
Dopo la collaborazione con Bastien Vivies e Balak su Last Man, esperimento di “manga alla francese”, Michael Sanlaville torna con un’opera completa nello stesso solco. Con un formato compatto (rispetto al classico albo della bd) e in bianco e nero, Sanlaville realizza la miniserie in tre tomi Banana Sioule, dove si confronta nuovamente con l’atmosfera e l’azione shonen ma orientandosi a un suo sottogenere specifico e di cui è appassionato: lo spokon, lo shonen sportivo.
La storia è ambientata in un futuro potenzialmente non troppo distante da noi in cui si è affermato un nuovo sport mondiale che ha surclassato in termini di seguito e passione tutti gli altri: la sioule. Si tratta di uno strano ibrido che vede fronteggiarsi due squadre che devono far sì che la palla tocchi terra in un punto specifico del campo, in un mix tra pallamano e dodgeball. La sioule nasce come sport al limite della legalità e che porta la performance sportiva molto vicina a una situazione da gladiatori nell’arena. Nella sioule non ci sono regole e i contendenti possono fare qualsiasi cosa pur di appropriarsi della palla o impedire che sia portata a segno degli avversari. Inoltre intervengono due fattori che possono modificare completamente equilibri e modalità di gioco. I diversi campi di gioco offrono i terreni più disparati e insidie varie. Come se non bastasse esiste la “ruota della sfortuna” che a ogni nuovo incontro può aggiungere una serie di difficoltà ulteriori, come l’assenza di un arbitro o bonus che permettono ai giocatori l’uso di armi o veicoli.
on si tratta di quel filone fantascientifico che mette in scena sport all’ultimo sangue con l’obiettivo di uccidere il maggior numero di contendenti e la morte non è contemplata, ma siamo comunque in una sorta di possibile contesto embrionale.
Helena è una ragazza adolescente che vive con suo padre con cui gestisce una fattoria. Ha un fisico statuario e una forza ai limiti del naturale e un gruppo di amici a cui è profondamente legata. Una realtà che la ragazza non vorrebbe modificare per alcuna ragione, tant’è che quando il padre insiste perché lei studi e si emancipi dal lavoro manuale, tra i due ne nasce un brutto attrito. Quando Helena scopre per caso l’esistenza della sioule e di esserne particolarmente portata decide di fare le selezioni per l’Università della Sioule, superandole e allargando ancora di più la distanza con suo padre.
e doti di Helena la porteranno presto a primeggiare e alle attenzioni di Soni Daktari, ricco compagno di classe e fine stratega che gioca una sioule di altissimo livello. Insieme formano una squadra che mette in crisi i professionisti e persino l’ente che gestisce e organizza la sioule stessa, che cerca di metter loro i bastoni tra le ruote organizzando una partita con X, il giocatore di sioule più forte e famoso, a cui si unisce un misterioso giocatore mascherato che sembra avercela proprio con loro.

Sanlaville gioca utilizzando cliché e meccaniche dello shonen sportivo con grandissima consapevolezza, riuscendo a elaborare il tutto con una sensibilità propria che non trasforma il fumetto in un mero clone o un omaggio fine a sé stesso. Se la costruzione della tavola replica le impostazioni tipiche del manga, con vignette che diventano oblique e trapezoidali per sottolineare il movimento e le azioni, con un ritmo dinamico, un utilizzo massiccio di retini e linee cinetiche che confluiscono in una trascinante gestione delle scene più concitate – dove i giocatori compiono azioni impossibili o al limite della fisica -, l’autore mantiene solida un’impronta personale. Il disegno e lo stile riprende la ligne claire francese e assorbe alcuni elementi dal sapore più nipponico. Ancora una volta sono le sequenze d’azione quelle in cui è più evidente questa ibridazione, con corpi, posture e movimenti che ci portano a stilemi tipici del manga, mentre volteggiano in arie o colpiscono palle deformate dall’impatto e dalla violenza del colpo.
Se, come dicevamo, Sanlaville sfrutta e utilizza come strumenti i canoni del genere, lo fa anche narrativamente e non solo nell’estetica. Ci sono diversi elementi che evocano alcuni canoni anche nelle componenti di storytelling: il misterioso avversario mascherato e quello designato dalla X (se mescoliamo i due character otteniamo ad esempio Racer X, l’avversario misterioso del classico del manga e anime Speed Racer/Go Mach 5 di cui esiste anche la versione cinematografica occidentale realizzata dalle sorelle Wachowski); capacità umane oltre i limiti e il torneo. Anche qui però l’autore le fonde con una sensibilità più occidentale. La narrazione ad esempio mantiene una sua linearità anche portando avanti in parallelo diverse linee narrative – la storia di Helena, quella del rapporto con suo padre, i segreti dietro l’organizzazione della sioule agonistica e qualche mistero – senza troppe frammentazioni.
Piuttosto il limitato spazio a disposizione per l’autore (3 volumi), comporta un lavoro che gioca molto sulle ellissi. A differenza di quanto capita normalmente nei manga sportivi, assistiamo solo ad alcuni momenti di alcune partite del campionato che affrontano i protagonisti, a differenza di racconti in cui molto spesso le partite si prendono ampio spazio e si svolgono davanti al lettore praticamente nella loro interezza, arrivando persino a dilatarne i tempi (basti pensare agli eterni 90° delle partite di Capitan Tsubasa/Holly&Benji).
Anche l’arco di tempo che trascorre dall’inizio della storia fino al suo epilogo è piuttosto ampio, si parla di qualche anno, così che l’autore gioca con alcuni brevi salti temporali. La gestione di Sanlaville è molto buona in questo senso ma, soprattutto, visto il genere di racconto e come gestiscea in maniera esteticamente appagante le sequenze sportive, è un peccato aver dovuto sacrificarne una parte o non averle potute esplorare di più.

Allo stesso modo per meccaniche, struttura e spazio, questa trilogia non ha un vero e proprio epilogo compiuto: il finale sembra piuttosto aprirsi a storie future, come se quello che abbiamo letto fosse una sorta di origin story o un vero e proprio “pilot” per una storia più ampia. Anche perché Banana Sioule non si limita ad essere un racconto action adrenalinico. Il contesto e l’intrigante worldbuilding dell’autore non servono solo a costruire tensione e azione ma aprono a una serie di spunti e riflessioni che lo rendono piuttosto denso. Il ruolo dei media e dei social network è ad esempio un elemento dal grande peso specifico nella storia e sui personaggi. La sioule e i suoi giocatori sono divi che non solo se ne alimentano ma che spesso vivono lo sport e la propria immagine pubblica come due elementi strettamente necessari e la cosa si manifesta anche sulla protagonista.
A rendere Helena un personaggio borderline rispetto all’ambiente in cui si trova catapultata infatti sono due temi fondamentali: la sua refrattarietà ai social e il fatto che sia donna. Se inizialmente il genere è un dettaglio che spinge gli altri a sottovalutarla e ad agire seguendo preconcetti e superficialità, questo diventa presto catalizzatore di ben altro, finendo persino per diventare un perverso strumento con il quale minare la sicurezza e le capacità di gioco della ragazza stessa, anche grazie all’uso della rete e delle sue narrazioni e delle possibilità di modificare la realtà (per esempio creando realistici fotomontaggi erotici). Per carattere, psicologia e situazione, Helena è sicuramente un personaggio complesso e poco scontato. Se è vero che ha una componente di dolcezza e ingenuità, queste caratteristiche non concorrono a farne il canonico protagonista un po’ sciocco e dall’incrollabile bontà tipico di queste storie. Helena è un’adolescente molto umana, che si trova a cercare equilibri tra differenti pezzi della sua vita, spesso suo malgrado. C’è sicuramente l’ascesa nel gioco e nel successo e tutto quello che comporta, incluse le rivalità e il bisogno sempre maggiore che le eminenze grigie dietro il gioco hanno di poterla controllare. Poi c’è la relazione molto stretta con il suo gruppo di amici, il cui legame è minato dal professionismo. Soprattutto è la relazione sentimentale che instaura con Marco quella che deve fare di più i conti con la sua nuova vita.
E poi c’è il conflitto con il padre, che chiaramente ha radici in un passato che rappresenta un mistero della storia e le relazioni conflittuali con i colleghi di gioco, che vedono in lei un ostacolo, un fastidioso elemento perturbante o, ancora una volta, soprattutto uno strumento.
Anche tutti gli altri personaggi risultano complessi e sfaccettati persino quando hanno uno spazio contenuto e assumono un ruolo di contorno o cliché (come il caso del gruppo di amici di Helena), creando una storia dove all’adrenalina si somma una forte iniezione di empatia e realismo.
Una nota curiosa sul titolo: il termine “banana” nella storia è puramente gergale, lo usano infatti i personaggi per esempio per parlare di un tiro particolarmente violento (“che banana hai tirato!”).
Banana Sioule è una miniserie avvincente e ricca, dove trovano un’ottima commistione le sensibilità occidentali e quelle orientali e in cui l’autore Michael Sanlaville dimostra di aver introiettato la lezione del genere facendolo proprio sia dal punto di vista estetico che narrativo. La densità di temi e la buona gestione di ritmo e adrenalina rende lo svolgimento sui tre volumi inevitabilmente un poco sacrificato, lasciando nel lettore il desiderio che ci fosse stato più spazio per esplorare di più e vedere di più o magari che la storia possa avere presto un seguito.
Abbiamo parlato di:
Banana Sioule #1/3
Michael Sanlaville
Traduzione di Lara Alagna
ReNoir Comics, 2025
208 pagine, brossurato con alette, bianco e nero – 7,90 €
ISBN: #9791256040278 #9791256040193 #9791256040278
