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Il peso delle cose non dette. L’inverno più lungo di Davide Aurilia 

22 Ottobre 2026
Una storia di silenzi familiari, memoria e identità. Davide Aurilia, per Tunué, indaga il significato della paternità e il peso di ciò che non viene detto.
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Con L’inverno più lungo, pubblicato da Tunué nel settembre 2026, Davide Aurilia racconta una storia familiare che affonda le radici in un’assenza e, poco alla volta, porta alla luce tutto ciò che quell’assenza ha lasciato dietro di sé.

Alberto ha poco più di trent’anni, un lavoro che non lo soddisfa e una passione per la pittura che sembra aver perso per strada. Anche il rapporto con il padre Vincenzo è ormai consumato da incomprensioni e recriminazioni. Della madre Adele, scomparsa quando lui era ancora bambino, gli è rimasto invece qualcosa di più difficile da afferrare: una presenza fatta soprattutto di vuoti, ricordi frammentari e domande rimaste senza risposta.

Quando Alberto torna nella vecchia casa della madre, il passato comincia però a prendere forma. Tra fotografie, oggetti e ricordi d’infanzia trova il diario di Adele e quelle pagine aprono una storia che Alberto non conosceva. La narrazione si sposta allora indietro nel tempo e Adele, prima ancora di essere la madre che è scomparsa, torna a essere la ragazza che è stata: un’adolescente inquieta, cresciuta in una famiglia rigida, alla ricerca di uno spazio che le permetta di sentirsi finalmente libera.

È qui che L’inverno più lungo trova il suo passo migliore. L’amicizia con Paola, l’incontro con Vincenzo e Giuseppe, la festa, la sostanza assunta quasi inconsapevolmente e poi la gravidanza compongono una vicenda sempre più dolorosa, nella quale il controllo della famiglia si esercita attraverso la vergogna, il giudizio e la violenza. Aurilia riesce soprattutto a non ridurre Adele alla funzione narrativa della “madre scomparsa”: le restituisce un’adolescenza, dei desideri e una vita propria, che esiste anche indipendentemente da quella di Alberto.

Il diario, però, non è il tassello che permette semplicemente di ricostruire il passato. Piuttosto, fa capire ad Alberto quanto poco conoscesse davvero la propria storia. E quando emerge che Vincenzo non è il suo padre biologico, il fumetto potrebbe facilmente prendere la strada del segreto familiare e del colpo di scena. Aurilia sceglie invece una direzione più interessante: la domanda non è tanto chi sia il padre “vero”, quanto cosa significhi esserlo.

Vincenzo non viene assolto dalle proprie responsabilità, né il dato biologico viene cancellato. Ma è lui l’uomo che ha cresciuto Alberto, che ha cercato, con tutti i suoi limiti, di proteggerlo e di accompagnarlo nella vita. La paternità finisce così per coincidere meno con un legame di sangue che con il tempo condiviso, la presenza e le responsabilità che ci si assume nei confronti di un’altra persona. È probabilmente il passaggio in cui il libro trova la sua intuizione più solida.

Il peso del passato

Da questo momento, anche ciò che accade alla casa acquista un significato diverso. Alberto vi era tornato per recuperare qualcosa che apparteneva alla madre, ma finisce per ritrovarsi alle prese con una parte della propria identità. Gli oggetti, le fotografie e le pagine del diario non ricostruiscono un passato ordinato: ne mostrano piuttosto le lacune, le versioni contraddittorie, quello che è stato detto e soprattutto quello che è rimasto fuori dal racconto.

La casa diventa così uno spazio in cui la memoria può finalmente essere attraversata. Ed è significativo che, proprio mentre cerca di rimettere insieme la propria storia, Alberto torni anche alla pittura. All’inizio il rapporto con il disegno è segnato dalla frustrazione: non riesce a vendere i suoi quadri, ha abbandonato l’Accademia e considera la propria passione quasi un lusso che non può più permettersi. Nel corso della storia, però, dipingere acquista un’altra funzione. Non si tratta più soltanto di diventare un artista o di trovare una professione, ma di riuscire a dare una forma a qualcosa che fino a quel momento era rimasto confuso e doloroso. Il quadro della casa finisce allora per essere anche un modo di guardare il proprio passato senza esserne completamente schiacciato.

In questo senso funziona bene anche la struttura della storia, che alterna il presente di Alberto alla giovinezza di Adele. Nessuno dei personaggi possiede davvero il quadro completo: Alberto conosce soltanto ciò che ha vissuto e ciò che gli è stato raccontato, Adele porta con sé una storia che non ha mai potuto raccontare fino in fondo, Vincenzo custodisce a sua volta una versione dei fatti segnata dalle proprie scelte e dai propri silenzi. La verità emerge così per frammenti, e il fumetto non sente sempre il bisogno di ricomporli in un’unica spiegazione.

È una scelta che rende più interessante anche il modo in cui il libro tratta la scomparsa di Adele. Per buona parte della lettura sembra di trovarsi davanti a un mistero familiare: c’è una madre scomparsa, una casa rimasta chiusa, un diario da decifrare e un passato che deve essere riportato alla luce. Ma L’inverno più lungo non è davvero interessato a risolvere un enigma. Quando alcune risposte arrivano, non chiudono la storia; aprono piuttosto altre domande sul modo in cui una famiglia costruisce i propri silenzi e su quanto questi possano continuare a pesare anche sulle generazioni successive.

Disegnare la memoria

Anche sul piano grafico Aurilia accompagna bene questo movimento tra presente e passato. Il suo disegno ha fisionomie marcate e una componente caricaturale che evita il realismo più convenzionale, mentre gli ambienti hanno spesso un ruolo tutt’altro che ornamentale. La casa, il porto, la stazione, gli spazi attraversati dai personaggi contribuiscono a costruire la memoria del racconto e a dare corpo alle sue atmosfere.

È soprattutto il colore, però, a distinguere i diversi piani temporali. Il presente di Alberto tende verso verdi, azzurri e violacei, mentre i ricordi di Adele sono attraversati da aranci, gialli e ocra. È un contrasto interessante anche perché il passato, pur essendo quello in cui si annidano le esperienze più dolorose, appare cromaticamente più caldo. Nei momenti di maggiore tensione, poi, la tavola si lascia attraversare dalla confusione percettiva della protagonista: la sequenza della festa e ciò che segue assumono una dimensione quasi allucinata, con il disegno e il colore che smettono di limitarsi a raccontare gli eventi e cercano invece di restituire ciò che Adele sta vivendo.

Non tutto, però, raggiunge la stessa efficacia. La scrittura tende talvolta a spiegare più di quanto sarebbe necessario. Alcuni dialoghi esplicitano sentimenti e conflitti che le immagini avevano già reso leggibili, e in quei momenti si avverte un po’ la mancanza di quella fiducia nel silenzio che il fumetto, per sua natura, potrebbe permettersi. Non è un problema costante, ma emerge soprattutto nelle scene in cui i personaggi finiscono per raccontarsi reciprocamente cose che il lettore ha già compreso.

Anche la prima parte procede con qualche esitazione. La crisi di Alberto, il lavoro, la pittura e il rapporto difficile con Vincenzo vengono attraversati attraverso situazioni che a tratti finiscono per assomigliarsi, e il libro acquista maggiore tensione quando il diario porta finalmente Adele al centro della scena. Non è tanto una questione di storia da accorciare quanto di ritmo: il libro diventa più coinvolgente quando smette di insistere sulla crisi presente di Alberto e comincia a scavare nelle ragioni che l’hanno prodotta.

Qualcosa di simile accade con alcuni personaggi secondari, che rimangono soprattutto al servizio della vicenda principale. Paola, Giuseppe e le altre figure che ruotano intorno alla famiglia di Adele hanno un ruolo riconoscibile, ma non sempre raggiungono la stessa tridimensionalità dei protagonisti. In un libro così attento alle diverse versioni di una stessa vicenda, qualche voce in più avrebbe forse potuto arricchire ulteriormente questo gioco di prospettive.

Quello che resta

Il finale, poi, sceglie una ricomposizione piuttosto netta. Dopo tanti anni di silenzi e incomprensioni, Alberto e Vincenzo riescono finalmente a riavvicinarsi e molti dei nodi che hanno attraversato la storia trovano una loro sistemazione. È una conclusione emotivamente in linea con il percorso del protagonista, anche se forse un po’ troppo ordinata rispetto alla complessità delle ferite raccontate fino a quel momento. Qualche zona d’ombra in più, qualche cosa lasciata davvero irrisolta, avrebbe potuto rendere ancora più credibile quella riconciliazione.

Eppure, è proprio nell’accettazione di ciò che non può essere ricostruito fino in fondo che il percorso di Alberto si chiarisce. Non gli serve conoscere ogni dettaglio della vita di Adele, né sostituire Vincenzo con un padre biologico per rileggere in altro modo la propria storia. Gli serve piuttosto smettere di considerare il proprio passato come qualcosa che può essere risolto soltanto trovando tutte le risposte.

Anche il titolo, a quel punto, acquista un significato che va ben oltre la stagione. L’inverno più lungo è quello dei rapporti rimasti congelati, delle parole trattenute, delle colpe che passano da una generazione all’altra senza essere davvero nominate. Il melo che torna a germogliare nelle pagine finali rende esplicito questo passaggio e il simbolismo, forse, insiste un po’ più del necessario. Ma resta coerente con il percorso di Alberto: il passato non viene cancellato e le ferite non scompaiono per magia; ciò che cambia è la possibilità di guardarle senza continuare a viverle come un’eredità inevitabile.

Alla fine, dunque, il mistero della scomparsa di Adele conta meno delle conseguenze che quella scomparsa ha avuto su chi è rimasto. L’inverno più lungo parla soprattutto di questo: di quanto possano pesare le cose che non vengono dette e di quanto sia difficile, ma non impossibile, interrompere la trasmissione del dolore. Non attraverso una verità finalmente definitiva, ma attraverso la possibilità di raccontare ciò che è stato e, da lì, provare a costruire qualcosa di diverso.

Abbiamo parlato di:
L’inverno più lungo
Davide Aurilia
Tunué, 2026
256 pagine, brossurato, a colori – 21,00 €
ISBN: 9788867905676

Angela Pansini Valentini

Angela Pansini Valentini

Molfetta (BA), classe 1981.
Si è laureata in Editoria e Giornalismo e in Scienze dello Spettacolo, presso l'Università degli Studi di Bari Aldo Moro.
Ex giornalista pubblicista, tra il 2003 e il 2013 ha collaborato con diverse testate in ambito locale.
Dal 2010 ha iniziato a interessarsi di Fumetto, scrivendo per Temperamente, Leggere:Tutti e LettereVive.
A partire dal 2014 è entrata a far parte stabilmente della redazione de Lo Spazio Bianco e dal 2018 di Fumo di China.
Ha firmato il saggio dal titolo "Analfabetismo" per Le parole sono importanti, pubblicato da DOTS Edizioni.
Nel 2011 ha fondato il Club del Libro di Bari e ne ha coordinato le attività, con passione e grande successo, sino al 2021.

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