Tradurre #2 - Intervista a Juan Scassa

Tradurre #2 – Intervista a Juan Scassa

Juan Scassa ha tradotto Fiori Rossi e Destino di Tsuge Yoshiharu e I pescatori di mezzanotte di Tatsumi Yoshihiro per Oblomov Edizioni, Ping Pong di Matsumoto Taiyō, Shine! e La sposa davanti alla stazione di Kago Shintarō per Hikari, Il bambino di Dio e Viaggio alla fine del mondo di Nishioka Kyōdai per Dynit Showcase e La nuova isola del tesoro di Tezuka Osamu per Rizzoli Lizard. Ha pubblicato i due scritti Un monte Fuji negativo – L’heta-uma di Hanakuma Yusaku (in Tokyo Zombie, Hanakuma Yusaku, Coconino) e Dalla letteratura Buraiha al fumetto gekiga (in Città arida, Tatsumi Yoshihiro, Coconino). Gestisce inoltre Becomixdatabase e marketplace di fumetti di qualsiasi genere, con annesso blog di critica e approfondimento fumettistico.

 

Quando e come nasce la tua passione per il Giappone?

Domanda difficile da rispondere, in quanto la realtà è sempre più sfaccettata rispetto a quella che uno si rappresenta. Negli anni del liceo decisi di studiare il giapponese perché ero patito di jidaigeki (Seppuku di Kobayashi è tuttora tra i miei film preferiti di sempre) e volevo leggere Mishima in lingua originale. Ora che un po’ di anni son passati credo questa passione sia nata per motivi meno intellettuali. In un artbook di Dragon Ball comprato alle medie si vedevano questi balloon, o meglio fukidashi, pieni di kanji. Forse ho deciso in seguito di studiare il giapponese per capire come funzionava questa misteriosa scrittura. Probabilmente è partito tutto dal mistero dei kanji.

In quale momento hai capito che studiare giapponese all’università poteva essere la giusta scelta lavorativa per il futuro?

Non ho mai pensato al lavoro.

Sei un grande conoscitore del gekiga manga e hai tradotto Tatsumi Yoshihiro e Tsuge Yoshiharu. Che impatto pensi abbia avuto il gekiga in Italia?

Non so quale impatto possa avere il gekiga in Italia, posso dire quello che è stato per me, ovvero una “manna dal cielo”. Essendo un appassionato di fumetti fin da piccolissimo, il “gekiga” (termine che va bene come etichetta, ma bisogna sapere che la realtà è più complessa) rappresenta una miniera quasi inestinguibile di tesori. Fumetti dal contenuto adulto che mi hanno permesso di continuare a ricercare con rinnovato interesse nel fumetto giapponese, dopo un periodo di personale stanchezza.
Il fumetto in Italia sta vivendo un periodo felice per certi aspetti e infelice per altri. Se è molto positivo l’arrivo di Tsuge in Italia, forse personalmente avrei preferito una pianificazione editoriale integrale e filologica, ma ci sono più editori coinvolti e ognuno ha le proprie esigenze. Canicola con L’uomo senza talento ha fatto davvero un ottimo lavoro divulgativo (tutto merito del libro di per sé, dice Vincenzo Filosa), come anche inserire Nejishiki su Linus. In ogni caso l’Italia è stato il paese in cui Tsuge è stato pubblicato maggiormente: sui racconti di Garo per una volta abbiamo battuta la Francia nei tempi, di questo dovremmo esserne soddisfatti tutti.

Qual è il tuo approccio al lavoro? Come affronti un nuovo manga da tradurre?

Ogni opera richiede una diversa impostazione. Tradurre Tsuge non è tradurre Nagai e tradurre Nagai non è tradurre uno shōnen. Non sto dicendo che ci sia qualcosa più semplice di altro, sia ben chiaro. Un manga semplice può risultare di più difficile resa, mentre un manga con un lessico molto specifico, una volta superate certe difficoltà, scivola liscio. Non c’è una strategia definita per ogni lavoro, l’esperienza aiuta molto. In ogni caso è molto importante decidere il tono e seguire una coerenza interna, piuttosto di una fedeltà assoluta al testo. Credo che si sia molto più fedeli traducendo il senso rispetto ai vocaboli.
Detto ciò si parte sempre dalla lettura dell’opera, si identificano gli eventuali elementi su cui bisogna fare ricerca. Solitamente faccio due o tre stesure di un testo.

Ci vuole più impegno, passione o una combinazione di entrambi per questo tipo di lavoro? E quanto è importante essere fruitori costanti di manga per farlo al meglio?

Considerando che è un lavoro in linea generale pagato molto poco, richiede molti sacrifici: impegno e passione si mescolano e spesso diventano insofferenza e frustrazione. Non credo che essere costanti fruitori di manga sia necessario per avere una buona traduzione. Una buona conoscenza dell’italiano è senza dubbio più utile. Tuttavia un’infarinatura della grammatica del fumetto è necessaria.

Dalle risposte si nota come tu viva in maniera viscerale la tua passione e il tuo lavoro, visto che la professione di traduttore può portare numerose soddisfazioni ma anche, come hai accennato, insofferenza e frustrazione. Pensi come Bianciardi che “tradurre sia un mestiere micidiale”?

È un mestiere micidiale in più sensi. Sia per quel che riguarda il lavoro vero e proprio, sia per quel che riguarda il rapporto con il mondo editoriale, in piena crisi economica e culturale.

Hai tradotto Il bambino di Dio dei fratelli Nishioka, un manga atipico per diversi aspetti, da quello grafico a quello contenutistico-tematico e che ha avuto un notevole clamore all’interno dell’ambiente. Le case editrici italiane, grazie allo sdoganamento di opere come questa, potranno scavare ancora di più nelle pubblicazioni underground o indipendenti per proporre titoli semisconosciuti, ma stimolanti e peculiari, al pubblico italiano?

Le case editrici sono aziende: devono creare prodotti da vendere. In un momento di saturazione paga di più seguire un proprio percorso, anche estremo, rispetto a seguire quello che sembra la moda. Dynit è stata molto coraggiosa nei titoli, credo sia stata ripagata dai lettori che nella collana Showcase riconoscono una chiara linea editoriale e scelte non scontate.

Gestisci su Facebook la pagina Scrittori giapponesi del Novecento – Kingendai Bungaku, dedicata alla letteratura giapponese dello scorso secolo. Quanto è importante, secondo te, il legame tra letteratura e fumetto nel contesto culturale giapponese?

Ultimamente cerco di stare fuori dai social e quindi le varie pagine che gestisco stanno un po’ patendo l’assenza. Per molto tempo ho pensato di invadere Facebook con contenuti culturali, mentre in questo momento sono più propenso a pensare che i social network siano un luogo utile esclusivamente per comunicazione “usa e getta”. Per un motivo o per l’altro i social sono diventati una specie di cloaca maxima di sentimenti.
Tornando alla domanda: tutto dipende dalle opere. Se può servire avere una conoscenza sulla letteratura giapponese per tradurre Tsuge, per dire, questa non è necessaria per tradurre opere più contemporanee. Nel contesto culturale giapponese la carta, la scrittura e le immagini hanno sempre avuto un ruolo in primo piano. Oggi con l’era digitale qualcosa sta cambiando, ma il Giappone è uno stato dove si è stampato e letto sempre molto.
Non credo che fumetto e letteratura si siano parlati molto in Giappone (e con questo non sto dicendo che non si siano parlati assolutamente), credo che il comune contesto culturale abbia influenzato in maniera analoga entrambe le arti (come ho scritto in una postfazione a Tatsumi, paragonando il gekiga alla scuola decadente Buraiha).

Quali consigli daresti a chi oggi vuole diventare traduttore dal giapponese?

Di non farlo! (Scherzo). Unico consiglio: pratica, pratica, pratica. Tradurre cose già tradotte, paragonarle, rilavorarle e specializzarsi in linguaggi tecnici.

 

Ringrazio Juan Scassa per la gentilezza e la disponibilità.