vestito di carne che non posso mai togliermi”. Noko introduce così il lettore nel suo mondo, riflesso del nostro, dominato da quella che è facilmente definibile come oggettificazione del corpo femminile.
È questo il perno attorno a cui ruota la triste storia di Noko Hanazawa: quanto, nel mondo moderno, l’identità di una donna è delineabile in base a canoni estetici? Quanto incide nella vita di una donna la sicurezza in se stesse, la totale presa di coscienza del proprio corpo? E quanto è necessario un aspetto attraente per vivere serenamente nel mondo?


Se da un lato abbiamo una perfetta caratterizzazione di Noko, delle sue ossessioni e del suo patologico rapporto con il cibo e la sessualità, dall’altro è possibile annotare come difetto della produzione una certa superficialità nel delineare la personalità dei comprimari. Essi fungono da avatar stereotipati, umili strumenti narrativi funzionali allo scorrere degli eventi che circondano la protagonista.
L’artwork della Anno è minimale, iconografico, senza mai risultare approssimativo nella sua semplicità. Proprio come lo script del libro non è altro che un’allegoria, anche il comparto artistico si comporta come tale: Mayumi, principale “antagonista” di Noko, è ritratta come l’emblema del sex-appeal e la sua esistenza è definita dal suo aspetto, dall’intrinseca attrattiva che riesce a esercitare sul sesso opposto. Di Noko, invece, ci arriva una rappresentazione anonima, goffa durante gli atti sessuali e perennemente sul baratro dell’anonimato.
Questo non è il mio corpo, nonostante le sue carenza in quanto a caratterizzazione della maggior parte dei co-protagonisti, riesce comunque a emergere nel panorama delle produzioni adulte e mature. Tramite Noko Hanazawa, Moyoco Anno ci porta alla scoperta di un mondo sin troppo vicino al nostro e, come tale, degno di un’attenta riflessione.
Abbiamo parlato di:
Questo non è il mio corpo
Moyoco Anno
Traduzione di Rebecca Suter
Kappa Edizioni, 2006
262 pagine, brossurato, bianco e nero – 9,50€

