Durante l’edizione 2025 di Milan Games Week & Cartoomics abbiamo intervistato Ivan Bigarella, disegnatore in forza a Topolino che si è occupato anche di alcune iniziative a fumetti Disney per il mercato internazionale, al quale abbiamo chiesto qualcosa sulle sue opere più recenti.

Ciao Ivan, e grazie per il tempo che ci concedi.
La prima domanda è sulla serie Circus, scritta da Giovanni Di Gregorio, che sta proseguendo da diversi mesi su Topolino: come ti sei trovato a far parte di questo progetto?
È stato fantastico perché è una serie che dà modo di esprimersi molto a livello di disegno: attestandosi su toni dark come atmosfere generali, c’è stata la possibilità di utilizzare anche un segno un pochino più gotico, che fa il verso a Tim Burton come idea. Inoltre lavorare con il maestro Paolo Mottura è stato fantastico perché ci siamo confrontati con frequenza fin dalla fase di studio dei personaggi, dove ha lasciato a me il compito di delineare il character design dei vari comprimari, quindi tutto il cast del circo con cui interagisce questo Mickey. Avevo una sorta di timore reverenziale, non volevo compiere reato di lesa maestà e quindi ho lasciato a lui i personaggi principali, ma Paolo mi ha sempre invitato a lavorare insieme e alla pari: confrontarmi con un maestro del genere, per me che l’ho studiato e ne ho osservato il lavoro per tutti gli anni della mia formazione, è stato a dir poco fantastico. Ho avuto l’opportunità di sperimentare a livello espressivo come non mai e lavorare con Mottura è stato il massimo; l’ultimo episodio pubblicato sul settimanale è anche l’ultimo che ho disegnato io, adesso ne manca ancora uno per terminare il ciclo ma giustamente sarà realizzato da Paolo, dato che era lui ad aver curato il primo. Poi, come sempre, non si sa mai cosa succederà in futuro con questi progetti… Circus potrebbe tornare fra un po’ di tempo, chissà, ma per ora la mia esperienza con il gruppo circense è terminata.

Quali sono state le tue principali influenze artistiche per questa serie?
Ho sempre amato Tim Burton, perché ha questo immaginario molto contorto, “riccioloso”, gotico che sicuramente ho fatto mio in Circus. Un altro mio grande riferimento è stato Fabio Celoni perché è uno di quegli artisti che ho molto amato… il che è pericoloso, perché se provi a metterti su quel solco rischi di diventarne la brutta copia, quindi ho cercato comunque di mantenere una distanza dal suo stile pur tenendolo presente come riferimento importante. In ogni caso ho sempre amato la Disney in generale e soprattutto quelle opere cinematografiche disneyane un po’ dark, quando magari ci metteva mano Burton, per cui ho sempre avuto quel tipo di orientamento: mi affascinano le atmosfere cupe che mi permettono di giocare con gli sguardi e quindi è stato fantastico avere un “campo da gioco” in cui poter esagerare con il tratteggio, con il nero. È stata una gran fortuna che abbiano pensato a me per la serie: ne sono felicissimo!

A fine novembre su Topolino è uscita Zio Paperone e le ultime lune dell’Agonia Bianca, su testi di Marco Nucci e Marco Gervasio e disegnata da te: cosa ci puoi raccontare di questa storia?
Mi ci ero approcciato poco dopo conclusa la mia storia per Circus, quindi dovevo rientrare leggermente nei ranghi rispetto ai toni su cui mi ero attestato perché comunque la storia aveva delle atmosfere diverse, raccontava qualcosa di più malinconico, quindi il tratto non poteva essere troppo pesante e ho dovuto un attimo reimpostarmi per non correre il rischio di esagerare con il mio tratteggio. Anche in questo caso ho voluto osare un po’ di più in determinati passaggi, soprattutto nei ricordi di Doretta Doremì che emergono mentre scrive il suo diario: in quelle pagine mi sono permesso di lavorare a tempera, come ho fatto con Circus e in altre storie, e anche in questo caso ho mantenuto Paolo Mottura come riferimento perché in più occasioni ha utilizzato la tecnica dell’acquerello per alcuni intermezzi particolari, come nelle due storie di Pippo Holmes. Qui ho provato a fare una cosa simile, tenendo comunque il mio carattere, e ho pensato fosse un buon modo per distinguere quelle tavole, approfittando dei ricordi di Doretta per riportare anche qui questa tecnica, che per me ci stava in quel frangente. È pur vero che per me ci sta sempre, perché ogni volta che posso cerco di usare la tempera.

Ci sono differenze tra il metodo di scrittura di Giovanni Di Gregorio e quello di Marco Nucci e Marco Gervasio, che hai notato leggendo le rispettive sceneggiature prima di metterti al lavoro su ciascuna?
Chiaramente sì: ognuno lavora secondo il proprio metodo e la propria sensibilità. C‘è quello che scrive più dialoghi e quello che invece descrive di più le scene. Nucci è bravissimo, ha ben presente tutto quello che deve succedere in tavola, quindi descrive tutto quanto ma al contempo sa anche lasciare spazio al disegnatore. Questo mi fa felice perché sono un po’ anarchico da questo punto di vista e quindi spesso mi piace improvvisare, però per fortuna ho sempre lavorato con persone che hanno capito e hanno accettato di buon grado le mie proposte, perché poi le persone intelligenti sanno anche capire che scrivere e disegnare sono due cose differenti: per cui io magari non riuscirei a esprimermi bene in una sceneggiatura, l’autore può avere un’idea del disegno ma non possiede le conoscenze tecniche e quindi è giusto affidarsi all’altro. La differenza tra sceneggiatori e disegnatori c’è e ci sarà sempre, quindi… Circus e Le ultime lune dell’agonia bianca sono due tipi di storie diverse tra loro per toni e personaggi – già avere Paperi o Topi cambia moltissimo nell’economia della narrazione! – però mi sono trovato bene in entrambi i casi. Devo dire che fino ad ora ho avuto solo belle esperienze, non ho mai avuto troppi vincoli e mi hanno sempre lasciato molto libero.

Hai realizzato la copertina del volume Le storie a bivi di Topolino, presentato qui in fiera: quali processi hai seguito per decidere il disegno della cover?
L’ispirazione è stata abbastanza naturale: Escher. Mi è proprio venuto dal cuore pensando alle storie a bivi: questi ambienti, con tutte le prospettive fittizie che formano un gioco di inganni, perché sembra che si vada da una parte e invece si sbuca da un’altra, sembravano la cosa più adatta possibile a una storia a bivi e quindi questa è stata la prima ispirazione che poi ho portato avanti. Nelle prime bozze mi ero contenuto nella resa perché non volevo eccedere ma poi in realtà la copertina finale è un’esplosione di Escher allo stato puro ed è stata approvata.
Da lettore ti piacciono le storie a bivi? E come autore ti piacerebbe disegnarne una?
Le storie a bivi uniscono il gioco e l’amore per il fumetto: è l’apoteosi della bellezza della narrazione sequenziale, in un certo senso. Da lettore trovavo interessante anche che non ci fosse l’esigenza di arrivare subito al finale per la volontà di scandagliare tutte le possibilità. Da autore ti rispondo che secondo me è difficilissimo disegnare una storia a bivi perché devi essere molto chiaro, hai dei dettagli che devono essere rappresentati con precisione e devi essere bravo a renderli evidenti, ma al contempo non troppo perché, un po’ alla Agatha Christie, non puoi ingannare il lettore ma anzi dargli tutti gli elementi per aiutarlo. Molto complicato, per quanto mi riguarda.
Sei stato chiamato a disegnare una delle storie legate all’iniziativa Disney 100 in occasione del centenario dell’azienda fondata da Walt. Com’è stato approcciarsi a questo compito?
Per quella ricorrenza la Disney voleva riproporre sotto forma di fumetti alcuni vecchi corti animati rivisti in chiave futuristica, un futuro che avesse però un feeling anni Ottanta, in particolare nel modo di visualizzare la tecnologia; quando mi hanno proposto di collaborare sono impazzito di gioia, soprattutto perché avevo la possibilità di illustrarla interamente in un modo che non posso quasi mai utilizzare perché ci vuole del tempo e di conseguenza anche un budget diverso: la tempera. In questo caso ho cercato in tutti i modi di entrare nel budget e nei tempi per portarla a casa disegnandola così: la tempera è la tecnica che più mi piace e in questo caso ci tenevo particolarmente. Quando posso fare le tavole così per me è un sogno, è come giocare a un videogioco, fondamentalmente finisco di farla e sono contento, è come se avessi giocato 12 ore. E poi è stato bello anche perché avevo moltissima libertà di interpretazione: la sceneggiatura era semplicemente una piccola descrizione di quello che succedeva in tavola e per il resto era tutto nelle mie mani. L‘indicazione era quella di rendere il mondo molto vivo perché Paperino si muove in un pianeta alieno e doveva essere un ambiente vitale e dinamico, quindi doveva avere una sua cifra caratteristica. Avete presente le tavole di Benito Jacovitti, dove ci sono tante cose che succedono sullo sfondo dell’azione? Ecco, ho voluto riproporre questo stratagemma, infatti se notate ho inserito una specie di salamandra spaziale che per tutta la storia insegue un moscerino, e quindi ogni tanto nelle tavole vi appare il moschino che scappa, fugge nelle tavole successive, la salamandra lo ritrova e poi riscappa, sempre di contorno all’azione principale in primo piano. Poi ci ho aggiunto un sacco di altri animaletti strani che si muovono per dare vita alla vicenda, che di base è una storia a gag dall’impianto molto semplice in cui Cip e Ciop rovinano le vacanze a Paperino. C’era l’esigenza di fare qualcosa che graficamente fosse più d’impatto e ho cercato di farlo, poi se ha funzionato o meno devono dirlo i lettori: in ogni caso mi sono divertito, quindi è già un bel risultato per me.
Foto di Gianluigi Filippelli.
Intervista realizzata dal vivo il 29 novembre 2025.
Ivan Bigarella
Nato a Vicenza nel 1984. Diplomato al Liceo Artistico di Vicenza nel 2004 e influenzato sin dalla tenera età dal mondo dei fumetti, dei libri illustrati, dei cartoni animati e da tutto ciò che gira attorno a questo splendido mondo. Nel 2005 decide di frequentare il corso di fumetto umoristico alla Scuola del Fumetto di Milano per realizzare il suo sogno di diventare disegnatore. Uscito dalla scuola inizia a entrare nel magico mondo dell’editoria e dopo 12 anni di onorato mestiere, contemporaneamente alla notizia di aspettare una figlia, riceve la possibilità di entrare nella grande famiglia di Topolino. Frastornato da tanta felicità mette anima e corpo nelle prove per il settimanale, non capendo del tutto se si tratti di un sogno o di realtà. Nel frattempo, nell’attesa di capirlo, se la gode.

