Bricòla 2019: intervista a Federica D’Angella

Bricòla 2019: intervista a Federica D’Angella
A Bricòla 2019 abbiamo intervistato Federica D’Angella, autrice indipendente che realizza fumetti caratterizzati dalla presenza di animali antropomorfi: ci ha parlato un po’ delle difficoltà dell’autoprodizione e del suo “Traversal”.

Dopo aver concluso la Scuola di Fumetto di Milano nel 2013, Federica D’Angella accumula esperienze come colorista, illustratrice, storyboarder, grafica e web-designer.  Dal 2017 realizza il webcomic Fatti atroci, una storia di indagini e mistero con protagonisti Silas, un burbero detective rettile, e Niger, un astuto gatto prete, che successivamente ha autoprodotto in formato cartaceo.
Segue un’altra opera autoprodotta, sempre con personaggi zoomorfi, un fantasy dal titolo Traversal.

Abbiamo incontrato Federica sabato 30 marzo a Bricòla 2019, il festival del fumetto autoprodotto che si svolge ogni anno all’interno del WOW Spazio Fumetto di Milano.

DAngella_2_Interviste Ciao Federica, e grazie per la tua disponibilità.
Quali sono le difficoltà nell’autoprodursi e quanti spazi vengono offerti in Italia agli artisti che si autoproducono?
Io vengo da un percorso che doveva portarmi a fare fumetto in toto e professionalmente, perché ho frequentato prima un liceo artistico e poi la Scuola di Fumetto di Milano, ma mi sono accorta che sono due realtà che non mi hanno trasmesso niente sul fronte dell’autoproduzione. Ti viene insegnato a disegnare, ma non ti aiutano davvero a capire quale può essere il tuo percorso effettivo o come affrontare le spese e la parte fiscale nel caso ci si voglia lanciare “in proprio”.
Le vere difficoltà sono il non sapere i rischi e i costi di un’impresa del genere, se occorre la partita IVA ecc. Sono cose che non vengono comunicate, informazioni pratiche che ho dovuto procurarmi da sola e che continuo ad approfondire tutt’ora, dato che ho iniziato quest’avventura da appena un paio d’anni.
Avendo appunto cominciato da poco, devo dire che per quanto riguarda gli spazi a disposizione posso ritenermi soddisfatta perché vedo che queste realtà si stanno moltiplicando. Recentemente sono stata a Cartoomics e la Self Area è diventata molto più grande rispetto all’ultima volta che vi ero stata. Tantissimi posti stanno dando spazio a questo “mondo”, cosa che prima vedevo solo all’estero: ad oggi la fascia dell’autoproduzione si sta ampliando e la gente sta iniziando a dargli peso, proprio perché le autoproduzioni sono sempre di più.

Gli animali antropomorfi e parlanti vantano una lunga storia nel fumetto (come visto in parte nel nostro approfondimento sul tema), con diverse declinazioni, da Disney fino a Blacksad: come mai hai scelto di usare questo tipo di personaggi per le tue storie?
Hai già citato una grossa ispirazione per me, cioè Disney. Ho sempre avuto un amore infinito per quel mondo, così come anche per Don Bluth [regista e animatore della scuderia Disney che a fine anni Ottanta lasciò gli Studios per lavorare in proprio, NDR].
Paradossalmente invece Blacksad l’ho incontrato molto tardi, all’inizio della mia formazione alla Scuola di Fumetto, ma è scoccato subito l’amore, così come è accaduto per altre opere: Lackadaisy, Bacon e molti altri esempi. È un approccio in costante evoluzione.
Personalmente ho sempre avuto un amore abbastanza forte per gli animali, infatti è sempre stato più facile per me rendere espressivi personaggi animaleschi invece di una persona. C’è qualcosa di speciale nel rendere un animale umanoide.
Ho sempre pensato che quando si immagina la trama di una storia che si vuole realizzare, molto spesso diventa decisamente più interessante se ci si figura i protagonisti come degli animali. È una cosa che per qualche motivo mi capita anche leggendo romanzi, mi immagino il cast con le fattezze di personaggi zoomorfi.
Credo quindi che questa scelta di campo sia derivata da un’attitudine che ho dentro da sempre e dovuta alle referenze culturali che ho avuto nella mia crescita.

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Puoi riassumerci di cosa parla Traversal e quanto il fantasy influenza il tuo lavoro?
Sarò estremamente schietta: non sono una fan del fantasy.
Ho subìto un percorso: a 12 anni ero appassionatissima di questo genere, tra elfi e Signore degli Anelli, poi a un certo punto mi sono annoiata. Mi sono accorta che gli elementi narrativi erano più o meno sempre gli stessi, con minime variazioni, nelle diverse opere che incontravo, e con il tempo ho capito che preferivo altri generi, anche attinenti al fantastico ma più ancorati a qualche aspetto della realtà, come il cyber.
Di recente però mi sono riappassionata a quei temi e sono tornata al fantasy: ho iniziato a sketchare questa gatta immersa in quel tipo di atmosfere, anche se eludendo certi cliché: non c’è un eroe gigantesco nel senso classico, non c’è un mondo da salvare e non c’è una vera e propria crisi da risolvere. La storia è il viaggio di una madre che assume un paio di guide per andare dal punto A al punto B, e nel mezzo succedono diverse situazioni.
È un po’ la mia visione del fantasy: sono più vicina a Terry Pratchett e a quel tipo di ironia, piuttosto che ai capisaldi del genere, perché mi sembra uno stile narrativo più vicino al mondo odierno.
Non penso quindi che il fantasy sia un brutto tema, ma semplicemente che abbia bisogno di stimoli nuovi invece del reiterarsi degli stereotipi di quel genere che ci portiamo dietro da decenni.

Ringraziamo Federica per il tempo dedicatoci.

Intervista realizzata dal vivo a 2019

Le foto a corredo dell’intervista sono di Amedeo Scalese.

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