
L’aggettivo “derivativo” ha come definizione “che deriva da altro, contrapposto a primitivo, originario”. In letteratura, un’opera si definisce derivativa quando si basa prevalentemente su una o più opere preesistenti, riprendendone mondi finzionali, personaggi o trame per creare nuove storie.
A tale aggettivo talvolta viene associata una connotazione negativa – che in origine non gli appartiene – sottintendendo che, se un’opera è derivativa, l’autore ha faticato meno a realizzarla, poiché partiva da un canone precedente: non un plagio ma sicuramente un lavoro creativo facilitato.
Dawnrunner – miniserie in cinque parti uscita originariamente in USA nel 2024 per Dark Horse Comics e pubblicata in volume in Italia da Edizioni BD a inizio 2026 (con una anteprima a LCG 2025) – può essere senza dubbio appellata come derivativa, rientrando a pieno titolo nella definizione sopra riportata, ma al contempo è uno di quei casi in cui l’attributo non assume una connotazione negativa.
Scritta da Ram V per i disegni di Evan Cagle, i colori di Dave Stewart e Francesco Segala e – in originale – il lettering di Aditya Bidikar, Dawnrunner racconta la storia di un mondo decimato da più di un secolo di battaglie con i Tetza, gargantuesche creature che fuoriescono da una singolarità: un portale apertosi sopra l’America centrale e chiamato El Desgarron (trad. “lo strappo, lo squarcio”). Per far fronte a queste creature quasi invincibili, l’umanità ha costruito gli Iron King, enormi mecha guidati da piloti che sono vere e proprie star, in una guerra che i media hanno trasformato in uno sport. La migliore tra questi piloti è Anita Marr, scelta per guidare un robot di nuova generazione, il Dawnrunner.
È immediatamente evidente che fonte di ispirazione e omaggio dell’opera sia la saga di Neon Genesis Evangelion di Hideaki Anno (e certi suoi derivati come il film Pacific Rim del 2013), che tanto il testo quanto i disegni richiamano in vari elementi. E questa è certo una delle componenti importanti di Dawnrunner che andremo ad analizzare, ma non l’unica. Perché da un punto di vista narrativo la miniserie sviluppa vari elementi tematici cari a Ram V che ritroviamo anche in altri suoi fumetti e, graficamente, il lavoro di Cagle e dei coloristi è di fatto una sintesi di ispirazioni manga e del fumetto occidentale (europeo quanto americano), che contribuisce ad aggiungere altri rimandi dell’opera oltre a quello più evidente.
Il nostro io corazzato

In molti dei fumetti scritti da Ram V, tanto creator-owned quanto per i personaggi della DC Comics, ricorrono spesso ragionamenti e indagini narrative intorno al tema dell’identità, che lo sceneggiatore indiano declina e osserva in modi diversi e da varie angolazioni.
Limitandosi a due dei suoi lavori più recenti, in Rare Flavours si raccontano tanto la ricerca del proprio io interiore più vero da parte di un demone millenario, quanto il percorso di un giovane regista verso ciò che vuole realmente essere e fare nella propria vita. In The New Gods – maxiserie in dodici parti per DC Comics con i personaggi creati da Jack Kirby nella sua saga del Quarto Mondo – la riflessione ruota attorno all’identità divina dei protagonisti e cosa significhi confrontarsi con sentimenti come la paura, l’amore, il dolore e la speranza da parte di entità di quella natura.
In Dawnrunner Ram V si avvicina invece di più alla riflessione da lui portata avanti in un’altra sua opera per DC Comics uscita tra il 2021 e il 2022, la maxi serie in sedici numeri dedicata a Swamp Thing.
L’Iron King Dawnrunner di nuova generazione che viene pilotato dalla protagonista Anita Marr è un’evoluzione degli altri mecha usati per combattere i Tetza, che prova a risolvere un problema fondamentale che da subito si è presentato nell’uso di questi giganti meccanici, quello della incomprensione tra piloti e macchine, l’incapacità degli uni di interfacciarsi profondamente con le altre.
Il nuovo robot prova a superare questo bias grazie a un sistema operativo che si basa sulle onde cerebrali di uno dei tanti piloti morti in un secolo di battaglie, conservate in una banca dati.
Da questo presupposto parte Ram V per raccontare come, all’interno del Dawnrunner, la personalità della protagonista si confonda da subito con quella di Ichiro Takeda, i cui circuiti cerebrali sono la base del sistema operativo del mecha.
Tanto Marr che Takeda sono (e sono stati) due esseri umani segnati da tragedie: la prima ha una figlia piccola malata terminale a causa di un virus incurabile portato sul pianeta dai mostri alieni, mentre il secondo – che è vissuto negli anni dell’arrivo dei Tetza sulla Terra – è devastato dai sensi di colpa circa il destino della sua famiglia.
La corazza degli Iron King che protegge Marr nel suo lavoro è metafora della corazza virtuale che la donna costruisce attorno a sé, un modo per scappare dalla realtà al di fuori dei combattimenti, nella quale sua figlia sta morendo. Come accade a molte persone in difficoltà emotiva, la protagonista annulla una parte della propria identità per reprimere il dolore e la sofferenza, un antidoto, un anestetico mascherato dall’imperativo morale di combattere per la salvezza del genere umano.
Nel momento in cui però la mente di Marr incontra quella di Takeda, l’empatia tra due anime spezzate crea un corto circuito psicologico che, di fatto, annulla le identità singole di pilota, macchina e sistema operativo per dare vita a un qualcosa che non è più né umano né meccanico, ma che del primo conserva la forza di volontà e del secondo la potenza.
È in questo che Ram V si ricollega alla sua interpretazione di Swamp Thing, laddove il nuovo avatar del Verde, Levi Kamei, di fatto fondeva il suo lato umano con la mente collettiva vegetale. Ma se in quella storia lo scontro presentato era tra natura e tecnologia, Dawnrunner sembra superare questo dualismo, riflettendo piuttosto sull’uso che della tecnologia può essere fatto.
Rimanendo poi dalle parti di Swamp Thing, ma di quello scritto da Alan Moore, a ben vedere la fusione della propria identità umana con il non umano, lo slittamento dei propri ricordi, della propria anima da un corpo di carne a uno diverso, non può non rimandare al personaggio di Alec Holland e alla trovata narrativa che connotò l’intera run di Moore.
La corazza in Evangelion

Anche in Neon Genesis Evangelion quasi tutti i personaggi hanno grossi problemi di comunicazione: è sufficiente soffermarsi su quattro di loro per averne un’idea. Sono Shinji Ikari, Asuka Soryu Langley e Rei Ayanami – i tre Children – e Misato Katsuragi, la responsabile del reparto operativo della Nerv.
Shinji non riesce a parlare con suo padre e preferisce isolarsi piuttosto che stare con i suoi coetanei; Asuka in passato non è riuscita a farsi amare dalla madre, per la quale era del tutto invisibile, e ora si impone su chi la circonda ostentando una sicurezza che in realtà non possiede; Rei parla pochissimo e, quando qualcuno si rivolge a lei, sembra quasi sempre fuori fase; Misato strilla, ride e piange, ma non è capace di esprimersi in modo comprensibile.
Per tutti loro la comunicazione è possibile solo davanti a una sorta di specchio. Accade di rado che i Children entrino in contatto, ma l’importante è che capiti: Shinji e Asuka si respingono, si avvicinano, infine quando sembrano essersi trovati si perdono; Rei e Asuka si incontrano nello scontro; Rei e Shinji arrivano a comprendersi così a fondo che lei si sacrifica per salvare lui.
In tutti e tre i casi l’Io dialoga con l’Altro solo nel momento in cui riconosce l’Altro come Io. Al di fuori di questo circuito, un rapporto equilibrato di ascolto reciproco non è attuabile, soprattutto non è possibile tra adolescenti e adulti. Se nella condivisione di status ed esperienze, ragazze e ragazzi trovano un punto d’incontro per cui, superando le barriere, diventano un tutt’uno, con “i grandi” invece manca un terreno comune.
Ciononostante, Neon Genesis Evangelion resta una storia di relazioni: amare, serene, tristi, divertenti, frustranti, felici, traumatiche, confortevoli, sconfortanti… necessarie. Inoltre offre uno spunto interessante: quello che Anno chiama AT-Field è ciò che supporta l’individualità. Detto in altro modo, è il confine dell’anima e la fusione delle individualità in un unico essere richiede l’abbattimento di ciascun AT-Field individuale. Ridurre lo spazio che separa l’Io dall’Altro può comportare sia dolore sia piacere: talvolta va bene, talaltra va male, ma, se lo spazio aumenta, aumentano anche le probabilità che il dolore prevalga sul piacere.
È questo un punto di contatto tra l’opera giapponese e Dawnrunner: la capacità – o l’incapacità – comunicativa in entrambe sono legate al concetto di identità. Identità personale, ma anche identità “esterna” legata alla percezione che l’Altro ha dell’Io. Non è un caso che anche nel fumetto americano, nel momento in cui Marr e Takeda riescono a ridurre lo spazio “virtuale” che li separa, le loro anime trovino un sollievo reciproco e il Dawnrunner compia un balzo in avanti a livello di efficienza e funzionamento.
Non tutto funziona

Se una critica può essere mossa a Ram V è quella di non aver osato portare alle conseguenze più estreme la riflessione sul concetto di identità e sulla sua dissoluzione per un bene superiore, pagando dazio alla necessità di un finale concettualmente meno problematico e più lieto.
A ciò si lega anche la risoluzione del filo narrativo legato al destino della figlia della protagonista, il cui scioglimento ci viene frettolosamente raccontato e non mostrato e, soprattutto, pare frutto di un deus ex machina improvvisato e semplicistico.
La seconda criticità all’interno della narrazione è legata all’elemento della comunicazione. Sin dall’inizio della storia Ram V porta avanti questa riflessione su più binari. C’è – e funziona molto efficacemente – l’analisi sulla comunicazione che passa attraverso i media e il ruolo di manipolatrice che essa può avere, piegandosi a logiche economiche e finanziarie, nonché di addomesticamento delle masse.
C’è poi l’analisi riguardo l’incapacità di comunicazione tra piloti e mecha e i suoi tentativi di risoluzione attraverso la nuova interfaccia del Dawnrunner, che di fatto mette in campo una sorta di analogia con le difficoltà di comunicazioni tra esseri umani quando Marr e Takeda cercano di conoscersi reciprocamente e capire se possono fidarsi l’una dell’altro.
Infine, c’è il filone più interessante – quantomeno da un punto di vista di sviluppo di trama, tanto che per esso lo sceneggiatore crea un comprimario apposito -, cioè quello che indaga la possibilità se non di un dialogo quantomeno di una comprensione del linguaggio dei Tetza. Purtroppo Ram V dopo aver sottinteso al lettore per tutto l’arco della storia quanto questo tassello potesse essere importante per la risoluzione, lo chiude in modo frettoloso e inadeguato. Verrebbe quasi da ipotizzare che lo sceneggiatore alla fine si sia trovato a corto di spazio per dargli le giuste importanza e collocazione nel finale della storia.
La potenza del segno di Cagle
Dawnrunner è il primo fumetto creator-owned di Evan Cagle, ex regista di animazione, film, serie tv e videogame passato al fumetto. Il suo è uno stile che mischia influenze occidentali – dai comics, ma anche dal fumetto europeo – e manga e in quest’opera tale aspetto diventa preponderante sia nel carattere fortemente dinamico e cinematico che riesce a infondere nelle sequenze di battaglia, in cui linee di movimento e tagli di inquadratura trasmettono la velocità, la potenza e la concitazione del momento, sia in alcuni omaggi a inquadrature e sequenze che potremmo definire topoi di certa animazione giapponese.
L’entrata in scena del Dawnrunner nell’albo di esordio ne è un perfetto esempio. La tavola è divisa in tre vignette separate da due tagli diagonali, con quella centrale molto più grande rispetto alle altre due: nella prima un piano lunghissimo mostra dall’alto un bosco tagliato da un’enorme scia di polvere sollevata dal nuovo Iron King, che compare in tutta la sua potenza per la prima volta su pagina nella vignetta centrale. La chiusura è un primo piano sul volto robotico del mecha, attraversato da un fitto reticolo di linee cinetiche che ne suggeriscono la velocità di movimento.
È questa una sequenza che ritorna in tanti manga e anime con i medesimi protagonisti, quasi un passaggio obbligato per questo tipo di produzione, e Cagle la fa sua rendendola al contempo un omaggio e un elemento fondante della narrazione visiva.

Altro elemento da sottolineare nel lavoro grafico del visual artist è tutto lo sviluppo dei character design tanto dei personaggi quanto degli Iron King e dei Tetsua, ben descritto e illustrato nell’appendice degli extra del volume.
In particolare, l’evoluzione del design del Dawnrunner è particolarmente interessante, perché, se è evidente che nel suo aspetto ci siano senza dubbio elementi derivati dagli Eva, l’idea messa in essere che il nuovo mecha dovesse apparire come una sorta di auto di Formula Uno rispetto alle utilitarie rappresentate dagli altri Iron King – a sottolineare il salto esponenziale dal punto di vista tecnologico – è efficace e vincente. Il gap visivo tra il nuovo mecha e gli altri robot, tanto per conformazione quanto per cromatismo, diventa un altro elemento narrativo importante che connota la storia.
Ovviamente, il lavoro fatto ai colori da Dave Stewart nei primi quattro numeri e da Francesco Segala in quello finale è altrettanto fondamentale.
Se è vero che la differenza di stile tra i due artisti appare molto evidente (e per certi versi stridente), entrambi usano la palette cromatica in maniera espressiva, legandola agli stati d’animo o alla violenza degli scontri – a seconda del momento – e soprattutto decidendo spesso di usare una colorazione monocromatica e declinata secondo varie tonalità della stessa tinta, che siano rossi, verdi, gialli o blu.
Dawnrunner for Dummy (Plugs)

In chiusura, ci concediamo un piccolo divertissement, a partire dal titolo del paragrafo: la fonte delle informazioni relative a Neon Genesis Evangelion (d’ora in avanti NGE) è il libro Evangelion for Dummy (Plugs) di Cristiano Brignola e Francesco Tedeschi, edito da Dynit nel 2020. Senza pretesa di essere esaustivi, torniamo su alcuni concetti e offriamo ulteriori spunti di confronto a chi desideri affrontare o riaffrontare la lettura di Dawnrunner tenendo presente l’anime di Hideaki Anno.
- Novantasei anni prima degli eventi narrati “in diretta” in Dawnrunner, da un Ponte Schwarzschild sul Guatemala escono i Tetza, da subito identificati come alieni. Le creature vengono rinchiuse nel Muro, una modalità di contenimento e di difesa per gli umani. Si tratta di una soluzione opposta quella trovata in NGE, in cui Neo Tokyo-3 è una cittadella fortificata che tiene la gente chiusa dentro e i nemici al di fuori, Questi ultimi sono i cosiddetti Angeli, il cui DNA coincide per il 99,89 % con quello umano.
Anche le premesse dello scenario apocalittico presentato nell’opera sono diverse: in NGE sono molto più elaborate. A scuola, durante una lezione, un insegnante spiega che il Second Impact sarebbe la causa della devastazione del mondo: quindici anni prima del presente narrativo un meteorite si sarebbe schiantato al Polo, causando lo scioglimento dei ghiacci e la relativa apocalisse. Con il Second Impact l’innalzamento delle acque sommerge intere città, il mare intorno al Polo Sud diventa rosso sangue e costellato di colonne di sale, la Terra va incontro a un brusco cambiamento climatico che porta a un’estate perenne. Proseguendo la visione della serie si scopre che il cataclisma è stato provocato dagli esperimenti su Adam, il primo Angelo, definito da Gendo “il primo essere umano”. - Per dare la caccia ai Tetza vengono creati gli Iron King (o “I-K”) così come per contrastare gli Angeli si utilizzano le Unità Evangelion (o “Eva”). Per semplificare al massimo, possiamo ridurre gli I-K e gli Eva a “robottoni” con qualcosa di più, di cui parleremo più avanti.
- Anita Marr, la protagonista di Dawnrunner, dice che il suo I-K precedente la teneva al sicuro e che si comprendevano, perciò è diffidente quando le viene affidato Dawnrunner, il modello di Iron King più recente ed efficiente. Gli scienziati però specificano che il pilota e il nuovo I-K non sono entità separate e che si capiscono, quindi la donna può stare tranquilla. Come abbiamo visto, la comprensione è uno snodo importante di NGE: dopo una serie di battaglie, Shinji Ikari, l’eroe riluttante, ottiene quella dell’Eva-01, ossia l’Unità Evangelion che gli è stata assegnata, ma spesso non riesce a capire né a farsi capire dagli esseri umani.
- Il valore di Dawnrunner è ribadito da Andro Lestern, il capo della Cordonware – una delle cinque corporation che governano il mondo in lotta con i Tetza dopo lo scioglimento dei governi delle varie nazioni -, che ricorda Gendo Ikari, padre di Shinji e direttore dell’agenzia governativa Nerv. Andro afferma che Dawnrunner è il “singolo I-K più efficiente mai costruito”.
- Quando sale a bordo di Dawnrunner, Anita entra in un pod e viene sommersa da un liquido verdognolo. Similmente, per pilotare l’Eva-01, Shinji si infila nell’Entry Plug che contiene un liquido giallastro chiamato “LCL”.
- Dawnrunner condivide con l’Eva-01 la capacità di autoriparazione.
- Se Dawnrunner ha una modalità automatica, per gli Eva si parla di Dummy Plug: un’intelligenza artificiale con gli schemi comportamentali di piloti umani. Ma c’è di più, c’è il Dummy System, il pilota automatico dell’Unità Evangelion, che dovrebbe sopperire alle carenze del pilota umano (nella fattispecie di Shinji). Nel caso dell’Eva-01 il Dummy System si rivela un fiasco, perché il robottone va in berserk, cioè agisce arbitrariamente.
- Quando Dawnrunner annienta il suo primo Tetza, lo fa entrando in una sorta di modalità berserker, definita “brutalmente efficiente”. Allo stesso modo l’Eva-01 sconfigge il suo primo avversario dopo essere sfuggito al controllo del pilota.
- Avendo affrontato l’aspetto più meccanico dei robottoni delle due opere, è giunto il momento di passare a qualcosa di più metafisico, o perlomeno di più complesso. Abbiamo anticipato che, secondo gli scienziati, Anita e Dawnrunner non sono entità separate e che si capiscono; ora aggiungiamo una considerazione presente nel fumetto di Ram V e Cagle: intimamente, il corpo dell’I-K è l’estensione della mente della donna. La connessione, però, non finisce qui, perché Dawnrunner ha “un cervello umano come sistema operativo“: nell’unità di calcolo dell’Iron King è conservato lo spirito del maggiore Ichiro Takeda, un uomo che nel passato ha vissuto in prima persona le conseguenze dell’avvento dei Tetza, perdendo le persone più care.
In NGE, la dottoressa Akagi (la mamma della scienziata Ritsuko) dice che gli Eva sono personalità artificiali a cui è stata infusa un’anima; in particolare, Yui (la mamma di Shinji) ha donato la propria essenza all’Eva-01, mentre l’Eva-02 è abitato dallo spirito della madre di Asuka. Inoltre, diventa presto chiaro che la Nerv conosce un modo per trasferire la personalità degli esseri umani dentro alcuni macchinari. - In Dawnrunner si individua qualcosa di molto simile a quello che in NGE viene chiamato “tasso di sincronia” tra il pilota e il suo Eva. Perché questo elemento diventi degno di nota, nel fumetto, bisogna aspettare un evento particolare: l’arrivo di un Tetza più temibile dei precedenti e anticipato da una sorta di richiamo. Questo alieno viene soprannominato “Primo” e può affascinare i fan di NGE perché, su un corpo enorme, presenta una faccia piccola che ricorda quella di Sachiel, il primo Angelo combattuto da Shinji. Contro Primo, Anita e Dawnrunner sono in difficoltà, tanto che gli scienziati affermano che possono tirare fuori dall’I-K il corpo di Anita ma non la sua mente. Prima che sia possibile agire, Dawnrunner assorbe Anita e avvia una specie di regressione primordiale, come se si trattasse di una modalità berserker all’ennesima potenza. Anche in NGE, a un certo punto della serie, le cose si complicano: mentre tra la prima e la seconda venuta degli Angeli sono trascorsi quindici anni, tra gli arrivi del terzo e del quarto Angelo passano solo due settimane, segno che il pericolo di una nuova apocalisse è sempre più concreto. Come se non bastasse, progressivamente gli Angeli acquisiscono intelligenza e si comportano in modo meno casuale. Capiamo che il gioco si fa duro e… a mali estremi, estremi rimedi. Come in passato Yui è scomparsa dentro l’Unità Evangelion, così Shinji, nel presente, viene sciolto nell’Eva; la capacità di “ritornare” è solo frutto della volontà del pilota di recuperare la sua esistenza fisica.
- Un altro paragone tra Anita e Shinji può essere elaborato sulla base delle motivazioni per le quali entrambi pilotano i robottoni. La protagonista di Dawnrunner afferma che combattere mostri è tutto quello che le rimane, mentre il giovane Ikari prima dice che pilota l’Eva per sentirsi lodato da suo padre, successivamente sostiene che vuole che Gendo si penta di averlo abbandonato quando era bambino.
- Diversamente dalle figure genitoriali presenti in NGE, troppo prese dalle loro ricerche per ricordarsi di avere dei figli, Anita è comunque una mamma amorevole. Tra lei e sua figlia Annie c’è un rapporto di affetto reciproco, nonostante la malattia della bambina e il lavoro della donna le costringano a stare lontane per periodi più o meno lunghi.
- Annie stringe tra le mani un giocattolo a forma di robot e questo elemento ci fa venire in mente la mamma di Asuka Soryu Langley, che tiene vicina a sé una bambola. La dottoressa Soryu, che poi si è suicidata a causa di un crollo psicologico, non riconosceva sua figlia che identificava proprio nella bambola alla quale parlava spesso.
- Dopo esserci concentrati sugli aspetti più significativi che accomunano le due opere, evidenziamo due dati di contorno, a partire dal fatto che in Dawnrunner le nazioni siano state sostituite da cinque corporazioni e che Andro si relazioni con l’equivalente non olografico ma in presenza della Seele. Spieghiamoci meglio: mentre il signor Lestern parla con persone in carne e ossa, Gendo ha più volte a che fare con degli ologrammi di persone sedute su neon colorati. Si tratta dei membri della Seele (“anima” in tedesco), associazione che in NGE riveste un ruolo simile a quello degli Illuminati e del Nuovo Ordine Mondiale. In altre parole è un’élite in grado di muovere enormi capitali, caratterizzata da un’estrema religiosità, che la avvicina a una setta, e da un’impronta transumanista.
- Per concludere, guardiamo al finale di Dawnrunner in cui si ipotizza che l’obiettivo dei Tetza sia “far progredire l’evoluzione meccanica umana”. In NGE la Seele sostiene il Progetto per il Perfezionamento dell’Uomo, un’evoluzione forzata che passa attraverso lo scontro con gli Angeli e che dovrebbe culminare nel ritorno dell’umanità a ciò che era all’alba della sua creazione: un mare indistinto di LCL, in cui il singolo individuo non esiste più perché si è fuso con tutti gli altri.
Dawnrunner resta dunque un’opera a fumetti apprezzabile e, a parere di chi scrive, riuscita e il suo lato derivativo può anche essere letto come un invito, per quei lettori che ancora non lo conoscessero, ad approfondire l’universo di Neon Genesis Evangelion, arricchendo di fatto il loro immaginario, anche solo per divertirsi – come abbiamo provato a fare anche in questo pezzo – a trovare similitudini e differenze tra la creazione di Ram V e Cagle e quella di Anno. Perché l’apprezzamento per un’opera risiede tanto nella qualità che essa esprime, quanto nella capacità di chi la fruisce di metterla in relazione e in risonanza con altre opere che fanno già parte del proprio bagaglio culturale.
Abbiamo parlato di:
Dawnrunner
Ram V, Evan Cagle, Dave Stewart, Francesco Segala
Traduzione di Denise Venanzetti
Edizioni BD, 2025
128 pagine, cartonato, colori – 20,00 €
ISBN: 9788834939871
