Ripples: la dissoluzione della luce e del tempo per Hagiwara Rei

Ripples: la dissoluzione della luce e del tempo per Hagiwara Rei

Ripples di Hagiwara Rei, pubblicato originariamente in maniera autoprodotta per il Comitia 2019 e poi in USA nel 2020 dalla casa editrice Glacier Bay Books, di cui ho già avuto modo di scrivere qui e qui, si presenta come un lavoro calibrato e preciso ma allo stesso tempo istintivo e sentito. Questo perché contenuti e forma compongono un mosaico complesso e stratificato, ricco di simboli e metafore, aperto alle interpretazioni. Si tratta di un fumetto sperimentale, lontanissimo dai manga mainstream per approccio, filosofia, stile e disegni, collocandosi agilmente all’interno delle pubblicazioni proposte dalla casa editrice americana.

L’opera di Hagiwara si fonda principalmente su due materiali fragili e impetuosi, che la plasmano facendo convogliare ogni componente su di loro: la luce e il tempo. Verso queste due componenti Hagiwara compie un processo di dissoluzione, spogliandole della loro consistenza, solidità e fissità per ridurle a entità fluide e malleabili. Questo è evidente soprattutto nei disegni e più in generale nella struttura visuale che Hagiwara mette in piedi, riflettendosi comunque inevitabilmente sulla storia e sulla narrazione, la prima sfuggente e la seconda ambigua. I disegni sono realizzati ad acquerello grigio, la parte prevalente e più presente, matita e pennino. Le sfumature di grigio, da tonalità scure molto vicine al nero a pennellate leggere e biancastre, sono il mezzo per convogliare la dissoluzione totale della luce: Hagiwara si muove tra tavole dai contrasti netti, dove la luce taglia corpi e volti; tavole completamente bianche fatte di pochissimi segni, dove la luce annichilisce i corpi; tavole quasi completamente grigie, con pochissimi spiragli di luce. Così facendo, comunica le proprie emozioni e quelle dei personaggi, delineando al contempo l’ambientazione spoglia e il senso di oppressione esterno: la dissoluzione della luce diventa così la dissoluzione della condizione umana. In questo senso, adopera la dissolvenza incrociata per comunicare il fluire di immagini e temporalità percepita, facendolo tra l’altro in maniera particolare spezzando la dissolvenza nell’ultima vignetta della pagina per completarla nella prima di quella successiva, creando una sorta di sovrapposizione interrotta.

A tutto questo si lega il tempo, spinto a dissolversi e collassare su sé stesso. Infatti, ci si trova di fronte a due piani temporali (presente e passato) e tre piani di realtà (mondo reale, mondo onirico e aldilà) abilmente mescolati per (de)strutturare la narrazione. Se all’apparenza può sembrare troppo complesso o confuso e all’inizio della lettura questo sistema può lasciare interdetti, in realtà proprio grazie al segno di Hagiwara e alla sua impostazione grafica e visuale risulta tutto molto fluido, come se ci si trovasse a galleggiare su un fiume lasciandosi trasportare dalla sua corrente. Ovviamente trattare un concetto così ampio come il tempo porta con sé tematiche universali e di facile presa, come il valore e la validità della memoria, l’importanza di ricordare e l’inevitabile scioglimento familiare (e più in generale di ogni legame). Tuttavia, non sono fini a sé stessi ma portano con sé immagini simboliche interessanti, che si legano direttamente alla luce: per esempio, il fuoco che con il passare del tempo si consuma se non viene alimentato, metafora che simboleggia proprio la memoria. Il segno di Hagiwara fa dell’incostanza la sua forza, assottigliandosi e dilatandosi come la dimensione temporale interiore, regolata dalle emozioni e dall’instabilità della mente.

Un terzo elemento fondamentale è la scelta dell’ambientazione. Gli ambienti mostrati sono essenzialmente due: una località marittima e un sentiero che costeggia una scarpata. Entrambi sono il riflesso di un’emotività isolata, chiusa in sé stessa e impossibilitata ad aprirsi, un’aridità capitata e non voluta. Non solo l’ambiente è completamente roccioso, anche il cuore della protagonista è diventato di pietra, o forse sarebbe meglio dire di ghiaccio: il calore della fiamma, quindi dei ricordi, diventa così necessario per riportare i sentimenti in circolazione. Così come il tempo, che può lenire le ferite e contribuire a una cura per la mente e per l’anima.

Concludendo, si può affermare come questa sia un’opera abbastanza sperimentale ma compiutamente riuscita, un’elaborata visione autoriflessiva di Hagiwara, che oltre a creare una storia suggestiva sembra voler esplorare anche sé stesso, mettendosi a nudo ma allo stesso tempo nascondendosi tra le pennellate della sua creazione.