
Il percorso umano e artistico del creatore di Bobo, è profondamente legato a quasi mezzo secolo di trasformazioni della sinistra italiana . Dagli anni della formazione alla nascita di Bobo su linus, transitando dall’eredità de Il Male, fino alla pubblicazione su l’Unità degli inserti Tango, Cuore ed Emme, la satira di Staino si è mostrata come uno spazio di elaborazione del trauma dell’inadempiuto e di autocritica politica.
Attraverso materiale d’archivio, vignette e testimonianze eccellenti – Michele Serra, Claudio Bisio, Jacopo Fo, Marco Tarquinio, Walter Veltroni e molti altri – Aurora Nina Allegra delinea un ritratto di un artista che, con ironia, ha saputo interrogare le contraddizioni interne al proprio campo.
Ringraziando autrice ed editore del saggio per la loro disponibilità e cortesia, pubblichiamo di seguito un estratto dal libro, il capitolo in cui si racconta la nascita di Bobo e il suo arrivo sulle pagine di linus.
Sergio Staino crea Bobo e approda su linus
Nel bel mezzo degli anni di piombo, mentre si esauriva il miracolo economico, il reddito degli italiani diminuiva (dopo tre decenni di crescita costante) e il Partito comunista perdeva voti, il 10 ottobre 1979, Sergio Staino soffiò nelle narici del suo alter ego Bobo, e gli diede vita.
Una genesi che si svelò proprio quando, in apparenza, si configurava la fine della relazione tra Staino e la politica. Aveva definitivamente chiuso con il PCd’I m-l. Si ritrovava un incarico precario alle scuole medie come docente di educazione tecnica. Era legato alla sua compagna Bruna, priva di cittadinanza italiana, e avevano una figlia piccola, Ilaria. In aggiunta, in discussione in Parlamento c’era la proposta di dimezzare il numero degli insegnanti unificando le due antiche sezioni divise, femminile e maschile. Staino era basso in graduatoria e rischiava di essere mandato in qualche sede più lontana da Scandicci, dove aveva stabilito la sua residenza. Un trasferimento non sarebbe stato un problema per un giovane uomo di 39 anni, se non fosse che da un paio di anni aveva subito la rottura della retina a causa di una retinopatia irreversibile che lo destinava alla quasi totale cecità. Dunque, sarebbe divenuto sempre più difficile guidare per recarsi a lavoro, così come leggere e disegnare.
Eppure, fu proprio nel disegno che cercò rifugio. Attraverso la grafite diede corpo e voce a tutte le sue frustrazioni, le delusioni, le paure sul futuro, i dubbi sul passato di militanza politica e sul loro significato. Così emerse il suo ritratto umoristico: un uomo di mezza età, stempiato, barbuto, grassoccio, con un grande naso e gli occhiali da vista. Lo chiamò Bobo, semplicemente. Senza alcun cognome, perché Bobo era un uomo come tanti. Senza alcuna particolare velleità se non quella di esistere, e pensare. Accanto a lui, ipso facto, apparì Bibi, alter ego di Bruna, sua compagna di vita. E Ilaria, la figlioletta, ma anche grillo parlante, voce della coscienza, espressione irriverente dell’ingenuità, che pone domande tanto semplici quanto scomode. Perché gli adulti, che si complicano la vita, crollano dinnanzi alle domande semplici.
Si aggiungerà Molotov, ispirato dall’amico Antonello Obino, comunista ingraiano inseparabile dalla sua coppola. Adorava Brežnev e si era trasferito a Firenze da Carbonia per fondare la rivista “Ottobre”, scomparsa in fretta. Ed Erna, amica femminista radicale. Pochi anni dopo arriverà anche Michele, il secondogenito di Sergio e Bruna, nonché di Bobo e Bibi. Un biondino con le orecchie da elfo, portatore di dolcezza e di magia.
Con la sua satira Staino centrava nel mirino, per la prima volta, i propri riferimenti culturali, i propri affetti, sé stesso. E attraverso sé stesso, il sé collettivo.
Mentre era intento a disegnare le prime strisce, senza avere ancora chiaro a chi proporle, convinto com’era di aver dato l’addio alla politica, si ritrovò proprio a scrivere di essa. Pensò di realizzare quattro quadrati, come Schulz con i Peanuts, ma non riuscì a farceli stare in fila, così ne pose due sopra e due sotto. Già nella terza striscia, Bobo inseguiva un pensiero politico. Scrutava a destra, a sinistra, poi fissava in camera e rifletteva:
E così quel revisionista di Paolino è arrivato alla regione. Quello stronzo di Antonio segretario regionale. Il Marco presidente dell’azienda. Gigi a Milano direttore di Banca. Pierino a Panorama. Proprio come Gastone di Petrolini… a lui lo aveva rovinato la guerra… a me la Cina.

Bobo si confrontava con i suoi coetanei: loro avevano fatto carriera, lui no. La colpa la attribuiva agli anni investiti in attivismo politico, a inseguire ideali irraggiungibili.
In meno di un mese, Staino realizzò cinquanta strisce. Pensò di proporle a “Linus”.
Il periodico “Linus” era nato a Milano il 2 aprile 1965 per iniziativa di Giovanni Gandini. Non fu mai pensato per un pubblico di ragazzi ma per un’utenza adulta, con l’intento di elevare i fumetti, restituire loro dignità e spessore culturale. Rappresentò una svolta nel panorama fumettistico italiano. Permise al pubblico di fare conoscenza con i Peanuts di Charles Monroe Schulz, quindici anni dopo la loro prima comparsa sul mercato americano, ma anche con Braccio di Ferro di Segar, Li’l Abner e gli Shtunk slobboviani, di Al Capp, Krazy Kat di George Herriman.
In quegli anni, in Italia imperversava ancora un elevato tasso di analfabetismo. Fino agli inizi degli anni Ottanta, l’Italia stazionava nelle zone basse delle classifiche internazionali quanto a competenze linguistiche e abbandoni scolastici. Si misero in atto alcune iniziative volte a contrastare l’incultura, come ad esempio le scuole reggimentali destinate ai maschi soggetti alla leva e la trasmissione televisiva Non è mai troppo tardi, condotta dal maestro Alberto Manzi.
In questo scenario, “Linus” introduceva in Italia un nuovo modo di osservare la società attraverso la narrazione figurativa, con l’intento di attirare l’attenzione di analfabeti, adulti disinteressati alla stampa d’opinione e giovani. Agli esordi non promosse satira politica. Intendeva piuttosto essere un contenitore di idee, opinioni e informazioni con la forma dell’arte sequenziale. Il mensile statunitense raccoglieva comic strip realizzate secondo un modulo preciso: tre o quattro quadretti, a sviluppo orizzontale. Il sogno americano ispirava tutti, ma era troppo distante dal nostro. Per questo, lentamente “Linus” perse lettori rendendo necessario un urgente cambio di rotta verso l’italianizzazione della rivista. Senza abbandonare le firme storiche, furono quindi chiamati autori italiani potenzialmente capaci di proporre narrazioni del nostro tessuto sociale, nelle quali i fruitori potevano meglio riconoscersi. Furono loro a introdurre la satira sociale e politica.
I commentatori e vignettisti dell’epoca erano sessantottini, molti dei quali frequentanti gruppi extraparlamentari. Perché la cultura, dove c’era, era strumento di contestazione. L’Italia era nel pieno degli anni di piombo, e dall’altro lato della strada intrapresa da “Linus” vi era “Il Male”. Molte matite approdate su “Linus” arrivavano da Lotta Continua. Ma non solo, nel mercato editoriale erano presenti anche: “Ca Balà”, rivista d’umorismo grafico e di satira politica; “Il Candido”, giornale satirico anticomunista, noto anche per la rubrica Stupidario Stampa, che raccoglieva le fake news dei giornali a grande tiratura; “Cannibale”, rivista di fumetto underground di genere umoristico e satirico. Nel corso degli anni Settanta la satira trovò spazi di legittimazione persino nei “giornali seri” come “Panorama”, “L’Espresso”, “Il Corriere della Sera” e “La Repubblica”. I vignettisti si muovevano in questi spazi. Fu inevitabile per “Linus” vertere per una caratterizzazione ideologica e politica, soprattutto nell’intento di avvicinare i giovani.
È interessante ricordare che sul nuovo modello di “Linus”, più politicizzato, nacque in Francia “Charlie”, che nel 1970 si sdoppiò nel dissacrante “Charlie Hebdo”.
Nel 1972 “Linus” fu ceduta alla Rizzoli, insieme a tutta la casa editrice, e tedoforo della direzione divenne il giornalista e scrittore Oreste Del Buono. La testata raggiunse le centodiecimila copie al mese e conquistò una posizione centrale nel mondo del fumetto e della cultura italiana.
Staino spedì a “Linus” una lettera di presentazione contenente un’illustrazione di Bobo e le strisce allegate, sottovalutando la possibilità di suscitare reale interesse. Invece, fu contattato. Incontrò Oreste Del Buono e l’art director della rivista, Fulvia Serra. Serra credette che la struttura con la quale Bobo era stato presentato fosse intoccabile, ma non si adattava al formato rettangolare della pagina. Da lì nacque l’idea di porre al di sopra della storia in quattro quadrati un’altra storia diversa sviluppata senza riquadri. In tal modo si riempiva tutta la pagina, ma si rendeva anche necessaria una doppia lettura. Qualcuno vide in questo adattamento una sorta di “riflesso grafico delle ambiguità vissute da Bobo”.
Così Sergio Staino ha raccontato quel primo incontro:
Mi raccontava Del Buono, mitico direttore del mitico “Linus”, che quando arrivò in redazione il plico delle mie prime strisce di Bobo, accompagnato da una breve letterina di presentazione, aveva compreso al volo che qualcosa di nuovo era apparso nel panorama vivace e multiforme della Satira italiana. […] Il mio Bobo apriva un’altra porta: non era il sorriso tenero e affettuoso di chi si immagina immerso in un film alla Blues Brothers, ma era un mettere in piazza, del tutto senza veli, dubbi, contraddizioni, opportunismi e meschinerie dei militanti di sinistra. […] La diversità delle strisce di Bobo dal resto della satira italiana e il suo forte impatto autocritico e autoironico erano senza dubbio enfatizzate dal fatto che questi personaggi (un militante quarantenne, una moglie americana e una bambina molto curiosa) non erano personaggi di fantasia […] ma erano la rappresentazione caricaturale di una famiglia in carne e ossa, quella dell’autore.
Bobo di Staino divenne portavoce del pensiero del “ceto medio intellettuale in crisi di identità”, controbilanciando l’operaio Cipputi, ideato da Francesco Tullio Altan, già presente in “Linus”. Cipputi era il metalmeccanico cinico e corrosivo che rifletteva sulle disfatte della classe operaia, tradita e rassegnata, in dismissione politica. L’operaio per eccellenza al quale non vengono mai riconosciuti meriti. Un lavoratore dalla coscienza di classe e sindacale perfettamente formata che aveva capito di aver trascorso la vita da sfruttato e lo denunciava, in ogni vignetta. Il fazzoletto rosso non lo sfoggiava più legato al collo ma lo teneva in tasca per pulirsi le mani dal grasso delle macchine. Indossava occhiali rotondi, come quelli di Trockij o di Gramsci. La sua miopia lo aiutava a tenere il mondo a distanza. Le sue battute divertivano, ma non senza afflizione.
Bobo, invece, era il fedele militante di partito che si arrovellava sulle vicende della politica nazionale e internazionale, l’altra voce del consenso ai partiti progressisti nell’era della prosperità di massa. Bobo era l’espressione di coloro che avevano sognato la rivoluzione, creduto nel valore della cultura, attraversato il femminismo con entusiasmo partecipativo e si erano spesi per il valore della giustizia e della legalità. Ma ne erano rimasti delusi.
Bobo e Giovanni Cipputi si completavano. O perlomeno, completano per noi la visione d’insieme.

I fumetti con Bobo protagonista o deuteragonista si stavano rivelando, poco a poco e inevitabilmente, un romanzo sottile, complesso e accanito della nostra vita attuale, delle nostre oscillazioni tra sconforti e speranze, del nostro miscuglio tra privato e pubblico. Un romanzo che nessuno scrittore laureato italiano aveva saputo scrivere fino a quel momento.
Nelle strisce pubblicate su “Linus”, Staino raccontava la vita quotidiana di un padre alle prese con diete alimentari, pannolini, educazione della prole, faccende domestiche e vita di coppia. Ma quel vivere quotidiano risultava influenzato dal percorso personale e storico esplorato da comunista militante, che aveva partecipato alla contestazione universitaria, professato la libertà sessuale, creduto negli ideali dell’uguaglianza e della fratellanza promossi dall’ideologia comunista. Invece, si ritrovava a desiderare un posto fisso per garantire stabilità alla sua famiglia e poter acquistare un forno a microonde. Un uomo di mezza età che tirava le somme. Prendeva coscienza della distanza tra ideali e bisogni concreti che presentano il saldo a fine mese, che standardizzano la vita e la rendono meno entusiasmante della rivoluzione, ma necessaria.
Tra le prime strisce pubblicate su “Linus”, Bobo insegue l’ideologia in cui credere, raffigurata come una madre che sfugge all’incontro. In questa ricerca è supportato da Fidel Castro, sottintendendo che tale ideologia aveva a che vedere con il comunismo. Al termine della striscia uno stilizzato Berlinguer sostituiva Castro, prendendo per mano Bobo che lamentava: “mai una volta che ci sia un happy end”.
La politica non aveva mai lasciato Staino. “Era uscita dalla porta per entrare dalla finestra”. E se Staino ne rifiutava l’idea, l’opinione pubblica non aveva dubbi a riguardo. In seguito alla terza pubblicazione di Bobo su “Linus”, l’autore Ranieri Carano scrisse un articolo su “l’Unità” che titolava: “Ma non hanno sempre detto che i comunisti non sanno ridere?”. Su “L’Espresso” la giornalista Rita Cirio recensendo i suoi disegni li definì opera di un autore regolarmente iscritto al Partito comunista. Lo stesso partito contava Staino, a sua insaputa, tra i “compagni”. Lo scoprì d’improvviso, passeggiando per il centro di Scandicci. La piccola Ilaria indicò un muro ed esclamò: “Guarda Babbo, quelli siamo noi!”. Il PCI aveva utilizzato una striscia pubblicata su “Linus” per realizzare un manifesto che rimbrottava: “Il primo diritto civile è la corretta informazione”. Si contestava la notizia per cui esisteva una nomina del giornalista anticomunista Gustavo Selva come direttore del TG1. Ma non era stata chiesta autorizzazione per lo sfruttamento di quelle vignette. Pochi giorni dopo, Staino ricevette per posta un rotolo di quei manifesti con una lettera di accompagnamento scritta da Fabio Mussi, responsabile della Stampa e Propaganda del PCI. Mussi si scusava, ma era certo che Staino avrebbe acconsentito all’utilizzo delle vignette in veste di iscritto al partito.
Staino, anni dopo, ironizzò sull’episodio: “Due falsità in una perché, una, non ero iscritto e, due, quando mai un iscritto al PCI si trova sicuramente d’accordo con la sua Segreteria nazionale?”.
La sua storia sentimentale con il PCI era, in realtà, appena iniziata.

Tutta colpa di Bobo – Sergio Staino e la sinistra italiana
Aurora Nina Allegra
Mimesis Edizioni, 2026
340 pagine, brossurato – 24,00 €
ISBN: 9791222332352








