Regia e recitazione in Saturn Return di Torikai Akane

Regia e recitazione in Saturn Return di Torikai Akane

Saturn Return, serie pubblicata da Dynit con la traduzione di Asuka Ozumi, è l’ultima opera in ordine di tempo di Torikai Akane, tra le autrici giapponesi più interessanti a livello grafico e visivo, seppur ancora poco conosciuta in ambito euroamericano (l’unica eccezione è la Francia, storicamente un mercato più aperto e dinamico in ambito manga) e solo di recente proposta in Italia. Saturn Return è una serie abbastanza semplice in termini narrativi (parte con i toni del giallo e del thriller per indagare l’animo umano dei vari personaggi in gioco, concentrandosi soprattutto su Ritsuko, la scrittrice protagonista della storia, e sui suoi rapporti con gli altri), ma mette in scena complessi discorsi tematici in merito al ruolo della donna in Giappone, la sessualità, il contrasto tra honne (ciò che si pensa e si vorrebbe veramente dire) e tatemae (il comportamento che bisogna tenere in pubblico), la presa di consapevolezza della propria esistenza, la ricerca del senso della vita, il suicidio, l’elaborazione del lutto e tanto altro.

Quello su cui vorrei concentrarmi è come questi temi vengono proposti e mostrati da Torikai, fin dal primo volume, attraverso a una regia e una recitazione dei personaggi modulate da un segno realistico, indicando qualche caso esplicativo.

La sequenza di pagina 5, 6 e 7 è esemplare in questo senso. L’autrice, pur partendo a pagina 5 con una classica splash page che mostra una città per delineare il luogo dove inizia la storia, stravolge in seguito il canone che vorrebbe il passaggio da un’ambientazione più generale a una particolare, costruendo due pagine con tre lunghe vignette verticali in cui l’ordine è invertito: si passa da una stanza all’esterno di un palazzo, prima con un’oggettiva (pagina 6) e poi con una soggettiva (pagina 7). La completa destabilizzazione del lettore avviene proprio nel cambio tra oggettiva e soggettiva nell’ultima vignetta a pagina 7, in cui la “telecamera” si inclina in un’inquadratura obliqua: questa è una tecnica che l’autrice tende a usare spesso quando vuole scuotere emotivamente il lettore, mutuandone quindi il suo significato dal cinema. Da sottolineare anche come il suono richiamato dall’onomatopea nella seconda vignetta di pagina 7 spezzi il silenzio irreale della stanza, segnando la tragicità dell’atto evocato. Le onomatopee, tra l’altro, vengono usate in maniera ambivalente: quelle che indicano la dimensione sonora della quotidianità vengono inserite all’interno dei balloon e sono molto frequenti, mentre quelle che indicano una dimensione sonora altra, ovvero i rumori connessi intrinsecamente allo stato emotivo dei personaggi o che palesano lo stesso, vengono espresse in grassetto nelle vignette e appaiono più di rado. Una scelta peculiare, e per nulla casuale, che mostra il totale controllo di Torikai su tutti gli elementi del suo fumetto, anche questa una caratteristica dell’autrice, che non lascia mai andare a briglia sciolta la narrazione e gestisce il ritmo al millimetro: non è un caso che collochi alla fine di ogni capitolo due doppie splash page consecutive, una con due vignette e una totale, che dilatano la dimensione temporale e allungano il momento di riflessione del lettore, alternando primi piani e campi lunghi.

Riguardo alla recitazione nel manga di Torikai è interessante citare Natsume Fusanosuke, tra i più importanti critici e studiosi di manga. Nel saggio Pictotext and panels: commonalities and differences in manga, comics, and BD, scrive: “Le persone, quando esaminano immagini fisse o in movimento, hanno una forte tendenza a concentrarsi sugli esseri umani, in particolare sui loro volti. Guarderanno gli occhi e la bocca, le mani e poi i piedi. Allo stesso modo, i manga hanno formato un codice unico riguardo il movimento dello sguardo, combinando le parti del corpo, che sono disegnate in modo prominente in composizioni pittoriche, e la sceneggiatura (dialoghi, narrazione, monologhi e onomatopee), che attrae l’attenzione subito dopo il fisico di un personaggio”. In Saturn Return l’autrice utilizza ogni minimo gesto, micromovimento e sguardo per evocare la complessità emotiva dei personaggi ed esplicitare i non detti delle conversazioni. Tutti i gesti, e tutte le inquadrature che li immortalano, finiscono così per diventare quasi più importanti dei dialoghi stessi. Una silenziosa camminata notturna, una pillola presa con particolare ritualità, uno sguardo perso sulla città, sono piccole tessere di articolati mosaici umani che non possono inserirsi in categorie predefinite, arrivando a presentare contraddizioni e comportamenti ambigui. Tutti i personaggi vivono nell’apparente banalità delle loro esistenze, immersi in atti quotidiani che sì danno senso alla loro vita, ma allo stesso tempo la privano della sua essenza, ovvero la manifestazione di un’idealistica voglia di cambiamento, solo superficialmente raggiungibile. Un chiaro esempio è l’apertura del capitolo 8, con una serie di vignette dove il girare e rigirare dell’okonomiyaki sulla piastra per cuocerlo a puntino e dargli consistenza, diventa il richiamo metaforico al rimestare nel passato della protagonista nei dialoghi tra lei e il suo editor.

Saturn Return, già dai suoi primi capitoli, mostra quindi quanto la stratificazione tematica vada di pari passo con quella grafica e visiva: ciò è ovviamente indice di grande spessore creativo e qualitativo di Torikai Akane, una mangaka con un punto di vista fortemente autoriale sulla società giapponese contemporanea.