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Il dialetto milanese incontra Topolino

A Milan Games Week & Cartoomics 2025 abbiamo intervistato Francesca Agrati, Blasco Pisapia a Roberto Gagnor su “Il milanese nelle storie di Topolino”
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L’edizione 2025 di Milan Games Week & Cartoomics è stata l’occasione per la redazione di Topolino di presentare il volume Il milanese nelle storie di Topolino, che ristampa le storie Zio Paperone e il PDP 6000 di Niccolò Testi e Alessandro Perina e Ciccio e la memoria ghiottonadi Roberto Gagnor e Giampaolo Soldati nella doppia versione in italiano e in dialetto lombardo.
Abbiamo assistito alla presentazione del fumetto e scambiato quattro chiacchiere con Francesca Agrati, senior editor della redazione del magazine disneyano che ha curatola pubblicazione, Blasco Pisapia che ha disegnato la cover del volume e Roberto Gagnor che ha sceneggiato
La memoria ghiottona, ambientata su e giù per la Lombardia.
La conferenza è stata molto divertente, grazie alla partecipazione straordinaria sul palco di Germano Lanzoni, meglio noto come volto de Il Milanese Imbruttito per l’omonima pagina social che dipinge vizi e virtù dei cittadini all’ombra della Madonnina.
L’attore ha raccontato aneddoti simpatici su alcuni intercalari tipici del capoluogo, come l’ormai celeberrimo “taaaac”, scambiando anche alcune battute con gli autori e leggendo alcuni stralci dalle storie nella traduzione dialettale.
Pisapia ha raccontato invece il proprio legame con Milano – a dispetto delle sue origini campane – e le ispirazioni per la composizione della copertina, mentre Gagnor è ritornato con la memoria ai dietro le quinte della sua storia contenuta nel volume, ma anche del suo lavoro in generale, intrattenendo con la consueta ironia e leggerezza.
Subito dopo l’evento abbiamo avuto modo di condurre una breve chiacchierata con Agrati, Pisapia e Gagnor partendo proprio da
Il milanese nelle storie di Topolino.

Milanese cover

Ciao Blasco, e grazie per il tempo che ci dedichi.
Partiamo dalla copertina del volume presentato qui in fiera: puoi raccontarci il percorso che ha portato al risultato finale?
Il punto di partenza era ovviamente la volontà di inserire un po’ di elementi tipici di Milano: volevo fare un riassunto della città e quindi ho pensato che l’iconico tram ci stava bene, per poi aggiungere un sacco di oggetti di scena, presi proprio dalle strade milanesi e che mi piacevano di più, come il panettone di cemento di Enzo Mari; c’è poi un doppio Luca Beltrami, perché l’architetto ha realizzato la Torre del Filarete ma si dice che abbia anche disegnato la Vedovella, cioè la fontanella tipica del capoluogo lombardo.
In ogni caso volevo che fosse il tram ad avere un ruolo centrale nel disegno, anche per la coincidenza del condividere la stessa età di Topolino: la cosa più difficile è stata capire chi mettere sul tram, considerando personaggi già usati in altre cover recenti e le quote tra Paperi e Topi da rispettare, ma dal risultato finale potete vedere chi tra i membri del cast l’ha spuntata!

Da Milano fino a Napoli e dintorni, hai disegnato La casa della storie, una serie dedicata all’Archivio di Stato del capoluogo campano. Cosa ci puoi dire di quell’iniziativa?
Sono storie scritte da Marco Bosco partendo da spunti tratti da documenti che sono conservati nell’Archivio di Stato di Napoli, alcuni molto famosi e altri delle chicche da appassionati. Ne sono stati selezionati una decina dall’allora direttrice dell’Archivio, e da questi sono stati scelti i cinque oggetti attorno ai quali costruire altrettante storie. La particolarità era data dall’indicazione per cui non si potevano ritrarre luoghi reali, dunque non si poteva parlare espressamente dell’Archivio Storico, ma si è dovuto inventare un luogo campano di fantasia; abbiamo allora ideato la città fittizia di Torremare che si presenta come un collage di pezzetti presi da varie località reali della zona, ovviamente tutti caricaturati con la linea morbida dello stile Disney. All’inizio è stato un paletto che mi ha creato qualche perplessità, ma poi ho trovato che questa richiesta rendesse tutto molto più divertente perché poter creare le ambientazioni unendo scorci prevenienti da varie località è stato simpatico e stimolante, con un risultato nuovo ma al contempo familiare grazie al quale molti lettori hanno riconosciuto tanti posti che hanno frequentato o vissuto. Io e Marco Bosco abbiamo lavorato bene insieme, ci siamo anche incontrati in un paio di occasioni ed è stata l’opportunità per conoscerci di persona.

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Un’ultima domanda incentrata sull’architettura, prima di passare a Francesca: negli anni hai curato diversi inserti sulle case dei personaggi e sulla descrizione di Paperopoli e Topolinia. Che tipo di lavoro è stato e che differenze aveva rispetto a disegnare storie a fumetti?
Io penso che l’architettura sia un testo che racconta. Quando ai miei allievi parlo di character design insisto molto sul fatto che anche tutto quello che c’è intorno ai personaggi deve raccontare l’azione con altrettanta efficacia, perché può servire a parlare altrettanto bene dei personaggi stessi: mentre nei dialoghi qualcosa di troppo detto può risultare stucchevole o allungare inutilmente il brodo, un dettaglio in più messo in un ambiente può esprimere molto dei personaggi. Questo è stato il punto di partenza quando nel 2002 l’allora direttrice di Topolino Claretta Muci mi chiese di fare degli speciali sulle case dei personaggi di Paperopoli; in seguito la guida vera e propria alla città dei Paperi è stata una deriva di quella vecchia esperienza, perché è proprio partendo da quel lavoro che la direttrice successiva, Valentina De Poli, mi chiese di pensare a una guida di viaggio completa. La cosa carina che pensammo insieme fu quella di affidare ogni itinerario a un diverso personaggio – metodo replicato poi per Topolinia – in modo che fosse un’occasione per raccontare quella determinata figura, perché in fondo ognuno di loro racconta la propria città dal suo punto di vista.
L’architettura di Paperopoli negli anni si è sviluppata molto attraverso il lavoro delle centinaia di fumettisti disneyani, dagli ambienti che venivano ritratti dagli autori americani a quello che poi nel tempo è stato inserito da artisti di tutto il mondo. Come per la copertina de Il milanese visto da Topolino, quindi, si è trattato di un lavoro di sottrazione perché di materiale da cui attingere ce n’era fin troppo: dovevo costruire dei fili conduttori coerenti con i singoli personaggi o pescando dalle migliaia di storie a disposizione, con un attento lavoro di rilettura e di documentazione, oppure assegnando un aspetto a delle cose che magari ne avevano avuti troppi o non ne avevano mai avuti. Un lavoro in due direzioni, sostanzialmente.

Milanese PDP6000

Francesca, grazie anche a te per il tempo che ci dedichi.
Torniamo a un discorso più generale: abbiamo parlato dell’iniziativa dialettale e di quella sull’Archivio Storico di Napoli, quanto è importante per Topolino essere calato nel territorio del nostro Paese?
È una scelta che quest’anno in particolare (2025, N.d.R), con il progetto sui dialetti, è stata fatta in maniera più sistematica rispetto al passato, ma le storie di Topolino sono sempre state ambientate non solo in mondi di fantasia ma anche all’interno della geografia reale, il più delle volte proprio in Italia: la maggior parte degli artisti disneyani, come sapete, è italiana e vive proprio nel nostro bellissimo Paese, e spesso sono proprio sceneggiatori e disegnatori che propongono un omaggio alla propria zona o a posti che hanno visto o scoperto. Dall’altra parte, per un lettore credo sia bello vedere che Topolino parla di un luogo che conosce, che gli è caro o che semplicemente sarebbe curioso di approfondire. Quando da piccola leggevo per esempio storie ambientate a Venezia, città che non avevo ancora mai visto ma che sapevo essere reale (a differenza magari, che so, della terra dei Tapirlonghi!), avevo la possibilità di “viaggiare” e scoprire, e sognare il momento in cui davvero ci sarei stata… trovo che sia un regalo bellissimo che una narrazione, a fumetti e non, può fare. Quando poi incontri artisti che raccontano o illustrano luoghi che hanno visto e in cui hanno vissuto, con tutto il carico di passione, ecco che si ha l’apoteosi della rappresentazione, visiva ed emotiva.
Per quanto riguarda il dialetto, invece, siamo in un ambito del tutto nuovo: Topi e Paperi per la prima volta non sono più solo calati nella geografia di un luogo reale, ma anche nella parlata, faccenda che è decisamente difficile da rendere editorialmente, e anche da fruire, da parte del lettore. Il progetto alla base di questo volume è stato una sorta di upgrade rispetto a quello delle uscite su Topolino, perché stavolta c’è il testo a fronte: allora c’era la possibilità di acquistare il giornale in italiano e/o nel dialetto locale, mentre questo volume racchiude entrambe le versioni per tutte e due le storie, e chiunque può divertirsi a leggere le vignette in dialetto cercando di interpretare cosa dicono i personaggi. Se e quando si arrende, guarda la pagina accanto con la traduzione a fronte, così non solo può capire ma anche… imparare!

Certo, anche perché spesso i nostri dialetti sono quasi equiparabili a delle vere e proprie lingue, con la loro codifica e la loro grammatica. Si proseguirà anche con altri dialetti, oltre agli otto già affrontati nel 2025?
Quando uscì su Topolino la prima tranche di questa iniziativa (gennaio 2025), intervistai per l’occasione Riccardo Regis, Professore ordinario di Linguistica italiana dell’Università di Torino, che ha coordinato le attività di tutti i colleghi, e ho chiacchierato con lui anche per il volume de Il Milanese, insieme al traduttore “locale” Vittorio Dell’Aquila, esperto di linguistica storica: uno dei temi principali è stata la difficoltà di “canonizzare” il dialetto da utilizzare nei balloon. Quando si sono occupati di questa operazione si sono soffermati moltissimo sulle scelte di ogni singola grafia, parola, accento, costrutto… paradossalmente è più semplice fare una traduzione in una lingua straniera! E capisco bene la difficoltà di portare addirittura su carta una lingua parlata che varia sensibilmente anche tra luoghi confinanti: i miei nonni materni e paterni vivevano in due paesi diversi, tra Milano e Varese, a sei chilometri di distanza uno dall’altro, eppure pronunciavano in maniera leggermente diversa alcune parole dialettali… e ognuno voleva avere ragione di quale fosse “la migliore”!
Sicuramente il progetto proseguirà, come abbiamo anticipato: già a gennaio 2026 [NdR: su Topolino #3660] ci saranno altre quattro uscite su Topolino, e continueranno anche i volumi “singoli”, con Romanesco, Torinese e Napoletano.

Milanese memoria ghiottona

Ciao Roberto, e grazie per il tempo che ci dedichi.
Partiamo con una domanda relativa al volume Il milanese visto da Topolino presentato qui in fiera. Tu sei stato incluso con la storia Ciccio e la memoria ghiottona che ora è stata tradotta per l’occasione. Raccontaci come è nata questa avventura e com’è stato il suo percorso per arrivare in questa uscita.
È nata dalla mia volontà di raccontare la Lombardia e l’Italia facendolo, nello specifico, attraverso il cibo, ma anche con la cultura. Adesso è stata ripubblicata in doppia versione, italiano e milanese, e mi sono divertito molto a rivederla in questa veste. Trovo che la redazione, e in particolare Francesca Agrati e Serena Colombo, abbiano fatto un bel lavoro per la cura che ci hanno messo. Nel volume c’è anche un mio testo sul rapporto tra dialetto e fumetti, perché lo uso spesso nelle mie sceneggiature: ricorro in particolare al piemontese, date le mie origini, e ritengo sia una parte dell’invenzione linguistica che ti permette di divertirti con le parole. Infatti ho citato degli esempi personali, come il corridore straniero «Stusi Abu Janen”, che avevo messo in una storia sulle Olimpiadi e che in piemontese vuol dire «questo non si muove», ma sembra un nome esotico!

Il dialetto infatti è bello anche a livello fonetico, spesso evocando immaginari di fantasia o di termini naturali.
Esatto! Basta riscrivere all’inglese la parola in dialetto: nel mio ciclo di PK avevo usato Tuiroon – che in piemontese suona come la parola che significa «mal di stomaco» – come nome per un alieno evroniano che, essendo cattivo, nella mia visione dava il mal di stomaco agli altri! Anche in un’altra mia storia di alcuni anni fa avevo messo tutti i nomi alieni che erano la versione inglesizzata di paesi del Piemonte pronunciati in dialetto locale. Quindi sì, per me rappresenta una parte importante dell’invenzione narrativa.

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Negli scorsi anni hai firmato la sceneggiatura delle nuove versioni disneyane di Iliade e Odissea, ristampate insieme in un volume uscito a giugno 2025: ce ne vuoi parlare?
Sono contento di aver avuto la possibilità di occuparmene perché sono soddisfatto di come sono venute. Donald Soffritti e Alessandro Perina – che le hanno disegnate – hanno fatto un lavoro strepitoso così come Paolo Mottura per la copertina del volume. Ho voluto costruire un’operazione il più possibile filologica e quindi mi sono riletto i poemi e mi sono ristudiato i testi; è stata una bella esperienza proprio per la possibilità di reinterpretare le due opere con il loro formato e il loro afflato originale, dando una chiave da kolossal e portando più livelli di lettura.
Tutto entra nel calderone della creatività e tutto diventa Topolino, tutto può venire quindi tradotto nel linguaggio Disney e diventare una forma di cultura. Per cui è stata una cosa di cui sono molto felice e infatti sto pensando di riprendere qualche altra opera in salsa disneyana, magari non più dell’epoca classica: l’intenzione è quella di scrivere almeno un’altra parodia filologicamente accurata, come del resto già abitudine da un decennio a questa parte sul settimanale.

Anche perché, pensando proprio a Iliade e Odissea, c’erano già state delle parodie precedenti firmate da Guido Martina, che però si distanziavano molto dagli originali rispetto alle tue versioni che puntano effettivamente a essere più aderenti alle fonti letterarie.
Esatto! Martina ha scritto storie meravigliose, però personalmente preferisco le sue ultime parodie come La storia di Marco Polo detta Il Milione, Paperino e il vento del sud, Messer Papero, Buck alias Pluto e il richiamo della foresta perché erano più fedeli all’opera di partenza; la sua verve caratteristica non mancava comunque ma i risultati erano più entry level per chi come me leggeva quei fumetti prima di affrontare i romanzi originali. Quindi a mia volta ho cercato di percorrere quella strada, per certi versi è più lunga, ma mi sono divertito un sacco. Per fare un esempio, ho ancora a casa un diagramma di tutti i Paperi e i Topi con lo schema su come incastrarli nei vari ruoli di dei e umani, ci ho lavorato tantissimo ma con gioia e ne sono soddisfatto. Aver messo Pippo nei panni di Omero, per esempio, mi ha permesso di giocare con la tradizione omerica, che in quanto orale poteva contenere anche errori e incongruenze: chi meglio di Pippo, quindi, casinista per antonomasia?

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Ci puoi anticipare cosa uscirà di tuo nei prossimi tempi?
C’è una storia particolare per Topolino a cui sto lavorando, ma purtroppo non posso ancora dire nulla al riguardo. Ci sono comunque diverse altre mie avventure Disney in arrivo: una, già disegnata da Marco Palazzi, che ha un che di Doctor Who. Ci sono poi ancora due avventure a tema mitologico, una con i Paperi e una con i Topi [NdR: quest’ultima uscita su Topolino #3662], facenti parte del ciclo Che mito! per il quale è già uscita nel 2025 Paperofonte e le consegne alate. Poi, fuor di Disney, c’è la seconda stagione della serie animata Food Wizards, con i personaggi che ho inventato e di cui sono capo sceneggiatore, che uscirà credo presto [NdR: uscita in anteprima su RaiPlay il 16 gennaio 2026 e dal 20 gennaio 2026 su RaiGulp].

Foto di Alessandro Mercatelli e Gianluigi Filippelli.
Intervista realizzata dal vivo il 29 novembre 2025
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Francesca Agrati

Impara a leggere sulle ginocchia della zia Lalla, osservando su Topolino e Almanacco Topolino i disegni con quei buffi Paperi e Topi, con un debole per le storie di Ezechiele Lupo e i Tre Porcellini (a proposito, da 35 anni ne cerca una di cui ricorda solo il finale, con una montagna di purè… chissà che qualcuno la ritrovi per lei). A scuola le piace scrivere temi e raccontare (rigorosamente per iscritto, perché allora è ancora molto timida), scoprire la letteratura, imparare il latino. I numeri, quelli no: li sfida ogni tanto (al liceo scientifico non puoi fare altro) ma sa che si può essere buoni amici anche a distanza. Studia comunicazione e pubblicità, perché nel frattempo ha imparato il fascino dei diversi linguaggi con cui esprimersi. Dopo la laurea, invia 200 curricula, contati. Il 201esimo ridendo lo manda a The Walt Disney Company. Chissà se Gastone le ha prestato un po’ di fortuna, fatto sta che inizia a collaborare, prima nell’adv, poi in redazione, dove conosce quella che ha sempre definito come la sua “seconda famiglia”. Con Claretta prima e Valentina poi, e il supporto di tutti i colleghi più esperti, “Francy la Piccola” impara un sacco di cose su come si fa la giornalista, come si scrivono le storie, come si gestisce un sito, come si fanno progetti grandiosi. Quello che la muove è la passione, e quella sensazione di “cuore allargato” che sente ogni volta che un bambino (ma anche un grande) sorride quando incontra il mondo di Topi e Paperi. Con tanta umiltà, sotto la supervisione di Tito Faraci, inizia anche a sceneggiare qualche storia. E insieme al mitico disegnatore Giuseppe “zio” Ferrario si diverte un mondo soprattutto con il graphic journalism. D’altra parte l’idolo di lei è Paperetta Yè Yè (insieme a Pennino e Paperoga), soprannome con cui la chiamano spesso, e con cui si presenta alla commissione per sostenere l’esame da giornalista, con una tesina sui Toporeporter (per la cronaca: esame passato). Al momento le velleità di sceneggiatrice pivella sono accantonate per mancanza di tempo. Ma l’entusiasmo con cui affronta la vita redazionale a Topolino (fatta anche di fumetti) non è diminuito, anzi. E sta accuratamente educando la figlia Amélie al mondo meraviglioso e unico di Topi e Paperi.

Blasco Pisapia

Nato in Irpinia, ma trapiantato a Napoli ancora in fasce, Blasco resta nel capoluogo partenopeo per i primi trent’anni, e qui compie gli studi, dall’asilo (ripetuto due volte) fino alla laurea in architettura. Fin da piccolo, i suoi genitori assecondano la sua attitudine al disegno. Intuizione? Premonizione? Mecenatismo? Niente di tutto questo: semplicemente, in tempi in cui i dvd e i vhs erano di là da venire, mettere il piccolo Blasco davanti a un foglio si rivelava un modo efficace per farlo stare buono. Ma la cosa prende piede: di lì a qualche anno tutti i suoi quaderni scolastici, i libri, i diari e pure gli appunti saranno istoriati con pupazzetti dalle fattezze disneyane. La prof di italiano capisce subito due cose di quell’allievo un po’ svagato: non va mai interrogato alla prima ora (per via delle sinapsi che cominciano ad attivarsi solo a partire dalle nove e mezza) e se lo si vede scrivere forsennatamente durante la spiega…. be’, non è per prendere appunti, ma per trasporre la lezione in forma di fumetto istantaneo, con tanto di caricatura del relatore in calce. All’università, le cose andranno decisamente meglio: dietro le fotocopie delle dispense c’è un sacco di spazio per scarabocchiare. Completati gli studi, Blasco crede di essere finalmente diventato una persona seria e si mette a fare l’architetto. Dura poco: un bel giorno si sorprende a disegnare testoline di Sgrizzo, Paperetta e compagnia su un computo metrico. Che sia arrivato il momento di prendere sul serio la sua mancanza di serietà? Di lì a poco, si trasferisce a Milano e comincia a collaborare con Massimo Marconi, che qualche volta gli affida, oltre ai disegni, anche i soggetti e le sceneggiature delle proprie storie, tanto per farlo divertire il doppio. Ogni tanto, tornando alla sua vecchia passione, si dedica allo studio di topos topolineschi e papereschi, sfornando mappe, planimetrie e vedute varie delle città in cui abitano i suoi beniamini. È sempre un’esperienza bellissima, tranne quella volta che Dinamite Bla si voleva costruire una veranda abusiva. Decide così di collaborare alla progettazione esecutiva di parchi di divertimento e spazi espositivi a tema. Almeno, lì nessuno usa lo spingardino. In campo editoriale, collabora come illustratore per diversi editori. Del 2011 è la sua graphic novel Il pastore della meraviglia.

Roberto Gagnor

Roberto Gagnor ha studiato regia ai Film&TV Workshops di Rockport (USA) e alla Scuola Holden con Abbas Kiarostami, e sceneggiatura al VII Corso RAI-Script a Roma. Ha vinto “Talenti in Corto” del Premio Solinas con Il Numero di Sharon, premiato a Corto Lovere e in vari festival. Il suo primo film da sceneggiatore, Sommer Auf Dem Land, è uscito nel 2012 in Germania e Polonia. Ha scritto per Mediaset, Comedy Central, Atlantyca e Rainbow (Gormiti – The New Era). È il co-creatore e capo-autore di Food Wizards, serie a cartoni animati sull’alimentazione funzionale, con RAI, MAD Entertainment e Zocotoco, Premio Cartoons on The Bay 2022: a inizio 2026 è uscita la seconda stagione. È il co-fondatore di Magical Realist, società di coproduzioni tra Italia e Germania, il cui documentario Miss Holocaust Survivor ha vinto il Premio Lubitsch nel 2024. Scrive fumetti per Topolino dal 2003 e ha firmato più di 300 storie Disney in italiano e inglese, tra cui il ciclo della Storia dell’Arte di Topolino, vincendo il Premio Guidarello 2019. Tra le altre sue opere a fumetti, Le Gocce, Dieci – I 10 giorni che hanno fatto la storia della Juventus, i tre volumi de La Smagliante Ada e i tre de L’Attimo Decisivo, distribuiti dalla Protezione Civile in tutte le scuole italiane. Insegna sceneggiatura alla Scuola Comics di Torino e all’Ist. Cinematografico Antonioni di Busto Arsizio, oltre a tenere laboratori di fumetto per ragazzi.

Andrea Bramini

Andrea Bramini

(Codogno, 1988) Dopo avere frequentato un istituto tecnico ed essersi diplomato come perito informatico decide di iscriversi a Scienze Umane e Filosofiche all'Università Cattolica del Sacro Cuore, dove a inizio 2011 si laurea con una tesi su "Watchmen". Ha lavorato per un'agenzia di pubbliche relazioni ed è attualmente impiegato in un ufficio.
Appassionato da sempre di fumetti e animazione Disney, ha presto ampliato i propri orizzonti imparando ad apprezzare il fumetto comico in generale, i supereroi americani, i graphic novel autoriali italiani ed internazionali e alcune serie Bonelli. Ha scritto di queste passioni su alcuni forum tematici ed è approdato su Lo Spazio Bianco nel 2011, entrando qualche anno dopo nel Consiglio direttivo.

Gianluigi Filippelli

Gianluigi Filippelli

Gianluigi Filippelli (Cosenza, 1977) ha conseguito laurea e dottorato in fisica presso l'Università della Calabria. Attualmente lavora presso l'Osservatorio Astronomico di Brera (Milano) dove si occupa di Edu INAF, il magazine di didattica e divulgazione dell'Istituto Nazionale di Astrofisica di cui è editor-in-chief.
Tra i suoi interessi, le applicazioni della teoria dei gruppi alla fisica e la divulgazione della scienza (fisica e matematica), attraverso i due blog DropSea (in italiano) e Doc Madhattan (in inglese). Collabora da diversi anni al portale di critica fumettistica Lo Spazio Bianco, dove si occupa, tra gli altri argomenti, di fumetto disneyano, supereroistico e ovviamente scientifico.
Last but not least, è wikipediano.

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