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La direttiva Koren Shadmi

La direttiva Koren Shadmi - immagine1-5677 è nato in Israele nel 1981. Fin dall’adolescenza è entrato in contatto con il mondo del fumetto lavorando a bottega da Uri Fink, all’epoca l’unico autore professionista dello Stato mediorientale. “Quando ero un adolescente ho pubblicato due libri, uno era una presa in giro dei supereroi e l’altro era un fumetto per bambini, quindi il mio lavoro era orientato verso il mainstream. Seguivo le orme del mio insegnante di cui ammiravo il lavoro.[1]

Successivamente l’autore ha prestato servizio di leva per tre anni. “(…) L’unica cosa positiva di quel periodo è che a un certo punto mi sono ritrovato ad avere un sacco di tempo libero perché non potevo lavorare, ed è allora che ho incominciato a realizzare storie a fumetti per conto mio. Erano per lo più storie di fantascienza in bianco e nero, piuttosto deprimenti, ma stavo comunque cominciando a muovere i primi passi in un nuovo territorio.[2] In un’altra intervista Shadmi precisa: “Alla fine ho abbandonato la fantascienza e ho iniziato a lavorare a storie che erano ambientate più che altro nel nostro mondo – ma sempre con una specie di distorsione.[3]

Una storia che da un lato è debitrice della passione di Shadmi per la fantascienza ma dall’altro lato è perfettamente incanalata nel nuovo percorso intrapreso dall’autore è “La ragazza radioattiva“. Lo spunto che dà vita al racconto è la classica esposizione alle radiazioni che permette di ottenere poteri straordinari, vero e proprio to’pos di questo genere narrativo. L’autore pero’ preferisce eclissare il tema fantascientifico, utile come catalizzatore degli eventi raccontati nel fumetto, per dedicare attenzione al modo in cui l’elemento fantastico – cioe’ l’acquisizione dei poteri da parte di una ragazzina – influisce sulla quotidianita’.

“La ragazza radioattiva” fa parte di un ciclo di storie brevi realizzate da Shadmi dopo essersi trasferito negli Stati Uniti. Al termine del servizio militare Shadmi si è recato a New York per frequentare il corso di illustrazione della School of Visual Art e, una volta laureato, si è dedicato sia al fumetto che all’illustrazione. Nel campo dell’illustrazione ha lavorato per riviste e quotidiani come The New York Times, Village Voice e Plenty Magazine e ha collaborato alla realizzazione delle pubblicità di Bacardi, Mastercard, X-Box e Disneyland. Nel settore dei fumetti Shadmi ha pubblicato diversi racconti brevi apparsi in prima battuta su alcune riviste francesi e successivamente raccolti in due volumi.[4]

Nonostante la produzione fumettistica di Shadmi non sia per nulla estesa e si limiti solo ad alcune storie brevi, si può già individuare nelle sue opere una marcata impronta stilistica e un filo conduttore che di racconto in racconto riecheggia in modo pressante. Lo stile di Shadmi, in apparenza lineare e realistico, sfrutta al meglio le opportunità offerte dal linguaggio del fumetto e ha il suo punto di forza nell’utilizzo di elementi simbolici di grande impatto.

Particolarmente significativi dal punto di vista del linguaggio del fumetto sono i racconti intitolati “Crudelta’” e “Che cos’ho che non va?” “Che cos’ho che non va?” è un fumetto giocato principalmente sul livello grafico. Dopo la prima vignetta, dove una coppia si saluta baciandosi sulla bocca, iniziano due sequenze parallele nelle quali Shadmi mostra come la storia d’amore appena iniziata ha influito sulle vite dei due protagonisti.

Nelle prime due vignette parallele, collocate al termine della prima tavola, l’uomo cammina per strada mentre la donna imbocca l’ingresso della metropolitana; i due prendono strade differenti perché differente è il loro modo di vivere la relazione sentimentale. Shadmi contrappone il cielo che si apre di fronte all’uomo, rappresentato da tratteggi bianchi su sfondo grigio chiaro, al buio della galleria che conduce nella stazione della metropolitana, disegnata con vigorose ombreggiature nere. E’ il primo approccio al simbolismo grafico, che a tavola due si fa ancora più intenso.

Nella seconda tavola l’uomo riflette sul rapporto con la ragazza: “E’ così bella… Così delicata… (…) Sarà davvero amore?” Contemporaneamente la donna pensa solo che ha fame e prova schifo per un barbone che si è vomitato addosso. La distanza tra i due, delineata in prima battuta per mezzo dei dialoghi di pensiero, è resa in modo più efficace e raffinato grazie alla costruzione della tavola. La tavola è composta da sei vignette disposte su tre righe; le tre vignette di sinistra hanno come protagonista l’uomo mentre nelle tre di destra la protagonista è la donna (questa impostazione della tavola si ripeterà anche nelle pagine successive). Lo schema di lettura occidentale prevede che si legga per prima la vignetta in alto a sinistra, poi la vignetta alla sua destra, la prima vignetta della seconda riga e così via; in questo modo la sequenza di lettura e’: prima vignetta dell’uomo, prima vignetta della donna, seconda vignetta dell’uomo, seconda vignetta della donna, terza vignetta dell’uomo, terza vignetta della donna. Questo primo e più immediato senso di lettura è utilizzato da Shadmi per creare un parallelismo fra i pensieri dell’uomo e della donna: mentre l’uomo pensa “Non riesco ancora a credere che abbia passato la notte da me“, la donna pensa “Mi sta venendo una fame…“; mentre l’uomo pensa “E’ così bella“, la donna pensa “Ma quel barbone si è vomitato addosso nel sonno?“.

Shadmi ha aggiunto alla tavola un secondo senso di lettura. Le tre vignette con protagonista l’uomo formano una sequenza autonoma caratterizzata dalla progressiva zoomata in avanti, mentre per le tre vignette dedicate alla donna è stata scelta una zoomata all’indietro. Le due differenti zoomate servono per sottolineare il distacco fra i due personaggi: non a caso nelle due vignette che concludono la tavola l’uomo è inquadrato in primo piano mentre la donna è lontanissima da lui, inserita in un campo lungo nel quale l’elemento di spicco è un ubriaco che vomita.

Il linguaggio grafico è utilizzato in altri modi anche nelle tavole successive. Va segnalato in particolare l’accostamento fra le vignette 3 e 4 di tavola 5, dove la preoccupazione dell’uomo (sta telefonando alla compagna e non riceve risposta), sovrastato da numerose nuvolette di pensiero, si contrappone all’indifferenza della donna, che sopra la testa ha solo una piccola nuvoletta insignificante.

La direttiva Koren Shadmi - immagine2-5677Anche in “Crudelta’” l’elemento visivo è predominante. In questa storia Shadmi utilizza una soluzione grafica che ricorda i fumetti teatrali di . La stanza nella quale è ambientato il fumetto, che ha come protagonista un pittore isterico e privo di ispirazione, è disegnata in modo tale da ricordare il palcoscenico di un teatro. All’interno di ogni tavola/palco il personaggio è raffigurato da Shadmi più volte, in modo da far capire al lettore che il fumetto è ambientato in un’unica unità di spazio ripresa, attraverso l’utilizzo di continue doppie tavole, con un unico movimento di camera.

Sul fondale del palcoscenico compare la gigantografia di una ragazza che racconta un episodio dell’infanzia: fece compagnia a un amico che catturo’ un gatto, lo lego’ a un cancello e gli aprì il ventre con un bisturi. Il bambino che torturo’ il gatto probabilmente – Shadmi non dice nulla al riguardo – è il pittore. Lo si intuisce perché nel fumetto c’e’ un’intersezione fra fondale e palco: proprio quando la ragazza sta raccontando l’apice dell’episodio, il pittore sta prendendo a calci un gatto e in seguito si arrabbia e si dispera per il gesto. Il palcoscenico è un luogo della mente dove si intersecano i fatti vissuti nel presente e i ricordi che riaffiorano provocando angoscia e rimorsi.

Proprio il logoramento degli individui, dovuto in modo particolare all’incapacità di costruire rapporti interpersonali, è il filo conduttore dei fumetti di Shadmi.

In “Insideout” uno scrittore è costretto a una vita monotona e ripetitiva assieme a una donna con la quale non ha più nulla da condividere. La morte del rapporto fra i due è simboleggiato dall’apatia estrema della donna, raffigurata di fatto come un cadavere, e dal giogo e dalla catena indossati dall’uomo, che evidentemente non ha la forza di volontà per liberarsi e iniziare una nuova vita.

In “Elmer” l’incapacità di costruire rapporti interpersonali non riguarda un legame amoroso bensì generazionale. Elmer è un nonno estremamente stanco e affaticato attorno al quale fluisce la vita briosa dei giovani nipoti. Il vecchio è ormai così immobile, a causa della fiamma vitale che si sta esaurendo, che Shadmi lo disegna come se fosse un albero. Nel corso delle vignette, nelle quali Elmer è sempre seduto in veranda a guardare l’orizzonte, dalla bocca del nonno spunta un germoglio che poco per volta diventa un ramo, un tronco e infine una massa di vegetazione. Elmer è un albero di fianco al quale scorre il fiume vitale dei nipoti; questi sono troppo veloci e straripanti perché possano accorgersi di un vecchio albero che vedono lungo la riva prima che, dopo appena un istante, la corrente del fiume lo abbia già oltrepassato.

La metafora grafica è basilare anche ne “Il guardone“. Chiuso nell’appartamento di un condominio dal quale può spiare porzioni delle vite di altre persone che abitano nei palazzi di fronte, il guardone osserva con ossessione alcune donne fino a innamorarsi dei dettagli dei loro corpi che vede attraverso le finestre. Le finestre offrono solo degli squarci sulle vite e sui corpi delle ragazze che vengono spiate, e così il guardone prova passione per le gambe di una donna che fa ginnastica, per un orecchio, per le mani di una ragazza che dà da mangiare al gatto. Questi frammenti di desiderio si fanno strada nella mente del guardone fino a farlo innamorare di una donna immaginaria e imperfetta composta, come un mostro di Frankenstein, dalle parti delle donne che ha osservato fino al parossismo. Nelle fantasie del guardone la ragazza immaginaria dice all’uomo: “T A O N H’ O“. Non può dire “Ti amo anch’io” perché è incompleta, è solo una porzione di donna alla quale mancano dei pezzi.

Mi interessa l’argomento dell’umiliazione. Penso che sia stato Kurt Vonnegut a dire di far passare ai tuoi personaggi le pene dell’Inferno, di non essere gentile con loro.[5] Koren Shadmi assolve in pieno questa direttiva, fondendo in modo suggestivo temi realistici con elementi simbolici per ottenere storie dalla forte venatura surreale.

Note:
[1]
Alex Dueben e Koren Shadmi, Koren Shadmi: In the Flesh, nel sito http://www.comicbookresources.com/?page=article&id=20541
[2] Nicola Peruzzi e Koren Shadmi, Spazi concettuali: intervista a Koren Shadmi, in In Carne e ossa, Associazione Culturale , Firenze, 2008.
[3] Alex Dueben e Koren Shadmi, Koren Shadmi: In the Flesh, nel sito http://www.comicbookresources.com/?page=article&id=20541
[4] Koren Shadmi, In carne e ossa, Associazione Culturale Double Shot, Firenze, 2008; Koren Shadmi, Anatomia del desiderio, Associazione Culturale Double Shot, Firenze, 2009.
[5] Calvin Reid e Koren Shadmi, Sex, Costumes and Videotape: The Comics of Koren Shadmi, nel sito http://www.publishersweekly.com/article/CA6634157.html?nid=2789

Riferimenti:
Il sito personale dell’artista: http://www.korenshadmi.com/

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