Tra fantasy e horror: intervista a Simon Spurrier

Tra fantasy e horror: intervista a Simon Spurrier
Tra il 2018 e il 2020 Simon Spurrier è stato autore di “Coda” e del rilancio di Hellblazer. Abbiamo fatto quattro chiacchiere con lui su queste due opere.

Da molti anni Simon Spurrier è uno dei nomi più interessanti del panorama del fumettistico statunitense: autore inglese caustico e irriverente, pieno di risorse e di idee non convenzionali, tra il 2018 e il 2019 ha scritto alcuni dei fumetti più apprezzati da pubblico e critica, come Coda, fantasy sui generis che ha conquistato premi e nomination, o il rilancio di Hellblazer, tornato alle atmosfere dei grandi successi Vertigo. Lo abbiamo contattato per parlare con lui di queste sue opere, della loro genesi e del loro sviluppo.

Coda_1Ciao Simon e grazie per il tempo che ci stai dedicando.
Vorrei iniziare questa intervista parando di Coda, uno dei fumetti più apprezzati del 2018 e del 2019 sia dalla critica che dal pubblico. Con questa opera hai trascinato i lettori in un’ambientazione fantasy molto particolare, che mixa alcuni elementi classici del genere con uno scenario post-apocalittico. Come ti è venuta questa idea?
Penso che nella mia testa ci sia sempre stata l’idea di realizzare uno Swords ‘n Sorcery epico a un certo punto della mia vita, una di quelle idee che metti nella tua to-do-list. Ogni volta che mi sono avvicinato al genere però, mi sono demoralizzato. Ci sono veramente tanti prodotti High Fantasy sul mercato, e quasi tutti pessimi, un cliché dopo l’altro, e poi si prendono davvero troppo sul serio. Sembrava che non potessi iniziare a scrivere senza prima inciampare in elementi di altri generi.
Mi sono poi reso conto che se davvero avessi dovuto fare qualcosa di quel tipo, la cosa più corretta da fare sarebbe stata quella di prendere il genere, trascinarlo fuori e poi sparargli un colpo.
Da qui è nato Coda: ho iniziato con il mettere a fuoco tutto ciò che mi infastidisce del fantasy e ucciderlo. Questa lista spaziava dalle cose che davano noia a me (la pomposità, I nomi ridicoli, il razzismo involontario, le metafore sciocche) fino al simbolo per eccellenza del fantasy: la magia. In troppe storie fantasy la magia è il deus ex machina che forza il procedere degli eventi senza costi o ripercussioni, è quell’ “esci gratis di prigione” che ha portato la letteratura di questo tipo a essere pigra e moscia. Così mi sono sbarazzato di tutta la magia. Beh, quasi tutta. Possiamo dire che la magia per Coda è come la benzina per Mad Max: non puoi farci troppo affidamento. Il Vecchio Mondo ci si affidava ciecamente e ora non può più farlo. Così o provi a sopravvivere senza, oppure passi il tempo a combattere per quel poco che ne rimane: in Coda c’è molto di entrambe le opzioni. Comunque, la prima cosa che ho scoperto approcciandomi al fantasy con l’eutanasia in mente è che, se si riesce a fare questo passo, si apre un mondo nuovo vibrante e pieno di opportunità.

Il protagonista è Hum, un bardo. Una scelta molto interessante che ti permette di approfondire il significato delle storie e dello storytelling. Qual è l’impatto che hanno le storie sulla nostra realtà e quale ruolo hanno le storie fantasy in questo contesto?
Io ho questa visione per cui noi, inteso come esseri umani, non possiamo comprendere il mondo, o qualsiasi cosa in esso, senza la struttura mentale dello storytelling, così molti dei miei progetti esasperano questo meta concetto: storie sulle storie.
Avendo un personaggio centrale che fa lo sceneggiatore, il rischio  è quello di inciampare nei classici cliché. Il mio approccio è stato quello di rendere Hum un narratore inaffidabile, i cui reportage lentamente si scoprono essere contaminati con degli auto-inganni. I fumetti sono ottimi per queste giustapposizioni in cui le parole e le immagini sembrano voler dire cose diverse allo stesso tempo.

Raccontare storie è anche un modo per il personaggio di proseguire il proprio viaggio, questo è il motivo per cui scrive (o finge di farlo) un diario. Sono curioso: c’è qualcosa di autobiografico dietro questa scelta?
Non consciamente. Non tengo un diario, ma so bene che ci sono stati dei momenti nella mia vita dove ho inconsciamente cambiato l’enfasi narrativa del mio viaggio – e anche i miei ricordi – per fuggire dai sensi di colpa o dalla vergogna. Hum spinge questo concetto all’estremo: adatta i suoi obiettivi in modo che sia costretto a continuare a muoversi e a sopravvivere. Si è costruito questa piccola, stupida quest da salvatore ignorando le realtà emotive e viene colpito molto duramente quando tutto questo cade a pezzi.
Nonostante sia io a dirlo, è un approccio piuttosto interessante al mondo post-apocalittico. Molte storie  del genere si focalizzano sulle pratiche per la sopravvivenza, io sono più interessato sul che cosa spinga la gente in primo luogo a provare a sopravvivere.

Un altro elemento che ha catturato la mia attenzione e mi ha immerso nella storia è la ragione dietro al viaggio di Hum, legato alla sua relazione con la moglie Serka. Il viaggio di Hum è una storia di crescita personale, un modo di realizzare che accettare l’altro per quello che è rappresenta la base per l’amore e per la vita in società. Pensi che questo messaggio sia la chiave del successo della serie?
In parte sì. Si può dire che vaghiamo nell’autoinganno di Hum fino al punto in cui egli si ritrova costretto a confrontarsi con il suo squallido comportamento. Ha mentito a se stesso e a sua moglie, si è raccontato che sta provando a salvarla, quando invece sta provando a cambiarla. Ciò che emerge dalla conseguente catastrofe è un approccio più pragmatico alla vita: “ci confondiamo”. Prima di questo, nonostante il suo cinismo, Hum è un idealista in incognito. Molti dei miei lavori alla fine raccontano di idealisti che si ritrovano a confrontare la realtà delle loro idee, capendo che non tutto è semplice come può sembrare.

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Matìas Bergara ha svolto un lavoro magnifico su questo volume, tratteggiando un mondo pieno di creature bizzarre e panorami mozzafiato. Come è iniziata la vostra collaborazione e come è stato lavorare insieme?
Matìas è uno dei più grandi artisti viventi, e non lo dico alla leggera. Ci siamo conosciuti grazie al nostro editor su Coda, Eric Harburn, che è spaventosamente bravo nel creare collaborazioni di successo. Abbiamo immediatamente capito che le nostre rispettive passioni rendevano il nostro lavoro migliore della somma delle sue parti, è stata una collaborazione felice.

Da un paio d’anni sei parte del Sandman Universe, come scrittore di The Dreaming, un universo sconfinato di storie, personaggi e atmosfere. Qual è il tuo legame con le storie di Neil Gaiman e qual è lo spazio che ti sei ricavato in questo universo?
Ho avuto il privilegio di essere stato selezionato da Neil in persona come parte del team scelto per raccontare nuove storie nel mondo da lui creato. Come dicevo prima, sono sempre stato interessato dalle storie nelle storie, e The Dreaming ne è un perfetto esempio. Stranamente, mi sono ci approcciato come se fosse il più strano western del mondo. Un paese di frontiera dove lo sceriffo è scomparso: cosa succede dopo? Si scopre che il paese è il reame del subconscio umano, lo sceriffo è una personificazione concettuale più potente di qualsiasi dio e c’è una cospirazione atta a rubargli la corona. Roba inebriante.

John-Constantine-Hellblazer-1Ora stai scrivendo Hellblazer, uno dei fumetti fondamentali del panorama americano e della storia della Vertigo. Molti fan vorrebbero rivedere il buon, vecchio, “vero” Hellblazer. Chi è John Constantine per te e come sei entrato in contatto con lui?
Sono un fan di Hellblazer da che ho iniziato a leggere fumetti. Non importa che abbia vissuto a Londra per buona parte della mia vita, abbia un interesse attivo per l’occulto e abbia un naturale sospetto per chiunque si definisca un “eroe”. Non sto dicendo di essere come John, ma penso di potergli entrare in testa un po’ più facilmente di quanto potrebbero fare gli altri. E ho conosciuto moltissime persone che, magia a parte, si trovano su una traiettoria molto simile a quella di JC. John è un solo un bastardo con una coscienza, un mix davvero convincente di ingredienti per qualsiasi genere di lettore.

Essere uno scrittore britannico come molti altri che ti hanno preceduto ti fa sentire più coinvolto nella storia? O è soltanto un carico di responsabilità in più?
Un po’ di entrambi. Penso che puoi accorgerti con facilità quando i non britannici hanno provato a scrivere John. Non solo perché la sua voce è sempre leggermente sbagliata, ma perché l’approccio e il cinismo radicato sono proprio tipicamente britannici.
Per quanto riguarda la responsabilità, penso che Hellblazer sarà sempre una serie leggermente più politica di altre. Detto questo, non vogliamo alienare i lettori con problemi di nicchia di cui non sanno nulla, né vogliamo rischiare che il fumetto invecchi davvero male una volta persa tutta la pertinenza, quindi la chiave, da sempre, è stata usare lo stato attuale del mondo come un modo per generare storie sul dramma umano – questioni senza tempo e universali – piuttosto che creare direttamente storie sugli affari attuali.

C’è stata una particolare run alla quale ti sei ispirato? E in quale direzione vuoi portare la serie?
Indico sempre le run di Jamie Delano, Garth Ennis e Mike Carey come le mie preferite. Ovvio, senza contare il primo e comunque sempre il migliore: la run gotico-americana di Swamp Thing di Alan Moore. Questa è davvero la nostra ispirazione chiave, in realtà. La mia run su Hellblazer avrà archi narrativi più corti – da uno a tre numeri ciascuno – che formano collettivamente una run molto più lunga. In questo modo possiamo saltare tra toni e storie diverse senza mai essere stantii. Quindi passiamo da una storia molto oscura sugli angeli assassini a una più comica sul fan numero uno di Constantine, e poi su una storia estremamente inquietante sui fantasmi negli ospedali. È una buona scelta per mantenere la serie varia.

Intervista condotta via mail tra gennaio e febbraio 2020
Traduzione di Emanuele Emma

Simon Spurrier

Simon Spurrier

Autore britannico cresciuto nel mondo delle fanzine e dell’autoproduzione, Simon Spurrier fa il suo esordio nel 2001 su 2000AD, scrivendo storie quali Lobster Random, Bec & Kawl, The Simping Detective e Harry Kipling, fino ad arrivare a realizzare alcuni episodi di Judge Dredd. Nel 2007 fa il suo esordio nel mercato statunitense con Gutsville (, insieme a Frazer Irving) e Silver Surfer: In Thy Name (Marvel Comics, con Tan Eng Huat). Da allora ha scritto tantissime serie per molti editori diversi: tra le più importanti si ricordano X-Men Legacy vol. 2 (con Tan Eng Huat), X-Force (con Rock He-Kim) e Star Wars: Doctor Aphra (in coppia con Kieron Gillen) per Marvel Comics e i grandi successi con BOOM! Studios, quali Six-Gun Gorilla e The Spire (miniserie realizzate in coppia con Jeff Stokely) e Coda (con Matias Bergara). Dal 2018 lavora anche per DC Comics, dove è entrato a far parte del Sandman Universe scrivendo The Dreaming (insieme a Bilquis Evely) e Hellblazer. Oltre allo sceneggiare fumetti, Simon Spurrier è anche autore di romanzi e racconti in prosa.

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